Da Satura a Genova fino al 6 maggio 2009 - Espongono T.Arscone – C. Sireci – D. Fanciulli e G. D’Amico

Quattro sono gli eventi messi in cantiere contemporaneamente dall’Associazione Satura di Genova, Piazza Stella n. 5, a far data dal 18 aprile e fino 6 maggio 2008. Quattro momenti per quattro mostre personali di altrettanti artisti: Tommaso Arscone alla Sala Maggione; Claudio Sireci alla Sala Prima; Domenico Fanciulli alla Sala Colonna e Giulio D’Amico alla Sala Portico. Presentati da altrettanti critici d’arte quali: Erika Bailo, Emanuela Trevisan, Ferruccio Giromini e Maura Ghiselli.
Ma procediamo con ordine: se dovessi essere chiamato a dare un giudizio sul testo di Ferruccio Giromini, a proposito della mostra di Domenico Fanciulli, il mio primo commento non potrebbe che essere positivo visto che il testo medesimo ha il sapore del racconto ma, soprattutto, per la nota del curatore che inserisce nella sua presentazione alla mostra una nota di ciò che è accaduto non molto tempo fa a Palazzo Reale di Milano: “Arte italiana 1968-2007″ e “Nuovi pittori della realtà” al PAC, entrambe occasioni espositive francamente alquanto deludenti circa la qualità media delle opere presentate. Ferruccio Giromini, nello specifico di questa mostra genovese, offre al lettore uno spaccato del fare dell’arte di Domenico Fanciulli in termini estremamente accattivanti, distribuendo sapientemente il suo vocabolario in confini molto misurati: ultracinquantenne, giovane, corpo umano, preferenza femminile, odoroso di catechismo parrocchiale, le carni che rappresenta, una carnalità da pornopoeta e così via. Sono termini usati dal curatore della mostra per descrivere l’operato dell’artista. Un artista che conosce disegno e anatomia, qualità ormai poco presenti nelle nuove generazioni. Le sue opere infatti danno la possibilità di una indagine particolareggiata sul corpo in quanto presentano quella forza comune solo ad artisti di un certo spessore. E io che, oltre a scrivere, faccio anche il gallerista sono particolarmente incuriosito da entrambi: sia da Ferruccio (nome che mi rimanda alla mente le antiche gesta di San Ferruccio martire “militante dell’esercito imperiale romano” e che, convertitosi al cristianesimo, fu lasciato morire in carcere per stenti), che da Domenico (vedi Domenico di Guzman Fondatore dell’Ordine dei Predicatori). La cosa mi incuriosisce perché le loro occupazioni, secondo il loro nome, dovrebbero essere esattamente opposte. Ma si sa se potessimo sceglierci il nome io mi sarei scelto Riccardo e non Francesco.
Tommaso Arscone, a cura di Erika Bailo, tra i quattro è quello le cui tendenze artistiche hanno molta attinenza con la corrente artistica meglio nota con il nome di pop art. Egli predilige i grigi e i rosa, per ciò che ci è sembrato di vedere. Ottima l’impostazione e la cifra stilistica improntata soprattutto verso l’iperrealismo. Ciò che interessa di questo artista è la capacità di focalizzare alcuni aspetti tipici del linguaggio pop. A metà strada tra quel gruppo di artisti giapponesi, americani e inglesi (da cui ebbe titolo la pubblicazione Sex Dreams edito dalla Taschen nel 1991) e l’altro straordinario artista, Alberto Vargas, veri e propri interpreti di quell’ammiccamento ammaliante e di sexappeal molto frequente nella pittura fin dall’inizio del secolo scorso e, in qualche caso, anche prima con una impronta della pittura ancora più incisiva ripresa oggi da artisti quali: Jenny Seville, Marilyn Manson, Lucien Freud, il vincitore del premio Cairo 2003 Matteo Bergamasco e tantissimi altri. Il taglio, a tratti fotografico, che imprime ai suoi soggetti sembra frutto di esasperata e ricercata perfezione e non aggiunge molto al suo lavoro di artista. Le immagini sono statiche rispetto agli artisti prima citati e, forse involontariamente, crea una sorta di cortina impenetrabile tra lo spettatore e l’opera.
Claudio Sireci a cura di Emanuela Trevisan, forse tra i quattro necessita di un approfondimento di particolare cura. “Percezioni della femminilità” con questo titolo presenta la sua mostra personale all’Associazione Satura. Questo titolo ci offre l’opportunità per fare un volo pindarico nel corpo femminile e femmineo. Le percezioni infatti non sono solo epidermiche, sono molto più spesso mentali e i fremiti e le aspettative percettive del contatto con un corpo spesso sono anticipate dalle sensazioni mentali. Sempre più spesso avvertiamo la voglia delle conoscenza di una femminilità altra. Scrive Emanuela Trevisan presentando l’artista: “Percezioni di femminilità” è ritratti di donne che nell’immaginario sono legati indissolubilmente alla sensualità, al bello, alla seduzione, alla grazia e al fascino, intesi non come sinonimi, ma come sfaccettature di un’unica gemma. Quanto di tutto ciò e realmente legato alla femminilità? Sarà appena il caso di interrogarsi anche attraverso le opere di Claudio Sireci su quanto possa essere diversa l’attenzione con la quale ci poniamo dinnanzi ad un opera che rappresenta la femminilità? Può una statua, come l’ermafrodita dormiente della Galleria Borghese, offrirci interesse per una valutazione della femminilità che non sia legata al corpo femminile ma più semplicemente al corpo? La risposta è incerta e sicuramente insincera. Percezioni di femminilità è un viaggio nell’essenza del femminile e non nella femmina cfr. Emanuela Trevisan.
Giulio D’Amico a cura di Maura Ghiselli è il più variegato sia nella scelta tematica che estetica del suo lavoro. Egli spazia dal cosiddetto graffitismo con opere come “Help God” ed “E’ come un sole” alle più cerebrali opere che si avvicinano alla scuola romana di Tano Festa quali “Me”. Ma è sostanzialmente l’opera “L’idea che ho di te” che lo lega agli altri artisti di questa robusta kermesse di Satura. D’Amico infatti sceglie questa accattivante figura per legare il “cosa” e il “come” agli altri artisti. “Cosa”: il nudo femminile in quanto tale “vestito” di una magica grazia non presente nelle opere degli altri artisti. “Come”: l’assoluta e divagata eleganza di questa presenza femminile, i palloncini sospesi come in un sogno in attesa di cadere non appena questo sarà finito, il paesaggio appena accennato, rendono l’opera carica di un misticismo religioso certamente non riscontrabile nelle altre opere. “(…) sentimenti, pensieri ed espressioni direttamente correlate in veste di metafore (…)” così si esprime Maura Ghiselli nel suo testo di presentazione della mostra per accentuare e consentire un accesso alla lettura dell’opera di Giulio D’Amico che di per sé risulta molto variegata e asimmetrica. La sua pittura non è una trasposizione di fatti e circostanze legabili l’uno all’altro ma tutte le opere sono apparentemente disgiunte. Pronte ognuna per affrontare tematiche diverse, ciascuna disponibile per la costruzione di un itinerario pittorico diverso. Sono della stessa opinione di Maura Ghiselli quando dice: Il “cosa” …e il “come” … sposati fra loro e ulteriormente accostati ad una buona dose di carica intimista ed introspettiva, possono considerarsi gli ingredienti vincenti che, dosati in maniera equilibrata, tengono in piedi ogni singolo pezzo dell’artista. Le mostre sono visitabili presso l’Associazione Satura, Piazza Stella n. 5 Genova, fino al 6 maggio 2009 da martedì a sabato dalle 16.30 alle 19.00.

Palermo, 23/04/2009 Francesco M. Scorsone

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