Mineo – Settimo Milanese - Termini Imerese - ultimi atti

Ho riflettuto molto prima di prendere carta e penna, come si dice in gergo, e scrivere questa mia riflessione a proposito di ciò che è successo a Mineo, Settimo Milanese e Termini Imerese e, più in generale, di quanto succede nel nostro paese da qualche tempo a questa parte.
Sono peraltro ancora molto freschi i miei ricordi aziendali circa le norme sulla rigidità delle leggi in materia di sicurezza aziendale a cominciare dal T.U. D.L. 30.06.65 N. 1124 e successive modifiche che poneva fine a una serie di intolleranze imprenditoriali sulla sicurezza dei lavoratori. Questo D.L. affiancava il D.P.R. 547/55, il D.P.R. 459/96 e il D.L. 494/96 i quali venivano nel tempo supportati da integrazioni di altre norme di carattere aziendale previste dai c.c.n.l. e, soprattutto, dalla legge 626/94, che stabiliva una nuova figura professionale all’interno dei luoghi di lavoro, denominata “responsabile per la sicurezza”, sulla cui preparazione professionale forse, sarebbe il caso di porre maggiore attenzione da parte degli enti istituzionali preposti al controllo. La legge in questione è stata peraltro superata con modifiche e integrazioni dal nuovo T.U. in materia di sicurezza Dlgs. 9 aprile 2008 n. 81 il quale comprende il riepilogo di quanto era già oggetto di sicurezza sui luoghi di lavoro.
Ma a quanto pare tutto ciò non basta a fermare la scia di tragedie annunciate sui luoghi di lavoro nelle diverse aree italiane. Non c’è regione d’Italia che non possa non essere considerata luogo ad alto rischio. Nei primi 5 mesi di quest’anno sono già 469 i morti accertati per infortuni sul lavoro. A poco serve il trend positivo che, a partire dagli anni Sessanta, ha visto anno dopo anno scendere sensibilmente il numero delle vittime passando da 4.500 morti sul lavoro all’anno a cifre inferiori di oltre 2/3 passando a 1.260 morti per infortuni sul lavoro.
Il numero degli infortuni mortali (considerata la scarsa presenza dei lavoratori a reparto, per effetto della centralizzazione dei reparti di produzione), dovrebbe essere bassissimo. Se non si darà una sterzata decisa con l’intervento e la partecipazione dei lavoratori i quali dovranno porre una maggiore attenzione per la propria salute, denunciando la insalubrità dei posti di lavoro anche perché le norme sempre più rigide in materia di sicurezza e permettono una maggiore pressione sui datori di lavoro. Le notevoli trasformazioni che via via si sono succedute hanno contribuito sensibilmente a gestire un nuovo rapporto tra impresa, parti sociali e lavoratori tali da consentire una migliore qualità della vita in fabbrica e sui luoghi di lavoro in generale. Si faccia leva su questo aspetto considerato che i dati, a partire in particolar modo da 2000 ad oggi, sono in fase decrescente e per assurdo “confortanti” fatta eccezione il dato in controtendenza del 2006:

morti sul lavoro tra industria e agricoltura

anno di riferimento 2001 - 2002 – 2003 - 2004 - 2005 - 2006 - 2007

morti accertati 1546 - 1478 - 1445 - 1328 -1280 - 1341 - 1.260

Ma allora mi chiedo: se i dati sulle morti bianche sono in continuo decrescente numero, perché dalla Tyssen Krupp di Torino della fine del 2007 ad oggi ogni giorno della settimana i nostri telegiornali si aprono con nuove morti? Rispetto agli anni precedenti cosa è cambiato nell’informazione? Forse che i morti fanno più notizia dei vivi? Forse è perché dobbiamo tenere sempre alta la tensione? Mi domando e domando perché. Beninteso, ho sempre considerato un morto sul lavoro una sorta di martire che si immola sull’altare del “impegno professionale” per le ragioni più disparate: vuoi perché bisogna far funzionare una macchina inceppata al più presto possibile e, fidandosi della propria esperienza, si tralascia quella norma che avrebbe potuto salvare la vita. Vuoi perché nell’estremo tentativo di aiutare un compagno di lavoro si mette a rischio la propria vita in un atto di solidarietà umana (questi atti di solidarietà non erano compresi nella polizza di assicurazione Inail che avevamo noi impiegati privati).
Vuoi per le imperizie di alcune imprese edili chiamate a ristrutturare palazzi cittadini o interventi urbani di altro tipo. Vuoi anche per quella innaturale negligenza congenita di alcuni lavoratori che per principio (anche quando vengono forniti dai datori di lavoro) non usano i mezzi di protezione infortunistica, come ad es.: guanti per elettricisti, elmetti, grembiuli per saldatori, scarpe antinfortunistiche, maschere antigas, cuffie antirumore, solo per citare alcuni elementi di ordinaria protezione. Vale la pena comunque considerare che in assoluto non esiste lavoro manuale privo di rischio, non per niente esiste l’assicurazione Inail. Quindi è ovvio dedurre che fin quando gli uomini saranno chiamati ad intervenire manualmente su macchine o cose la percentuale di rischio deve essere contemplata, perché l’infortunio si può annidare ovunque.
Certamente molto si è fatto ma molto altro si può ancora fare. La preoccupazione da parte delle organizzazioni sindacali, le quali hanno perso in questi ultimi anni parte dello “smalto” che le contraddistingueva circa le lamentele sui ritmi e sull’organizzazione del lavoro in fabbrica, non è del tutto infondata. La necessità di fare sempre più soldi da parte dei lavoratori, accettando per conseguenza le imposizioni dei datori di lavoro di ritmi sempre più stressanti, non aiutano ad avere quella serenità per affrontare la giornata lavorativa con la giusta attenzione. Se poi aggiungiamo le distrazioni date dai pensieri di una famiglia che non è più tale, di figli che non si sa che strade prendano quando decidono di riunirsi in branco, il timore di non farcela a fine mese con le diverse scadenze imposte dalle sempre più crescenti offerte “distrattive” della società consumistica, tutto ciò sta “costruendo” laddove non l’ha già “distrutta”, una classe lavoratrice sempre più distratta e impreparata.
Le recenti, ventilate avvisaglie del Parlamento Europeo incline a elevare a 60 o al massimo fino a 65 ore la durata massima settimanale dell’orario di lavoro, preoccupa non poco giacché il lavoratore sarà tentato, per guadagnare di più, ad assecondare la richiesta del datore di lavoro che irrimediabilmente sarà quella di scegliere l’opportunità di lavorare più ore, rispetto alle 48 settimanali.
Questa norma introdotta con R.D.L. n. 692 del 15 marzo 1923 e modificata, ma solo in parte, sotto la pressione dei sindacati nel corso di rinnovi di c.c.n.l. al fine di riconoscere ai lavoratori la percentuale straordinaria per le ore eccedenti la 40ª sembra che sarà irrimediabilmente mandata in soffitta, dopo essere stata il pomo della discordia per intere generazioni di lavoratori. Una norma introdotta circa 85 anni fa e per la quale non esiste settore lavorativo (dai metalmeccanici agli edili, dal terziario ai braccianti) che non abbia fatto battaglie durissime (molto spesso finite nel sangue) con il padronato per affermare il principio del tempo libero da dedicare alle proprie passioni, alla propria famiglia, agli amici e soprattutto avere lo stesso salario lavorando meno.
Abbiamo bisogno tutti di fermarci a riflettere, di farci la domanda più semplice possibile: dove stiamo andando? Non sarà il caso di guardarci “dentro” anziché guardare all’esteriorità degli altri?

Palermo, 15 giugno 2008 Francesco M. Scorsone

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