Archivio di Luglio, 2008

Mimmo Paladino a Palermo con il suo Don Chisciotte

Sabato, Luglio 26th, 2008

Se avessi bisogno di una controfigura, certamente sceglierei Don Chisciotte; non perché mi somiglia fisicamente e avrebbe la capacità di sostituirmi nelle imprese più disperate, ma perché io gli somiglio per la mia incapacità di affrontare in maniera ragionata le asprezze e i pericoli a cui vado incontro pur di difendere un’idea, un principio al di là di ogni ragionevole speranza. Un po’ come Don Chisciotte.

Abbiamo tutti questa ingannevole, oscura
benedetta passione per la verità
Che non è vera se non è anche sogno.
Vogliamo inventare una futura
era di bellezza e di libertà.

Questi versi tratti da una splendida e quanto mai azzeccata poesia di Giuseppe Conte per definire la psicologia di un personaggio “mitologico” come Don Chisciotte - scritta e inserita nel catalogo di Mimmo Paladino per la sua mostra “Don Chisciotte a Palermo” esposta fino al 14 settembre 2008 nella restaurata ala della Sala della Cavallerizza di Palazzo Sant’Elia a Palermo – sono e fanno parte integrante delle tavole illustrative dell’opera dell’artista beneventano in questa sua ultima fatica. Incisioni, collages, acqueforti, impressioni tipografiche, acquerelli, un corpus di circa 60 lavori esposti al pubblico che danno la sensazione di un ben più nutrito numero di opere realizzate nel corso del 2006 per la splendida pubblicazione edita dall’Editalia e tirata in 120 esemplari. A queste si affianca l’opera originale: un volume di grande formato cm 62 x 47 piegato e non rilegato che è in mostra ma che, a differenza delle tavole tutte esposte, non è ovviamente per ragioni di opportunità sfogliabile. Un’opera quella di Mimmo Paladino che racconta in maniera indagatrice quella che è stata la vita di questo hidalgo nato dalla penna di Miguel Cervantes e che in quattrocento anni di storia è riuscito, grazie al suo modo piuttosto pittoresco, infantile e passionale di vedere ogni cosa, di porsi all’attenzione del grande pubblico.
Consci così come siamo di combattere a volte una sorta di battaglia perduta e senza speranza ci separa da Don Chisciotte questa consapevolezza. Una consapevolezza che sembra non avere mai sfiorato la mente di Don Chisciotte della Mancia. Un cavaliere senza macchia e senza paura, sfortunato fino alla fine dei suoi giorni, condannato a morire nel suo letto con tanto di testimoni, ivi compreso anche un notaio e non, come normalmente è dato ai cavalieri di ventura: una morte nobile, brandendo la “durlindana”, durante una epica battaglia tra cristiani e musulmani, tra ricchi e oppressi o magari tra ribaldi approfittatori di vergini e indifese fanciulle. La sua morte non verrà cantata da cantastorie, non ci sono ribaldi da citare nelle tormentate ed enfatiche frasi che avrebbero potuto declamare i nostri cuntastorie da Ciccio Busacca a Vito Santangelo e, per altri versi, ai Cuticchio solo per citarne alcuni. La sua morte passa inosservata con le fredde parole dell’ultima tavola della mostra: “in breve dopo aver esecrato i libri di cavalleria, la morte di Don Chisciotte giunse”. Il freddo e malfermo tavolo su cui è disteso il cavaliere dei cavalieri nel momento della sua morte, con la spada, compagna fedele di tante “battaglie” che non fa più paura, abbandonata a terra, senza “vita” come Don Chisciotte.
Palazzo Sant’Elia Palermo. Ingresso gratuito. Catalogo € 20,00 con testi di Demetrio Paparoni, Corrado Bologna e Roberto Alajmo. La mostra è stata realizzata con il patrocinio dalla Provincia Regionale di Palermo.

Palermo, 24/07/2008 Francesco M. Scorsone

L’arte non è cosa da poco ma è cosa per pochi.

Sabato, Luglio 26th, 2008

Pensavo che il mondo dell’arte fosse scevro da intimidazioni, minacce, diffide, offese personali al limite della decenza e invece, ahimè, mi sbagliavo. Pensavo di essere libero di esprimere il mio pensiero attraverso la scrittura e invece, ahimè, mi sbagliavo. Non mi sono bastate le lunghe conversazioni con amici artisti e critici d’arte tra cui il tanto discusso, nel bene e nel male, Francesco Carbone, i quali sostenevano e sostengono che è meglio non scrivere quando non si è convinti che ciò che abbiamo visto merita la nostra attenzione. Distogliermi dal partecipare liberamente con il pensiero e la scrittura quando vado per ragioni di lavoro o per diletto a vedere una mostra - vuoi perché sono sempre alla ricerca di nuovi talenti o magari per capire come si muove il risicato mondo dell’arte della nostra regione - non è facile. Chi si occupa d’arte lo sa: artisti, critici d’arte, operatori culturali, opinionisti e collezionisti d’arte, da sempre hanno espresso in piena libertà la loro opinione anche in accese e interminabili discussioni notturne, con la conclusione che ognuno rimaneva della propria idea.
La parola e la scrittura sono state sempre libere da condizionamenti estetici (per quanto il momento storico lo consentisse). Ognuno, in questo variegato mondo artistico che ospita con molta generosità e a volte con troppa e immotivata generosità: maestri di chiara fama, artisti di strada, giovani rampanti dell’accademia, appassionati e/o neofiti della pittura, insomma chiunque a diverso titolo si interessa di pittura o scultura, ha sempre accettato le regole del gioco. L’artista produce i suoi lavori che di volta in volta espone sottoponendosi al pubblico giudizio e il critico, l’opinionista, il giornalista, il gallerista, il mercante o non so chi altri in maniera a volte, perché no, anche faziosa esprime la sua privata o pubblica opinione. È stato sempre così da quando i pittori dipingono. Avere l’approvazione o la disapprovazione che il tuo scritto è confacente al desiderio dell’artista personalmente non mi ha mai interessato particolarmente se non per la affinità in termini di chiave di lettura che posso avere con l’artista relativamente alla sua opera. Il mio interesse sulla pittura e sugli artisti è stato sempre di carattere squisitamente professionale. Non ho mai accettato compensi di alcun genere, di nessuna forma e a nessun titolo. Non mi interessano.
Cerco, per quanto possibile, di usare la parola. Diceva Eduardo De Filippo nella sua celeberrima commedia “Ditegli sempre di si”: “per ogni cosa c’è la parola” ed io di questa mi voglio avvalere: la parola. Mi vengono spesso in mente le parole di Bruno Caruso quando gli chiesi nel suo studio romano: perché molte delle tue figure mostrano la bocca aperta? E lui mi rispose: “una bocca chiusa è una bocca che non ha niente da dire”, non aggiungendo altro. Era il 1984, l’allusione era chiara anzi chiarissima. Nella mia modestissima attività di “operatore culturale” ho incontrato grandi, grandissimi maestri dell’arte contemporanea e il mio enorme stupore è stato quello di constatare la loro straordinaria disponibilità al dialogo e alla generosità. Sono persone fuori dal comune, usano un linguaggio semplice, diretto. A volte preferiscono non parlare del loro lavoro lasciando ad altri il compito di argomentare, di elucubrare, di fare congetture sui loro quadri. Raramente inveiscono contro chi non è d’accordo con il loro pensiero cercheranno invece di capire il perché del loro dissenso. Ma si sa l’artista è stato sempre un’altra cosa rispetto all’enorme quantità di produttori di tele dipinte buone solo per i mercatini domenicali.

Palermo,23/07/2008 Francesco M. Scorsone

Mimmo Germanà – Dionisiaca gioia.

Martedì, Luglio 15th, 2008

Il Museo Archeologico Regionale di Agrigento ospita fino al 20 luglio 2008 una mostra retrospettiva di Mimmo Germanà per il ciclo di mostre Passato Futuro – Artisti di Oggi al Museo Archeologico a cura di Francesco Gallo. L’idea di una serie di mostre d’arte contemporanea presso questo luogo prestigioso sembra dover stridere sia con la classicità dell’ambiente che con la natura stessa delle opere tutte improntate alla modernità; a quella corrente artistica che è stata definita da Achille Bonito Oliva “Transavanguardia” per significare il concetto di superamento delle avanguardie imperversanti in tutto il continente, e non solo, fin dalla fine del secondo conflitto mondiale, anche se avvisaglie - in questo senso - si erano già manifestate nel corso della seconda guerra mondiale con gli artisti esuli europei negli Stati Uniti. La discesa in campo di un critico d’arte, verso la fine degli anni Settanta, come Bonito Oliva dette un corpo “solido” alla pittura e non “evanescente” come spesso accadeva tra gli artisti concettuali di quel periodo. Egli costituì, con un gruppo di artisti quali: Enzo Cucchi, Mimmo Paladino, Nicola De Maria, Francesco Clemente, un movimento (transavanguardia) che sembra abbia visto la luce nel 1979 nel corso di una Rassegna Nazionale d’Arte Contemporanea che si teneva ad Acireale, ma che in poco tempo si affermò oltre oceano in modo quasi imprevedibile tanto era il bisogno di arte “allo stato puro” (quella dipinta tanto per capirci). Riprendendo l’aspetto visionario e scapestrato della pittura fauves questo gruppo si impose all’attenzione della cultura internazionale in modo talmente “forte” tanto che lo porterà ad esporre, su invito, alla Biennale di Venezia nel 1987. Ma Mimmo Germanà costituisce in questo campo una sorta di precursore dell’intero movimento della Transavanguardia. Egli infatti viene invitato alla Biennale di Venezia già nel 1980 alla sezione Aperto ’80. Considerato un maestro, un artista primitivista, simbolista, per lui viene coniato il termine “espressionista mediterraneo”, Minno Germanà ci lascia a soli 48 anni stroncato dall’AIDS. Lui siciliano di razza (nato a Catania nel 1944 muore a Busto Arsizio nel 1992), ha portato in giro per il mondo quella vitalità fatta di voglia di riscatto per i torti subiti dagli abusi dei potenti (dichiarati e non) insita nelle generazioni post belliche. La sua pittura è forte, decisa senza ripensamenti. Sciabolate di colore fendono la tela colorandola di rosso, verde, azzurro, ricavandone figure “dionisiache”, così le ha definite Francesco Gallo nella sua presentazione in catalogo, addolcendole poi - come usava fare Marc Chagall - con tratti del viso morbidi, senza spigolature, segnati dal quel misticismo angelico pari a tutta quella cultura barocca tipica in gran parte della Sicilia. Una lettura attenta di questa mostra ci presenta un Germanà poco conosciuto. Scopriamo nelle sue tele un grande bisogno di ritrovarsi in una famiglia nella quale gioire per le piccole cose come una gita al mare vedi Acquatico 1989 olio su tela cm 130 x 160 o, magari, vivere insieme al proprio compagno/a le grandi passioni della vita. Molte sue opere ne sono la testimonianza: Giochi nell’acqua, 1980; Bagnanti, 1990; Azzurro, 1989; Al Bagno, 1989; tutte di grande formato che denotano anche l’impegno profuso nella loro realizzazione giacché erano già presenti i segni della malattia e dell’indebolimento fisico. Germanà rimane comunque, nell’ambito della pittura contemporanea, un unicum che, anche se ripetibile, non certamente eguagliabile. Museo Archeologico Agrigento fino al 20 luglio 2008. Catalogo in galleria.
Palermo, 10/07/2008
Francesco M. Scorsone

15 artisti italiani interpretano la Via Crucis

Martedì, Luglio 15th, 2008

Un cammino, quello della Via Crucis, (termine abusato e non appropriato per manifestare il proprio impegno, la propria “passione” in qualunque momento della nostra vita), un termine che vuole significare spossatezza, stanchezza, logoramento, fatica, stress etc. di chiunque si prende la croce per una qualsiasi forma partecipativa d’arte o altro che ci vede direttamente o indirettamente, impegnati, coinvolti in maniera totale a condurre un evento per vie dritte o traverse che siano, verso un percorso molto spesso irto di difficoltà operative ed estetiche. Bisogna fare i conti con la gente, con la rappresentazione di Cristo, un’icona estremamente nota, cara ai fedeli di Religione Cristiana presenti in tutto il mondo e rappresentarlo in modo diverso che non sia un giovane biondo o quasi si rischia una sorta di incriminazione una specie di pubblica gogna per averlo rappresentato come con molta più probabilità Gesù era. La stessa rivoluzione operata dal regista americano Mel Gibson sia in termini iconici che interpretativi (il copione del film era in latino e aramaico) non aggiungeva nulla alla spettacolarizzazione se non l’aspetto violento di alcune scene. Peraltro le precedenti opere teatrali e cinematografiche sulla Via Crucis non avevano mai posto in risalto una icona di tipo diverso da quella tipica delle popolazioni ugro finniche. Nella iconografia moderna e con l’avvento di correnti artistiche vicine all’informale e all’astrattismo, questo aspetto del Cristo anche se non del tutto è stato risolto affidando come spesso accade al colore la soluzione di alcuni problemi iconici.
La mostra in corso al Palazzo Arcivescovile di Palermo fino al 24 luglio 2008 ha visto impegnati 15 artisti, di chiara fama nazionale e internazionale come Turi Sottile, Salvatore Provino, Alessandro Monti, Togo, Luciana Anelli, Franco Nocera, Paolo Malfanti, Sebastiano Caracozzo, Giuseppa D’Agostino, Antonino Liberto, Antonino G. Perricone, Filippo Scimeca, Giuseppina Riggi, Tanina Cuccia e Giuseppe Tuccio. Impresa ardua e senza non poche difficoltà è stata quella di far convivere le diverse anime della pittura: figurativa e astratta. Ma gli artisti, come spesso accade, ce l’hanno messa tutta per realizzare un’opera che, pur rimanendo fedele allo stile e alla tecnica che li ha contraddistinti nel corso della loro carriera artistica, è leggibile oltre lo stesso pensabile. Gli apprezzamenti espressi dagli intervenuti, nel corso della serata inaugurale della mostra, primo fra tutti quello dell’Arcivescovo di Palermo Mons. Paolo Romeo che, citando Paolo VI prima e Giovanni Paolo II, ha voluto sottolineare come la Chiesa di Cristo è vicina alle pulsioni e alle impazienze che arrivano dal mondo dell’arte. Ma tutti gli interventi sono stati imperniati sia al ringraziamento agli artisti che hanno donato le loro opere e al Centro Diocesano per le Confraternite che, assieme all’Associazione Culturale Studio 71, hanno elaborato il progetto per la realizzazione dell’evento. La mostra è stata patrocinata dalla Provincia Regionale di Palermo che ha finanziato il catalogo nel quale sono presenti testi di: Mons. Paolo Romeo, Arcivescovo di Palermo, Giovanni Avanti Presidente della Provincia di Palermo, Mons. Giuseppe Randazzo, Direttore dei Beni Culturali della Curia di Palermo, Mons. Salvatore Lo Monte, Roberto Clementini e Loreto Capizzi per il Centro Diocesano Confraternite, di Vinny Scorsone con un testo su Tradizione e contemporaneità e di Aldo Gerbino con un omaggio a Michele Dixitdomino dal titolo: Nel paesaggio sacro, nell’altrove.
Le opere, come era nella premessa dell’invito rivolto agli artisti, sono state tutte donate alla Chiesa palermitana e al Suo Vescovo Mons. Paolo Romeo affinché possano essere esposte in pubblico.

Palermo, 13/07/2008 Francesco M. Scorsone

Le “solide e robuste gambe” di Château des Réaux

Giovedì, Luglio 3rd, 2008

Che le gambe, quelle umane per intenderci, nella storia abbiano avuto un’importanza determinante è indubbio. Vitali, vincenti, accattivanti, ammalianti, vigorose, erotiche, divine e così via, sono una prerogativa del corpo umano che si muove attraverso esse. A loro è affidata l’eleganza di un corpo o la caducità dello stesso. Dedicare quindi loro una mostra, o un evento, è un’idea sicuramente vincente che poggia il corpus dell’idea stessa su solide, per così dire, “gambe”: quelle del Castello di Château des Réaux a Chouzé sur Loire, sono certamente delle robuste, sicure e solide gambe perché si avvalgono di un sito importante (con circa 600 anni di storia) dimora prima della famiglia Bueil Briçonnet, casa dello scrittore e poeta Tallemant des Réaux poi e oggi del poeta ucraino Evgueny Yukhnytsya e sede della costituenda galleria d’arte moderna e contemporanea.
La scelta di dedicare anche un concorso a premi alle gambe, veicolandolo a mezzo internet, può lasciare perplessi per la enorme quantità di materiale propagandistico che esiste nella rete, ma quando le idee sono supportate da fatti concreti, quando l’organizzazione, oltre che ad essere presente in rete, ha una sua concreta visibilità attraverso comunicati, messaggi e paga soprattutto gli artisti di cui ha scelto di acquisire le opere per la collezione d’arte contemporanea, allora l’aspetto puramente informativo lascia il passo a quanto di fatto si sostiene da parte di coloro i quali si occupano d’arte: un’idea merita che venga sostenuta e divulgata a condizione che l’idea abbia la capacità di camminare con le proprie “gambe”. Aderire quindi all’idea del poeta ucraino Yevhen Yukhnytsya, proprietario di Château des Réaux, di raccontare il progetto per la realizzazione della galleria d’arte contemporanea sostenendo l’iniziativa in questione, cercando di darne spazio e concretezza e divulgandone l’operazione culturale, mi pare sia in linea con le scelte estetiche di chi scrive. Non vi è alcun dubbio che le condizioni di isolamento in cui versava la periferia artistica del “sud del mondo” è stata pressoché azzerata a seguito dell’entrata nelle nostre case di questo straordinario mezzo che è internet. Le distanze hanno finito di penalizzare gli artisti che vivono nella “periferia”. Attraverso il www si può essere presenti ovunque, in qualsiasi parte del mondo. Proprio questo mezzo ha permesso ad Antonella Affronti, di essere invitata dalla costituenda pinacoteca di Château des Réaux a far parte del gruppo iniziale di opere della galleria d’arte contemporanea e, trascinandosi Antonino G. Perricone, compagno di cordata con Totò Vitrano del gruppoerre, ha pensato bene di proporsi all’attenzione del direttore artistico del suddetto Castello francese il quale, in questi giorni, assieme al suo staff, sta lavorando al progetto: “Belle gambe di donna e di uomo nell’Arte all’inizio del Terzo Millennio”. Quasi incredula mi comunica che la sua opera “Mutazioni … del legno” (un dipinto di cm 120×90) è stata accettata dalla commissione internazionale della galleria di Château des Réaux costituita per l’occasione. Lo stesso è accaduto per l’opera di Antonino G. Perricone “Sopraffazione” (t.m. su tela cm 120 x 100). I due lavori sono stati accolti nella collezione permanente della galleria del castello. Questi due artisti da anni lavorano scambiandosi continuamente informazioni e soluzioni pittoriche. Le gelosie tipiche di questo mestiere sono state accantonate e la loro pittura è cresciuta in modo esponenziale. Il bisogno continuo di verificare attraverso le mostre o gli incontri con colleghi e critici d’arte, mettendo in discussione il loro operato, la loro produzione artistica, dà un senso maggiore al loro modo di essere artisti. Vale la pena sottolineare che recentemente due loro opere, assieme a pochissime altre, sono state accolte nella collezione permanente della Fondazione La Verde La Malfa di San Giovanni La Punta (CT). Inoltre nella prossima stagione artistica entrambi saranno impegnati nel ciclo di mostre: “Quando l’arte va in scena”, presso il Teatro Spicuzza di Palermo. Un ulteriore e importante impegno aspetta, inoltre, Antonella Affronti nella prossima stagione, che la vede impegnata in una mostra patrocinata dalla Provincia Regionale di Palermo in uno spazio convenzionato con la predetta Provincia.

Palermo, 30/06/2008 Francesco M. Scorsone