Le due facce di una stessa società irriguardosa e generosa
“Non nutro più alcuna speranza per il futuro del nostro popolo, se deve dipendere dalla gioventù superficiale di oggi, perché questa gioventù è senza dubbio insopportabile, irriguardosa e saputa. Quando ero ancora giovane mi sono state insegnate le buone maniere ed il rispetto per i genitori: la gioventù di oggi invece vuole sempre dire la sua ed è sfacciata. (Esiodo 700 a.c.)”
Capita spesso che ci facciamo un’idea non propriamente corretta del rapporto tra giovani e anziani. Si dice sovente e certamente è vero che i giovani desiderano la loro indipendenza, che vogliono vivere la loro vita fuori dagli schemi familiari e dalle “dittature” dei genitori.
Fatto incontrovertibile se si pensa alle diverse città universitarie, Pisa, Perugia, Bologna, per certi versi, anche Roma e all’estero: Berlino, Barcellona, Parigi e così via. Città nelle quali (soprattutto Pisa e Perugia) la vita scorre all’insegna dello studio, ma anche e oserei dire in particolare del divertimento. Fiumi di alcool e di birra scorrono senza limiti e contrassegnati dalla trasgressione e dal sesso. Tutto o quasi diventa “strada percorribile”. Una trasgressione portata al limite della materiale e legittima routine. Ora, se da una parte, la gioventù dà libero sfogo agli istinti irrefrenabili tipici e insiti dell’età che attraversa - anche per l’assenza del “freno” della famiglia che in molti casi funge da “grillo parlante” - ponendo in campo una messinscena poco credibile nel tentativo di crearsi uno spazio nella società “bene”alla quale credono di appartenere pensando ad un futuro fatto di masters che danno prestigio e titoli; dall’altra parte esistono situazioni che fanno riflettere e ricredere su quanto prima detto. Esiste infatti una maggioranza silenziosa di ragazzi che costruisce giorno dopo giorno il paese in cui vive, con lo stesso impegno dei loro padri, esercitando una silenziosa e senza strombazzamenti presenza costruttiva.
In questi ultimi giorni che ho trascorso in ospedale, senza mio piacere, mi sono reso conto di quanto amore e dedizione possano regalare le figlie al proprio padre ultraottantenne chiamandolo papino e cambiandogli il faldone. Sono ragazze come le altre, con i loro problemi, con i loro figli, con le loro case da accudire, con i capricci dei loro mariti, ma che non hanno dimenticato quanto sia importante la propria famiglia. Il primo nucleo che andrà a completare, gradino dopo gradino, la società che tanto più onesta e corretta sarà quanto più è forte il nucleo di appartenenza (salvo degenerazioni delinquenziali e mafiose). E, se da una parte, esistono ancora figlie e figli il cui comportamento è ineccepibile, parimenti assistiamo a compagne fedeli giovani e meno giovani nei cui sguardi, nei cui gesti nei confronti dei loro congiunti ammalati vi è sempre una parola generosa e mai un lamento. Ne ho conosciuto una che non ha abbandonato neanche un istante il marito. Quell’affetto, quell’amore che certamente non è fatto di sesso ma di puro e sincero sentimento. Donne che vivono, forse ingiustamente, all’ombra dei loro uomini.
Mi chiedo spesso: in che società viviamo? Di quali amori ci nutriamo? E se fossero quelli di Moccia? Troppo caramellosi, poco credibili e particolarmente infantili. Sono amori che nascono tra i banchi di scuola e molto spesso si esauriscono nell’arco di una stagione. Anch’io qualche tempo fa sono stato vittima di Federico Moccia con “Ho voglia di te” ma mi rendo conto che non è con un libro che si conquista o riconquista un amore, non è con un mazzo di fiori che si manifesta la particolare dedizione al proprio amore, sono momenti importanti perché accompagnati dal pensiero, ma estremamente esteriori. Personalmente sarò un inguaribile romantico ma mi piace pensare, mi piace guardare quella donna che, quando si illumina per una piccola, piccolissima vittoria, sorride come se avesse vent’anni.
Palermo, 24/03/2009 Francesco M. Scorsone