Stefano Cumia da Tiqù con il suo Prologo

(Fr. Sco) Non ho riserve ad ammettere la capacità affabulatoria, attraverso la sua penna, di Emilia Valenza. Lei infatti è tra i pochi critici d’arte che, quando scrivono qualcosa o recensiscono una mostra, riescono a farti capire ciò che vogliono dire: una qualità che in pochi hanno.
Diceva spesso un mio vecchio amico sindacalista, purtroppo scomparso: se vuoi farti capire parla come chi ti ascolta e scrivi ciò che puoi comprendere leggendo. Purtroppo da qualche tempo non è più così. Chi scrive usa mettere delle parole in sequenza, salvo poi chiamare il traduttore per decodificare ciò che è stato scritto. Mi è sempre piaciuto il modo di scrivere di Emilia. Arriva diritto alla questione, al nocciolo delle situazioni. Raramente tergiversa ma entra nel vivo delle cose. Nella sua introduzione al “prologo” di Stefano Cumia, “leggendo” questo “primo capitolo” è come se stessimo leggendo un romanzo, saltando qualche capitolo, abbiamo la sensazione di non riuscire a legare fra loro i diversi capitoli per avere una idea chiara del “romanzo”. Un grande aiuto ci viene da Emilia Valenza che, con il suo testo “prologo” accompagnando “il capitolo” di Cumia, affresca con toni colorati molto morbidi la mostra permettendoci una visione più omogenea del progetto dell’artista. In questo senso avvertiamo un modo diverso di progettare un quadro o forse meglio sarebbe dire un ciclo di opere perché sembra che l’artista intenda procedere per “capitoli” e cioè una serie di piccole opere mirate a raccontare quella linea sottile sulla quale danzano situazioni letterarie ed artistiche. Le sei piccole tele esposte al Tiqù narrano per così dire una serie di avvenimenti apparentemente slegati fra di loro ma certamente facenti tutti parte di un grande progetto forse un po’ surreale, a metà strada tra il sogno e l’incubo. Ne rimaniamo piacevolmente affascinati; forse perché siamo tentati di volerci dare una spiegazione alle diverse tessere esposte, forse perché in qualche maniera vorremmo riunirle diventando così partecipi di un gioco infantile; forse perché a nostro modo vorremmo raccontarla noi la storia che l’artista ha ben definito in quelle piccole tessere? Un dato è certo: anche se siamo stati spiazzati dal progetto iniziale “Full Months” un quadro un mese” (un progetto ideato da Gianni Chiung Chin ed Emilia Valenza che prevedeva una grande opera significativa per ogni artista e per ogni mese) abbiamo voluto mentalmente astrarci dal progetto iniziale calandoci nella piccola mostra di Stefano Cumia analizzando così come sono le sei opere esposte. Sono segnali di una memoria ancestrale, di un vissuto remoto, sono i segnali del “cuntu”. Ecco credo che l’opera di Cumia cominci proprio dal “cuntu” in cui molto spesso ciò che legherà le singole tavole sarà la sua capacità di raccordarle attraverso il racconto. Scrive Emilia Valenza: “(…) Stefano Cumia ha dipinto un prologo. Ha composto una serie di episodi, prodotti da un unico ragionamento, e tutti insieme precedono un prossimo componimento (…)”.
La mostra è visitabile presso il Tiqù Via Enrico Albanese n. 24 Palermo fino al 27 maggio 2009 dalle 19.00 alle 24.00 tutti i giorni lunedì escluso.

Palermo, 17/05/2009 Francesco M. Scorsone

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