Fiammetta Bonura a Villa Cutò - Il piacere di ritrovarsi nelle “cose” che si fanno
Se è vero, come è vero, che chi scrive per mestiere deve avere la capacità di “buttare giù” qualcosa di qualunque genere purché funzioni; se è vero, come è vero, che basta saper mettere le parole una dopo l’altra - con senso definito e preferibilmente compiuto - che il gioco è fatto: allora l’articolo per un evento, mostra, manifestazione è “scodellato”, pronto per appagare la bramosia del destinatario di leggere, di leggersi, di sapere cosa ne pensa chi ha scritto di quel dato evento.
Chi al contrario scrive come il sottoscritto però, vive di emozioni, di sensazioni, ha bisogno di quella “insana” partecipazione all’evento. Il suo ritorno a “casa” deve essere sulla scia di cosa avrebbe potuto dire o fare in quella occasione parlando con questo o con quell’altro personaggio incontrato o incontrata alla mostra. È più forte di me. Ho bisogno di motivazioni. Di appigli. Di punti certi. Non mi piace affrontare una scalata, qualunque essa sia, con il dubbio che potrei non farcela. Nella sfida bisogna avere sempre e comunque la certezza della vittoria. Mi chiedo continuamente durante in mio rientro a “casa”: perché in una conversazione ha sempre “ragione” chi non permette a colui che ascolta di intervenire? Forse chi ascolta non ha la stessa capacità dialettica di chi parla? Forse perché è intimidito dal fiume di parole di chi sta pontificando in quel momento? Concettualmente chi parla trova in genere suggerimento da quella forma artistica contemporanea che trae l’ispirazione dal concetto dell’oggetto rappresentato. In questo senso, in quanto concetto e non soggetto, mi sento ispiratore della valanga di parole che mi vengono addosso dal mio interlocutore. Mi piace essere vittima lucida del mio presunto dialettico carnefice. Riesco a comprendere bene il suo pensiero su un determinato argomento, faccio scoperte sul temperamento, sul carattere, sulle tendenze politiche e culturali che non si immaginano neanche. Siamo sconosciuti che ci rapportiamo giorno per giorno con altri sconosciuti. Ci confrontiamo e scontriamo. Nel giro di qualche minuto abbiamo messo a punto tutto il potenziale di fuoco possibile. Si fa di tutto per lasciare in chi ti ascolta il tuo “marchio di qualità”. In questa ridda di considerazioni, perdi di vista il motivo della tua presenza in quel luogo, quasi ti scordi che sei andato li per vedere la mostra di sculture di Fiammetta Bonura.
Fiammetta. me ne aveva parlato più volte di questa mostra, avevo già visto alcune foto soprattutto dei suoi ultimi lavori e ciò che mi avevano maggiormente colpito erano le piramidi esplose ero curioso di vederle nelle loro forme plastiche, mi incuriosiva capire le motivazioni che avevano indotto l’artista a procedere verso lo squarcio aereo, di una struttura che vede per la maggior parte delle volte l’implosione di una costruzione piramidale. Ma allora perché l’esplosione di una struttura storicamente millenaria e indistruttibile? La necessità di volere ribadire il concetto della ribellione, dell’uscire fuori, dell’affermazione del concetto di energia che sta al centro di una piramide avendo questa la capacità di riceverla per diffonderla all’interno e, avendone accumulata in eccesso esplode? Un po’ come accade nella nostra psiche, quando si dà di testa, quando non se ne può più, quando la tensione accumulata va oltre il sopportabile e si scoppia. Proprio come le piramidi di Fiammetta. Gli accostamenti “tormentati” al lavoro di Arnaldo Pomodoro e al riferimento teorico sulle sue piramidi sono sfuggite all’idea della piramide di Fiammetta Bonura. Pomodoro pone all’attenzione nei suoi squarci provocati alle sue piramidi il frutto del genio creativo dell’uomo e della sua immortalità in particolare di chi è stato venerato in terra come un dio. I suoi interni sono ricchi di percorsi di illustrazioni come a volere significare che la struttura è stata realizzata per ospitare qualcosa o qualcuno. Al contrario quelle di fiammetta sono vuote perché chiamate ad accumulare energia e non materiali. È questa la differenza e, non è una differenza da poco. Se poi le strade dei due artisti necessitano di un percorso comune poco importa. Braque e Picasso, Degas e Renoir, Malevič e Rodcenko, Balla e Boccioni per citare alcuni sono tutti artisti che hanno fatto parte del loro percorso artistico-creativo insieme senza peraltro nel tempo perdersi. Ogni artista ha in sé una capacità non comune agli altri esseri umani, egli ha il dono di riuscire a trasferire al braccio il dettato della mente rendendo possibile in maniera quasi magica che un’idea diventi un oggetto destinato alla memoria. Mi chiedo spesso cosa avremmo ritrovato, nel tempo, se avessimo affidato alla parola le motivazioni della nostra arte anziché al segno. La mostra visitabile fino al 21 giugno 2008 presso Palazzo Cutò in Via Circonvallazione. Testo in catalogo di Emilia Valenza. Orari: da lunedì a sabato dalle 9.00 alle 13.00; da martedì a venerdì anche dalle 16.00 alle 18.00. catalogo gratuito.
Palermo, 11/06/2008 Francesco M. Scorsone