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Lombardo - Sgarbi – Calderoli – come Cesare, Pompeo e Crasso

Martedì, Agosto 26th, 2008

Cosa non si fa per la “politica” del piacere che con la politica, quella vera, poco ci azzecca. Si va finanche a “Canossa” pur di piacere, pur di far parlare di sé, affinché non si spengano mai i riflettori accesi un giorno di aprile dell’anno di grazia MMVIII. Si va per coniare un altro importante epitaffio storico: La pace di Salemi. La storia, la futura memoria, dovrà anche ricordarsi di questo incontro tra Lombardo e Sgarbi due personaggi logorati dalla telecamera e purtroppo anche dalla politica, che cercano visibilità costi quel che costi. Ma mentre scrivo questo articolo, ecco giungere un’altra notizia: Lombardo incontra a Bergamo Calderoli con all’o.d.g. il federalismo e le riforme. Non c’è pace per questo infaticabile presidente della regione che va da una punta all’altra dell’Italia alla ricerca di qualcosa per far fronte alle promesse fatte ai siciliani qualche tempo fa. E così, dopo una presidente che ha fatto il romitaggio a Santiago de Compostela, abbiamo un altro presidente che fa il romitaggio a Bergamo, una provincia molto religiosa, ricca di santuari e luoghi di culto, che ha dato alla chiesa finanche uno dei più grandi e illuminati papi (Giovanni XXIII). Che nei siciliani la voglia di fare i pellegrini sia innata, non vi è alcun dubbio. Si va in pellegrinaggio ovunque: negli Uffici pubblici di ogni ordine e grado, negli Assessorati regionali, nei potentissimi uffici di Palazzo d’Orleans (che se sei un miracolato puoi incontrare anche Lombardo), all’Assemblea regionale per ora no perché sono in ferie fino a 15 settembre 2008 (si sono presi solo quaranta giorni di vacanza dopo nientemeno avere fatto 17 sedute). Stanchi di due mesi di duro lavoro, difatti, i deputati hanno pensato bene di prendersi qualche giorno di riposo, giusto per non farsi criticare dal ministro Brunetta che in questo momento cavalca la tigre dell’assenteismo. Perché parliamoci chiaro: il ministro non può intervenire sulle assenze dei parlamentari ma eventualmente sulle assenze dei sediari del presidente, del vicepresidente, dei capi gruppo, insomma del personale impiegatizio che ruota intorno all’Assemblea regionale e che al momento è assente sì, ma in ferie.
È chiaro che non è tenendo desta l’attenzione dei siciliani con fatti molto lontani dalle necessità quotidiane che la politica risolverà i problemi dei cittadini. Bisogna che la politica esca dalla stanze del potere, ma non per andare nei mercati per incontrare le persone per fini propagandistici ma perché solo stando vicino alla gente potrà, tenendo desto l’udito, sapere cosa pensano i suoi amministrati. La politica si fa giorno per giorno e non ogni quattro anni, perché si rischiano spesso amare sorprese. La politica fallimentare della sinistra purtroppo forse non ha insegnato niente.

Palermo, 22/08/2008 Francesco M. Scorsone

Mediterraneo – mitologia delle figure nell’arte italiana tra le due guerre

Giovedì, Agosto 21st, 2008

Raffinata, precisa (come è nello stile di Sergio Troisi) si presenta la mostra – Mediterraneo, mitologia delle figure nell’arte italiana tra le due guerre – esposta fino al 5 ottobre 2008 all’Ex Convento del Carmine di Marsala.
Altre mostre hanno raccontano il mito e il Mediterraneo: ad es. a Trapani “Sicilia Tra mito e realtà” del 1991; a Isola delle Femmine, Sulla rotta di Plinio, del 1999; nelle Isole Eolie, Le Isole Eolie: viaggio tra sogno e realtà, del 2004; Trapani, L’isola del mito, del 2005, solo per citarne alcune. Ma sono state tutte mostre che hanno avuto attinenza con il racconto, con il viaggio. Quella del Carmine ha il pregio di raccontare, attraverso le opere e la loro “mitologia”, un periodo storico dell’arte italiana tra le due guerre. Sicché Lucio Fontana, Fausto Melotti, Achille Funi, Felice Carena, Renato Paresce, Giorgio De Chirico, Lia Pasqualino Noto, Renato Guttuso, Nino Franchina, Mario Sironi, Carlo Carrà, Alberto Savinio, Aligi Sassu, Afro Basaldella, Emanuele Cavalli, Alberto Ziveri, Arturo Martini, Mirko Basaldella, Fausto Pirandello, Marino Marini, Renato Birolli, Giuseppe Capogrossi, Massimo Campigli, Carlo Levi, Alberto Magnelli, sono un consistente spaccato dell’arte italiana (e mi piace sottolineare dell’arte italiana, perché siamo sempre più contaminati da esterofilismi di ogni genere). Quella stagione fu sicuramente uno dei momenti più italiani di ogni altro periodo storico. Certamente il potere politico di quel tempo ebbe una grande influenza sullo “sviluppo” di questo momento storico della pittura, molti artisti furono definiti pittori di regime, non tenendo presente la critica del tempo ma anche quella post bellica che l’artista non risponde quasi mai alle necessità della committenza e quando lo fa riesce sempre a mimetizzare all’interno dell’opera elementi che nel tempo diventano oggetto di riflessione (Nudo di Donna di Mario Sironi del 1927). Ma torniamo alla mostra: il percorso espositivo si svolge attraverso cinque temi che pur essendo diversi tra loro: enigma, origine, attesa, sospensione, disagio, non esclude che gli stessi artisti possano essere presenti in uno o più temi prima citati.
Una piccola opera di Giorgio De Chirico “bagnante”del 1929 ci accoglie nell’articolato plesso nel quale è allestita la mostra che segue un itinerario, come si diceva prima molto preciso. Enigma è il primo impatto con le opere del Carmine: De Chirico, Carlo Carrà, Mario Sironi, Alberto Savinio; Massimo Campigli etc. sono tutte opere che lo riecheggiano esso è presente come è giusto sia ovunque: nel modernissimo nudo di donna del 1927 di Mario Sironi e nel Pegaso del 1939, nella Venere Innamorata di Achille Funi del 1928 come nelle opere di Alberto Savinio Guerriero e Il vecchio e il nuovo mondo, entrambe del 1927. Ma non si possono citare tutte le opere che pure meriterebbero in un senso o nell’altro un qualche rimando. Una mostra così articolata merita l’attenzione del visitatore e non può non essere accompagnata dall’ausilio di una sia pur minima spiegazione. Il testo di Sergio Troisi nel nutrito e articolato scritto presente in catalogo (edito da Sellerio con qualche sbavatura di carattere cromatico) rende appieno il dibattito culturale e il fermento artistico di quel tempo. Vale la pena sottolineare come tutta la mostra segua una attenta e calibrata misura sia nei contenuti intrinseci dei temi prima richiamati, ma soprattutto nella qualità delle opere, che in qualche caso è notevole; vedasi due inediti lavori: Figure Nere del 1931 e Uomini del 1932 entrambe di Lucio Fontana e altrettanti lavori di Carlo Levi: Nudi luminosi e Donne antiche del 1934 che lasciano trasparire - senza che questi sia di disturbo né all’opera né tanto meno alla morale (considerato l’aspetto bigotto della pittura di quel tempo) - come l’artista, libero da qualsiasi forma di freno primordiale dipinge questo aspetto saffico della purezza dell’amore femminile. Ma la mostra offre molti spunti di riflessione e commenti sia sul piano squisitamente storico che artistico. Una mostra dunque da vedere. Ex Convento del Carmine Marsala fino al 5 ottobre 2008 catalogo € 10,00.

Palermo, 04/08/2008 Francesco M. Scorsone

Nel nome di Federico II il leggendario

Giovedì, Agosto 21st, 2008

Ci va giù duro e senza sconti Aurelio Pes nella sua cavalcata in difesa di Federico II nel pubblico processo svoltosi il 18 agosto 2008 a Isola delle Femmine in notturna e il cui tribunale era presieduto, da un dialetticamente appannato presidente nel momento di pronunciare la sentenza di assoluzione che proscioglieva Federico II dai reati per i quali veniva “processato”. Due i capi di imputazione: 1°) la scomunica patita ad opera di Papa Gregorio IX per avere stretto accordi politici e militari con eserciti infedeli contrari al potere del potente Stato Pontificio. 2°) per avere istigato al suicidio, dopo essere stato accecato perché accusato di essersi appropriato di beni dello stato diventando ricchissimo, il suo primo ministro Pier delle Vigne. La performance di Pes è ineccepibile anche se un po’ stringata nei tempi egli infatti conduce per mano lo spettatore al pubblico processo cercando motivazioni tutte a difesa dello Stupor Mundi dal “prologo”, passando attraverso “l’incoronazione”, l’”ibnabad”, “Calatrasi” detto anche Ponte del Diavolo (1160 d.c.) nel quale in un filmato realizzato qualche tempo fa ci mostra uno spumeggiante Giorgio Albertazzi recitare una poesia e ancora “Anticristo”, “la Guerra” e infine la “Ricognizione”. Sono sette passaggi della vita di questo grande condottiero che anche se come tutti i monarca di quel periodo dovevano essere forti e decisi nelle risoluzioni che prendevano senza peraltro avere ripensamenti. Fu come tutti sanno anche un illuminato sostenitore delle arti e delle lettere a lui si deve la fondazione della 1a Università a Napoli, alla sua corte fiorirono le arti e le lettere (con la formalizzazione della struttura metrica del sonetto), ma anche la politica e l’economia. La scuola siciliana fu una vera corrente di pensiero di quel tempo, in cui arte e letteratura ebbero una parte fondamentale nello sviluppo del regno. Fu a quanto pare un ecologista ante litteram anche se aveva una vera e grande passione per la caccia con il falco (ma si sa quando mai un cacciatore non ha sostenuto di essere anche un ecologista?). Federico II esercitò il potere inducendo gli arabi che fino al momento della sua incoronazione avevano dominato in Sicilia a ritirarsi oltre il canale di Sicilia verso la Tunisia o riducendo in schiavitù coloro i quali non si convertivano al cristianesimo. In altri termini Aurelio Pes ha tracciato per grandi linee nel suo discorso a difesa di questo personaggio leggendario una serie di possibili attenuanti sul fatto che possa avere effettivamente commesso i delitti a lui ascritti e per i quali oggi veniva processato. Non se la sente la giuria a condannare la leggenda, non ne ha i mezzi, non è indottrinata da leggi e studi specifici, non conosce i fatti (così qualcuno ha sostenuto) molti dubbi sono affiorati sulla reale colpevolezza di Federico II che viene prosciolto con formula piena dal 1° capo di imputazione, mentre per il 2° viene assolto con formula dubitativa. Una sentenza scritta, come scritta era quella di colpevolezza se mai i giurati avessero avuto il coraggio di condannarlo. Ma si sa, è luogo comune. È più facile condannare un innocente che un colpevole. Possiamo ancora a distanza di otto secoli portarci dietro un fardello talmente pesante da non capire che non ci possono essere “condanne” di assoluzione. Le condanne sono di colpevolezza.

Palermo, 19/08/2008 Francesco M. Scorsone

España - una mostra lunga cinquant’anni

Venerdì, Agosto 8th, 2008

España: una mostra da vedere, da gustare sotto tutti gli aspetti, completa, ben amalgamata, senza sbavature. Capita di rado vedere a Palermo una mostra pensata per una struttura palermitana. Questa volta, questa mostra dedicata alla Spagna è stata pensata e strutturata per noi, per Palermo. Non avrà altri appuntamenti se non quello di palazzo Sant’Elia. Parla con passione l’ex Presidente della Provincia Francesco Musotto, di come è nata l’idea di una mostra che raccontasse la Spagna attraverso i suoi artisti; di come l’idea si sia sviluppata nel corso dei mesi, del passaggio al Commissario Straordinario Patrizia Monterosso che ha puntualizzato ponendo l’accento sui 5 decenni a cui fa riferimento la mostra, densi di critica sociale e di ripensamenti storici nell’evoluzione e nello sviluppo di quelle nazioni che si affacciano nel Mediterraneo. Le contaminazioni culturali, artistiche e architettoniche - ha sottolineato il Ministro della Cultura spagnola Antonio Molina intervenendo alla conferenza stampa - sono notevoli e rafforzano il legame tra i due popoli: a cominciare dalla strada in cui siamo (via Maqueda), i palazzi che in essa si affacciano come il Palazzo Comitini e Sant’Elia, la stessa suddivisione della città nei quattro mandamenti con Piazza Villena fulcro del nuovo assetto urbanistico di Palermo: tutte opere degli spagnoli in Sicilia che sicuramente, in quanto ad architettura urbanistica, non temevano concorrenti a quell’epoca e forse neanche oggi. Vale la pena sottolineare altresì che il ministro Molina ha voluto ricordare nel suo intervento che la Sicilia ha dato alla cultura mondiale premi Nobel come Salvatore Quasimodo e Luigi Pirandello e scrittori quali Giovanni Verga, Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino, Vincenzo Consolo i quali sono stati fautori di quella rivoluzione estetica nel campo della scrittura che ha coinvolto anche i massimi poeti spagnoli contemporanei quali Rafael Alberti e Antonio Machado, Luis Cernuda e altri.
España, arte spagnola 1957 – 2007 è una sorta di viaggio, una sintesi per raccontare ciò che la Spagna ha prodotto in termini artistici in questo ultimo cinquantennio una “divagazione” diligente sullo stato dell’arte e un’analisi attenta sulle sue sfaccettature. Attraverso questa mostra siamo nella condizione di mettere a fuoco il potenziale culturale di una nazione, la Spagna, una mostra per raccontare il passaggio dalla modernità alla contemporaneità, ha affermato Demetrio Paparoni, curatore attento e appassionato della mostra, nel corso dell’affollata conferenza stampa tenuta a Palazzo Comitini (Sede della Provincia di Palermo). Un passaggio che ha il suo inizio con l’anno di fondazione del gruppo “El Paso” Formatosi appunto nel 1957 e, ci piace citare gli artisti che ne fecero parte peraltro molti dei quali presenti in questa mostra: Luis Feito, Rafael Canogar, Manolo Millares, Antonio Saura, Manuel Rivera, Juana Francés, Antonio Suárez e Pablo Serrano. Un’esposizione che abbraccia come si diceva 50 anni di storia della pittura spagnola da Pablo Picasso a Mirò da Salvador Dalì ad Antoni Tàpies, da Eduardo Chillida a Juan Muñoz per arrivare ai nostri giorni con opere di giovani artisti quali: Manu Arregui 1970, Jacobo Castellano 1976, Enrique Marty 1969, Fernando Sanchez Castello 1970, MP & MP Rosado 1971, e meno giovani come: Eduardo Arroyo 1937, Rafael Canogar 1935, Ester Ferrer 1937. Non mancano peraltro registi come Luis Buñuel con alcuni fotogrammi dei suoi più celebri film: La morte in giardino del 1956 o Il fascino discreto della borghesia del 1972. Di forte impatto sociale è il gruppo scultoreo di Francisco Leiro. L’ispirazione della scultura è tratta da una sequenza televisiva degli anni 80 di un fatto increscioso e antirazziale verificatosi a Los Angeles. L’opera pone in risalto il capovolgimento dei ruoli in quanto a bastonare in questo caso sono gli afroamericani e il malcapitato è un bianco. Circa 70 artisti tutti rigorosamente spagnoli a rappresentare i cinque cicli di storia e di cultura spagnola riferiti all’arte contemporanea: Existencialismo barroco; Quijotismo trágico; Misticismo pagano; Tenebrismo hispánico e Abstracción simbólico-formal. Una mostra quella spagnola che può servire alle nuove generazioni, sempre più distratte da inutili situazioni mediatiche. Che può servire per prendere coscienza che la vita di gruppo non è la vita del branco ma significa produrre idee insieme dandosi delle regole, formulare progetti, evitare di fare dell’inutile nomadismo metropolitano. In questo senso la dott.ssa Carmen Cafarel Direttrice dell’Istituto Cervantes, sottolineando l’importanza culturale dei centri di Milano, Roma, Napoli e Palermo (ex Chiesa di Santa Eulalia de Catalani) i quali costituiscono una forte cerniera tra la Spagna e l’Italia ha ribadito, se mai ce ne fosse stato bisogno, che era appena il caso di alzare gli occhi andando in giro per la città per verificare come Palermo è intrisa di elementi e di rimandi alla cultura ispanica. Non sono mancati infine i ringraziamenti al direttore delle attività culturali della Provincia di Palermo dott.ssa Marianna Mirto e al direttore di Palazzo Sant’Elia Maurizio Rotolo per la loro professionalità i quali si sono adoperati affinché l’iter della mostra procedesse senza particolari intoppi burocratici. La mostra España 1957 – 2007 a cura di Demetrio Paparoni è stata prodotta da Arthemisia e promossa dalla Provincia Regionale di Palermo sarà esposta fino al 14 settembre 2008 a Palazzo San’Elia di Palermo. Catalogo Skira. Orari di apertura martedì, mercoledì, giovedì e domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 20.00; venerdì, sabato e prefestivi ore 10.00-13.00 e 17.00-23.00. Lunedì chiuso. Biglietti: interi € 7,00 ridotto € 5,00.

Palermo, 19/05/2008 Francesco M. Scorsone

Judith Boy - Sirene

Domenica, Agosto 3rd, 2008

Avevo ricevuto più di un sms nel mio cellulare che mi invitava a vedere questa mostra di Judith Boy alla Libreria del Mare Via Cala n. 50 Palermo, fino al 9 agosto 2008. Ci andai accompagnato da un amico pittore con il quale commentai, dopo avere visto la mostra, sia gli abiti che certamente avevano dell’estroso e del creativo ma che nell’ambiente della galleria risultavano ammassati e privi di quella necessaria spazialità che un abito ha bisogno per essere goduto, ma anche dell’atteggiamento dell’artista che ci apparve scostante e privo di interesse nei confronti di chi in un pomeriggio infernale (come oramai sempre più spesso accade a Palermo) aveva sfidato la calura perché era giusto indipendentemente dalle asprezze atmosferiche andare a vedere cosa produce in termini artistici la nostra città. Sull’argomento ne parlai casualmente in un incontro estemporaneo con Veronica Bauso anch’essa stilista creativa come la Boy, pregandola di andare a vedere la mostra in questione perché avevo bisogno di un occhio allenato per avere anche un giudizio estetico sia sugli abiti che sulla mostra in generale. Qualche giorno dopo mi fece avere uno scritto che trascrivo testualmente:
“Rivestirsi di pelle di coccodrillo impressa su tessuti impalpabili è un omaggio alla natura incontaminata, una dolce armonia che ricopre e sfiora un’altra pelle, è il ricordo di Dio che ci regalò, dopo la caduta, 2 tuniche perché gli abiti sono nostri. L’artista sfida con richiamo al creato ciò che la società contemporanea vuole illuderci come nostro possesso produttivo (e ben poco creativo) di un corporeo idolo. Fiabesco, fanciullesco nella pittura istantanea del bimbo che sogna, che imprime segni sui colori, ritrovando rametti della pace, piume di incantevoli uccelli, fiori che profumano del caleidoscopio della vita su questo cupo cemento armato.
Abiti di scena, difficile trovare il coraggio di indossare la sfida con l’altra leale che dissimula realtà omologate. Svelare con l’aderenza, sottolineare la sinuosità del corpo è il rischio di essere solamente visti e non guardati. Molto audace, molto bello. Se si potesse far fluire le scene della vita, non come finzione scenica, ma come idillio di sincera vitalità.
Bellissimi, graziosissimi abiti, regali e preziosi.” (Veronica Bauso)
Non mi uniformo al giudizio di Veronica (e forse sbaglio) ma si sa, in arte, nella moda e soprattutto nell’abbigliamento, bisogna esserci dentro per capire le situazioni estrose di questo aspetto estremamente femminile e capriccioso dell’arte. Ciò che mi affascina di questo mondo sono i modelli della tradizione quelli che hanno ricoperto la pelle delle persone, qui vestiti che hanno qualcosa da raccontare perché realizzati affinché fossero indossati e non per finire in un museo come di fatto accade spesso. Mi affascina pensare che un determinato vestito è stato creato e indossato da un personaggio che nel bene o nel male ha fatto la “storia”. Ne puoi percepire la regalità o la miseria. In ogni caso quell’abito ha qualcosa da raccontare non è solo frutto (come da più parti si sostiene) di un’inutile creatività. L’arte tale è se ti arricchisce interiormente se ha la capacità di scandagliare percorsi mentali mistici e creativi, diversamente è una sterile forma di comunicazione. La mostra
Palermo, 31/07/2008 Francesco M. Scorsone

Mimmo Paladino a Palermo con il suo Don Chisciotte

Sabato, Luglio 26th, 2008

Se avessi bisogno di una controfigura, certamente sceglierei Don Chisciotte; non perché mi somiglia fisicamente e avrebbe la capacità di sostituirmi nelle imprese più disperate, ma perché io gli somiglio per la mia incapacità di affrontare in maniera ragionata le asprezze e i pericoli a cui vado incontro pur di difendere un’idea, un principio al di là di ogni ragionevole speranza. Un po’ come Don Chisciotte.

Abbiamo tutti questa ingannevole, oscura
benedetta passione per la verità
Che non è vera se non è anche sogno.
Vogliamo inventare una futura
era di bellezza e di libertà.

Questi versi tratti da una splendida e quanto mai azzeccata poesia di Giuseppe Conte per definire la psicologia di un personaggio “mitologico” come Don Chisciotte - scritta e inserita nel catalogo di Mimmo Paladino per la sua mostra “Don Chisciotte a Palermo” esposta fino al 14 settembre 2008 nella restaurata ala della Sala della Cavallerizza di Palazzo Sant’Elia a Palermo – sono e fanno parte integrante delle tavole illustrative dell’opera dell’artista beneventano in questa sua ultima fatica. Incisioni, collages, acqueforti, impressioni tipografiche, acquerelli, un corpus di circa 60 lavori esposti al pubblico che danno la sensazione di un ben più nutrito numero di opere realizzate nel corso del 2006 per la splendida pubblicazione edita dall’Editalia e tirata in 120 esemplari. A queste si affianca l’opera originale: un volume di grande formato cm 62 x 47 piegato e non rilegato che è in mostra ma che, a differenza delle tavole tutte esposte, non è ovviamente per ragioni di opportunità sfogliabile. Un’opera quella di Mimmo Paladino che racconta in maniera indagatrice quella che è stata la vita di questo hidalgo nato dalla penna di Miguel Cervantes e che in quattrocento anni di storia è riuscito, grazie al suo modo piuttosto pittoresco, infantile e passionale di vedere ogni cosa, di porsi all’attenzione del grande pubblico.
Consci così come siamo di combattere a volte una sorta di battaglia perduta e senza speranza ci separa da Don Chisciotte questa consapevolezza. Una consapevolezza che sembra non avere mai sfiorato la mente di Don Chisciotte della Mancia. Un cavaliere senza macchia e senza paura, sfortunato fino alla fine dei suoi giorni, condannato a morire nel suo letto con tanto di testimoni, ivi compreso anche un notaio e non, come normalmente è dato ai cavalieri di ventura: una morte nobile, brandendo la “durlindana”, durante una epica battaglia tra cristiani e musulmani, tra ricchi e oppressi o magari tra ribaldi approfittatori di vergini e indifese fanciulle. La sua morte non verrà cantata da cantastorie, non ci sono ribaldi da citare nelle tormentate ed enfatiche frasi che avrebbero potuto declamare i nostri cuntastorie da Ciccio Busacca a Vito Santangelo e, per altri versi, ai Cuticchio solo per citarne alcuni. La sua morte passa inosservata con le fredde parole dell’ultima tavola della mostra: “in breve dopo aver esecrato i libri di cavalleria, la morte di Don Chisciotte giunse”. Il freddo e malfermo tavolo su cui è disteso il cavaliere dei cavalieri nel momento della sua morte, con la spada, compagna fedele di tante “battaglie” che non fa più paura, abbandonata a terra, senza “vita” come Don Chisciotte.
Palazzo Sant’Elia Palermo. Ingresso gratuito. Catalogo € 20,00 con testi di Demetrio Paparoni, Corrado Bologna e Roberto Alajmo. La mostra è stata realizzata con il patrocinio dalla Provincia Regionale di Palermo.

Palermo, 24/07/2008 Francesco M. Scorsone

L’arte non è cosa da poco ma è cosa per pochi.

Sabato, Luglio 26th, 2008

Pensavo che il mondo dell’arte fosse scevro da intimidazioni, minacce, diffide, offese personali al limite della decenza e invece, ahimè, mi sbagliavo. Pensavo di essere libero di esprimere il mio pensiero attraverso la scrittura e invece, ahimè, mi sbagliavo. Non mi sono bastate le lunghe conversazioni con amici artisti e critici d’arte tra cui il tanto discusso, nel bene e nel male, Francesco Carbone, i quali sostenevano e sostengono che è meglio non scrivere quando non si è convinti che ciò che abbiamo visto merita la nostra attenzione. Distogliermi dal partecipare liberamente con il pensiero e la scrittura quando vado per ragioni di lavoro o per diletto a vedere una mostra - vuoi perché sono sempre alla ricerca di nuovi talenti o magari per capire come si muove il risicato mondo dell’arte della nostra regione - non è facile. Chi si occupa d’arte lo sa: artisti, critici d’arte, operatori culturali, opinionisti e collezionisti d’arte, da sempre hanno espresso in piena libertà la loro opinione anche in accese e interminabili discussioni notturne, con la conclusione che ognuno rimaneva della propria idea.
La parola e la scrittura sono state sempre libere da condizionamenti estetici (per quanto il momento storico lo consentisse). Ognuno, in questo variegato mondo artistico che ospita con molta generosità e a volte con troppa e immotivata generosità: maestri di chiara fama, artisti di strada, giovani rampanti dell’accademia, appassionati e/o neofiti della pittura, insomma chiunque a diverso titolo si interessa di pittura o scultura, ha sempre accettato le regole del gioco. L’artista produce i suoi lavori che di volta in volta espone sottoponendosi al pubblico giudizio e il critico, l’opinionista, il giornalista, il gallerista, il mercante o non so chi altri in maniera a volte, perché no, anche faziosa esprime la sua privata o pubblica opinione. È stato sempre così da quando i pittori dipingono. Avere l’approvazione o la disapprovazione che il tuo scritto è confacente al desiderio dell’artista personalmente non mi ha mai interessato particolarmente se non per la affinità in termini di chiave di lettura che posso avere con l’artista relativamente alla sua opera. Il mio interesse sulla pittura e sugli artisti è stato sempre di carattere squisitamente professionale. Non ho mai accettato compensi di alcun genere, di nessuna forma e a nessun titolo. Non mi interessano.
Cerco, per quanto possibile, di usare la parola. Diceva Eduardo De Filippo nella sua celeberrima commedia “Ditegli sempre di si”: “per ogni cosa c’è la parola” ed io di questa mi voglio avvalere: la parola. Mi vengono spesso in mente le parole di Bruno Caruso quando gli chiesi nel suo studio romano: perché molte delle tue figure mostrano la bocca aperta? E lui mi rispose: “una bocca chiusa è una bocca che non ha niente da dire”, non aggiungendo altro. Era il 1984, l’allusione era chiara anzi chiarissima. Nella mia modestissima attività di “operatore culturale” ho incontrato grandi, grandissimi maestri dell’arte contemporanea e il mio enorme stupore è stato quello di constatare la loro straordinaria disponibilità al dialogo e alla generosità. Sono persone fuori dal comune, usano un linguaggio semplice, diretto. A volte preferiscono non parlare del loro lavoro lasciando ad altri il compito di argomentare, di elucubrare, di fare congetture sui loro quadri. Raramente inveiscono contro chi non è d’accordo con il loro pensiero cercheranno invece di capire il perché del loro dissenso. Ma si sa l’artista è stato sempre un’altra cosa rispetto all’enorme quantità di produttori di tele dipinte buone solo per i mercatini domenicali.

Palermo,23/07/2008 Francesco M. Scorsone

Mimmo Germanà – Dionisiaca gioia.

Martedì, Luglio 15th, 2008

Il Museo Archeologico Regionale di Agrigento ospita fino al 20 luglio 2008 una mostra retrospettiva di Mimmo Germanà per il ciclo di mostre Passato Futuro – Artisti di Oggi al Museo Archeologico a cura di Francesco Gallo. L’idea di una serie di mostre d’arte contemporanea presso questo luogo prestigioso sembra dover stridere sia con la classicità dell’ambiente che con la natura stessa delle opere tutte improntate alla modernità; a quella corrente artistica che è stata definita da Achille Bonito Oliva “Transavanguardia” per significare il concetto di superamento delle avanguardie imperversanti in tutto il continente, e non solo, fin dalla fine del secondo conflitto mondiale, anche se avvisaglie - in questo senso - si erano già manifestate nel corso della seconda guerra mondiale con gli artisti esuli europei negli Stati Uniti. La discesa in campo di un critico d’arte, verso la fine degli anni Settanta, come Bonito Oliva dette un corpo “solido” alla pittura e non “evanescente” come spesso accadeva tra gli artisti concettuali di quel periodo. Egli costituì, con un gruppo di artisti quali: Enzo Cucchi, Mimmo Paladino, Nicola De Maria, Francesco Clemente, un movimento (transavanguardia) che sembra abbia visto la luce nel 1979 nel corso di una Rassegna Nazionale d’Arte Contemporanea che si teneva ad Acireale, ma che in poco tempo si affermò oltre oceano in modo quasi imprevedibile tanto era il bisogno di arte “allo stato puro” (quella dipinta tanto per capirci). Riprendendo l’aspetto visionario e scapestrato della pittura fauves questo gruppo si impose all’attenzione della cultura internazionale in modo talmente “forte” tanto che lo porterà ad esporre, su invito, alla Biennale di Venezia nel 1987. Ma Mimmo Germanà costituisce in questo campo una sorta di precursore dell’intero movimento della Transavanguardia. Egli infatti viene invitato alla Biennale di Venezia già nel 1980 alla sezione Aperto ’80. Considerato un maestro, un artista primitivista, simbolista, per lui viene coniato il termine “espressionista mediterraneo”, Minno Germanà ci lascia a soli 48 anni stroncato dall’AIDS. Lui siciliano di razza (nato a Catania nel 1944 muore a Busto Arsizio nel 1992), ha portato in giro per il mondo quella vitalità fatta di voglia di riscatto per i torti subiti dagli abusi dei potenti (dichiarati e non) insita nelle generazioni post belliche. La sua pittura è forte, decisa senza ripensamenti. Sciabolate di colore fendono la tela colorandola di rosso, verde, azzurro, ricavandone figure “dionisiache”, così le ha definite Francesco Gallo nella sua presentazione in catalogo, addolcendole poi - come usava fare Marc Chagall - con tratti del viso morbidi, senza spigolature, segnati dal quel misticismo angelico pari a tutta quella cultura barocca tipica in gran parte della Sicilia. Una lettura attenta di questa mostra ci presenta un Germanà poco conosciuto. Scopriamo nelle sue tele un grande bisogno di ritrovarsi in una famiglia nella quale gioire per le piccole cose come una gita al mare vedi Acquatico 1989 olio su tela cm 130 x 160 o, magari, vivere insieme al proprio compagno/a le grandi passioni della vita. Molte sue opere ne sono la testimonianza: Giochi nell’acqua, 1980; Bagnanti, 1990; Azzurro, 1989; Al Bagno, 1989; tutte di grande formato che denotano anche l’impegno profuso nella loro realizzazione giacché erano già presenti i segni della malattia e dell’indebolimento fisico. Germanà rimane comunque, nell’ambito della pittura contemporanea, un unicum che, anche se ripetibile, non certamente eguagliabile. Museo Archeologico Agrigento fino al 20 luglio 2008. Catalogo in galleria.
Palermo, 10/07/2008
Francesco M. Scorsone

15 artisti italiani interpretano la Via Crucis

Martedì, Luglio 15th, 2008

Un cammino, quello della Via Crucis, (termine abusato e non appropriato per manifestare il proprio impegno, la propria “passione” in qualunque momento della nostra vita), un termine che vuole significare spossatezza, stanchezza, logoramento, fatica, stress etc. di chiunque si prende la croce per una qualsiasi forma partecipativa d’arte o altro che ci vede direttamente o indirettamente, impegnati, coinvolti in maniera totale a condurre un evento per vie dritte o traverse che siano, verso un percorso molto spesso irto di difficoltà operative ed estetiche. Bisogna fare i conti con la gente, con la rappresentazione di Cristo, un’icona estremamente nota, cara ai fedeli di Religione Cristiana presenti in tutto il mondo e rappresentarlo in modo diverso che non sia un giovane biondo o quasi si rischia una sorta di incriminazione una specie di pubblica gogna per averlo rappresentato come con molta più probabilità Gesù era. La stessa rivoluzione operata dal regista americano Mel Gibson sia in termini iconici che interpretativi (il copione del film era in latino e aramaico) non aggiungeva nulla alla spettacolarizzazione se non l’aspetto violento di alcune scene. Peraltro le precedenti opere teatrali e cinematografiche sulla Via Crucis non avevano mai posto in risalto una icona di tipo diverso da quella tipica delle popolazioni ugro finniche. Nella iconografia moderna e con l’avvento di correnti artistiche vicine all’informale e all’astrattismo, questo aspetto del Cristo anche se non del tutto è stato risolto affidando come spesso accade al colore la soluzione di alcuni problemi iconici.
La mostra in corso al Palazzo Arcivescovile di Palermo fino al 24 luglio 2008 ha visto impegnati 15 artisti, di chiara fama nazionale e internazionale come Turi Sottile, Salvatore Provino, Alessandro Monti, Togo, Luciana Anelli, Franco Nocera, Paolo Malfanti, Sebastiano Caracozzo, Giuseppa D’Agostino, Antonino Liberto, Antonino G. Perricone, Filippo Scimeca, Giuseppina Riggi, Tanina Cuccia e Giuseppe Tuccio. Impresa ardua e senza non poche difficoltà è stata quella di far convivere le diverse anime della pittura: figurativa e astratta. Ma gli artisti, come spesso accade, ce l’hanno messa tutta per realizzare un’opera che, pur rimanendo fedele allo stile e alla tecnica che li ha contraddistinti nel corso della loro carriera artistica, è leggibile oltre lo stesso pensabile. Gli apprezzamenti espressi dagli intervenuti, nel corso della serata inaugurale della mostra, primo fra tutti quello dell’Arcivescovo di Palermo Mons. Paolo Romeo che, citando Paolo VI prima e Giovanni Paolo II, ha voluto sottolineare come la Chiesa di Cristo è vicina alle pulsioni e alle impazienze che arrivano dal mondo dell’arte. Ma tutti gli interventi sono stati imperniati sia al ringraziamento agli artisti che hanno donato le loro opere e al Centro Diocesano per le Confraternite che, assieme all’Associazione Culturale Studio 71, hanno elaborato il progetto per la realizzazione dell’evento. La mostra è stata patrocinata dalla Provincia Regionale di Palermo che ha finanziato il catalogo nel quale sono presenti testi di: Mons. Paolo Romeo, Arcivescovo di Palermo, Giovanni Avanti Presidente della Provincia di Palermo, Mons. Giuseppe Randazzo, Direttore dei Beni Culturali della Curia di Palermo, Mons. Salvatore Lo Monte, Roberto Clementini e Loreto Capizzi per il Centro Diocesano Confraternite, di Vinny Scorsone con un testo su Tradizione e contemporaneità e di Aldo Gerbino con un omaggio a Michele Dixitdomino dal titolo: Nel paesaggio sacro, nell’altrove.
Le opere, come era nella premessa dell’invito rivolto agli artisti, sono state tutte donate alla Chiesa palermitana e al Suo Vescovo Mons. Paolo Romeo affinché possano essere esposte in pubblico.

Palermo, 13/07/2008 Francesco M. Scorsone

Le “solide e robuste gambe” di Château des Réaux

Giovedì, Luglio 3rd, 2008

Che le gambe, quelle umane per intenderci, nella storia abbiano avuto un’importanza determinante è indubbio. Vitali, vincenti, accattivanti, ammalianti, vigorose, erotiche, divine e così via, sono una prerogativa del corpo umano che si muove attraverso esse. A loro è affidata l’eleganza di un corpo o la caducità dello stesso. Dedicare quindi loro una mostra, o un evento, è un’idea sicuramente vincente che poggia il corpus dell’idea stessa su solide, per così dire, “gambe”: quelle del Castello di Château des Réaux a Chouzé sur Loire, sono certamente delle robuste, sicure e solide gambe perché si avvalgono di un sito importante (con circa 600 anni di storia) dimora prima della famiglia Bueil Briçonnet, casa dello scrittore e poeta Tallemant des Réaux poi e oggi del poeta ucraino Evgueny Yukhnytsya e sede della costituenda galleria d’arte moderna e contemporanea.
La scelta di dedicare anche un concorso a premi alle gambe, veicolandolo a mezzo internet, può lasciare perplessi per la enorme quantità di materiale propagandistico che esiste nella rete, ma quando le idee sono supportate da fatti concreti, quando l’organizzazione, oltre che ad essere presente in rete, ha una sua concreta visibilità attraverso comunicati, messaggi e paga soprattutto gli artisti di cui ha scelto di acquisire le opere per la collezione d’arte contemporanea, allora l’aspetto puramente informativo lascia il passo a quanto di fatto si sostiene da parte di coloro i quali si occupano d’arte: un’idea merita che venga sostenuta e divulgata a condizione che l’idea abbia la capacità di camminare con le proprie “gambe”. Aderire quindi all’idea del poeta ucraino Yevhen Yukhnytsya, proprietario di Château des Réaux, di raccontare il progetto per la realizzazione della galleria d’arte contemporanea sostenendo l’iniziativa in questione, cercando di darne spazio e concretezza e divulgandone l’operazione culturale, mi pare sia in linea con le scelte estetiche di chi scrive. Non vi è alcun dubbio che le condizioni di isolamento in cui versava la periferia artistica del “sud del mondo” è stata pressoché azzerata a seguito dell’entrata nelle nostre case di questo straordinario mezzo che è internet. Le distanze hanno finito di penalizzare gli artisti che vivono nella “periferia”. Attraverso il www si può essere presenti ovunque, in qualsiasi parte del mondo. Proprio questo mezzo ha permesso ad Antonella Affronti, di essere invitata dalla costituenda pinacoteca di Château des Réaux a far parte del gruppo iniziale di opere della galleria d’arte contemporanea e, trascinandosi Antonino G. Perricone, compagno di cordata con Totò Vitrano del gruppoerre, ha pensato bene di proporsi all’attenzione del direttore artistico del suddetto Castello francese il quale, in questi giorni, assieme al suo staff, sta lavorando al progetto: “Belle gambe di donna e di uomo nell’Arte all’inizio del Terzo Millennio”. Quasi incredula mi comunica che la sua opera “Mutazioni … del legno” (un dipinto di cm 120×90) è stata accettata dalla commissione internazionale della galleria di Château des Réaux costituita per l’occasione. Lo stesso è accaduto per l’opera di Antonino G. Perricone “Sopraffazione” (t.m. su tela cm 120 x 100). I due lavori sono stati accolti nella collezione permanente della galleria del castello. Questi due artisti da anni lavorano scambiandosi continuamente informazioni e soluzioni pittoriche. Le gelosie tipiche di questo mestiere sono state accantonate e la loro pittura è cresciuta in modo esponenziale. Il bisogno continuo di verificare attraverso le mostre o gli incontri con colleghi e critici d’arte, mettendo in discussione il loro operato, la loro produzione artistica, dà un senso maggiore al loro modo di essere artisti. Vale la pena sottolineare che recentemente due loro opere, assieme a pochissime altre, sono state accolte nella collezione permanente della Fondazione La Verde La Malfa di San Giovanni La Punta (CT). Inoltre nella prossima stagione artistica entrambi saranno impegnati nel ciclo di mostre: “Quando l’arte va in scena”, presso il Teatro Spicuzza di Palermo. Un ulteriore e importante impegno aspetta, inoltre, Antonella Affronti nella prossima stagione, che la vede impegnata in una mostra patrocinata dalla Provincia Regionale di Palermo in uno spazio convenzionato con la predetta Provincia.

Palermo, 30/06/2008 Francesco M. Scorsone