Le visitatrici dell’Abbazia di San Martino

Se mai c’era il bisogno di una conferma, la mostra “Le visitatrici� Otto artiste in Abbazia è la riprova che ormai di “spazi� per gli uomini ce ne sono rimasti ben pochi (salvo quelli della politica, ma è questione di qualche anno), anche perché gli uomini, indipendentemente dall’abito che indossano si sono particolarmente e pericolosamente “emancipati�, “evoluti�, si sono messi alla pari con il cosiddetto “sesso debole� se debole lo è mai stato. Sono diventati i nuovi mammi: allattano il bambino, (lo prevede una norma di legge da oltre venti anni fa), lo passeggiano la notte quando non
ha voglia di dormire, si preoccupano (giustamente) quando ha qualche febbretta, lo pesano, gli fanno il bagnetto, lo vezzeggiano, tendono soprattutto a diventargli amico. Sono finiti i tempi dei genitori autoritari, dei padri padrone, dei padri che ti assestavano un solido ceffone se sbagliavi, oggi esiste solo il ragionamento e se questo non è convincente per il bambino c’è il telefono azzurro. Faccio fatica a pensare quali problemi può risolvere questo strumento della moderna ossessione visto che le denunce di maltrattamenti sia sui bambini che sulle stesse donne, spesso si risolvono con l’omicidio della parte offesa. Ma questo è un altro discorso. Dovremmo aprire un capitolo dedicato alla tutela del cittadino e al sistema giudiziario. Per carità non ne parliamo proprio, sarebbe tempo perso.
La storia è ricca di avvenimenti politici e culturali in cui la donna è soggetto trainante e scatenante dell’avvenimento. Non c’è stato movimento di ribellione casalinga o di rivoluzione sociale che non porti il marchio femminile, che non sia stato causato dalle donne, dalla loro sottile e raffinata intelligenza, e a causa di esse: dal Ratto delle Sabine ai nostri giorni, passando per i Vespri siciliani, la rivoluzione francese, la guerra dello Yom Kippur o Ramadan etc. Gli scandali che coinvolgono personaggi pubblici hanno sempre a che fare con le donne o pseudo tali. Ne citiamo a caso qualcuno: John Profumo, Bill Clinton, Ronaldo, Max Mosley e potremmo continuare all’infinito con aneddoti e citazioni, a volte anche infondati ma, come si dice vox populi vox Dei. Ma per tornare alla mostra e alle sue donne: essa è dedicata anzi è fatta dalle donne: dalla curatrice all’ufficio stampa agli allestimenti alle schede delle artiste, insomma tutto è al femminile una sorta di regno delle amazzoni con isolati momenti dedicati agli uomini che, per la verità nella fattispecie, non sono riusciti a dare il meglio di se stessi, per quel poco che li conosciamo. Insomma le donne stanno facendo lo stesso errore che da millenni compiono gli uomini. Non c’è integrazione fra i due sessi, il dialogo è inesistente, ognuno cerca in maniera prevaricante di accomodarsi nello spazio dell’altro. E pensare che questa mostra (con la presenza di uomini) avrebbe potuto mettere in risalto ancor maggiormente le qualità delle donne perché è proprio un interessante spaccato della produzione artistica in assoluto della nostra realtà. Le otto artiste nella diversità della produzione, sia nella scultura che nella pittura, hanno dato, riuscendoci, il meglio di se stesse. Non ricordo a mia memoria una mostra collettiva fatta da uomini in cui la qualità complessiva avesse raggiunto una tale continuità di omogeneità artistica. Elena Ilardi nel tempo ci aveva dato un saggio del suo modo di essere artista, con incisioni e disegni su finti pentagrammi; la ritroviamo in questa mostra con una serie di sculture che lei chiama “progenitori� ma che hanno una loro vitalità e la stessa religiosità di alcune opere di De Chirico. Il “celestiale� colore delle sue tele: una salina dello Stagnone di Marsala, una marina con barche, che solo un errore di stampa ha reso simile a un paesaggio cupo di un autunno olandese, sono i nuovi traguardi di Elena che, in questi ultimi anni, ha preso consapevolezza delle sue notevoli potenzialità artistiche. Di altra e diversa natura sono i lavori di Marjolein Wortmann: i suoi grandi pannelli fatti di diverse tessere contengono tutti gli elementi di una cultura mediorientale, persiana forse, e in ogni caso di matrice nordafricana. Le opere presentano un componimento di ottimo impatto visivo. La cultura popolare e popolana dei quartieri poveri palermitani si amalgama perfettamente con quella ricca e opulenta di alcune realtà del Magreb. Ottime la scelte creativa e l’impatto estetico.
Non sappiamo con certezza se un albero spoglio e malinconico può diventare simbolo di rifugio e di evasione. Personalmente preferiremmo rifugiarci in alberi frondosi e possenti, magari delle querce o dei carrubi, ma è una nostra opinione, certamente sembra non sia quella di Stefania Cucciardi che preferisce gli spogli alberi di malinconici autunni parigini o forse anche palermitani. La malinconia non ha meridiani non ha paralleli. La malinconia ti prende e basta non c’è latitudine che tenga. Parigi, Palermo, New York sono solo punti geografici che ci occorrono per avere riferimenti certi, per non perderci. Spesso siamo costretti a fare il “punto nave� per avere la certezza di non essere fuori rotta. Crediamo comunque che questo aspetto dell’arte, l’installazione, può offrirci ancora approdi sicuri e la Cucciardi sembra possederli.
Tra le più sognatrici del gruppo sembra esserci Mariella Busi De Logu, forse perché conosco personalmente i luoghi di cui parla e me la immagino mentre ne scrive e li descrive nella sua intervista. Intenta a fotografare con l’iride le “sue� piante ne assorbe l’assorbibile per poi, nel chiuso del suo studio, elaborarlo con il ricordo trasferendolo sulla nuda carta. Sarà il nuovo giorno attraverso le sue passeggiate in bici a verificare i risultati della sua creatività.
Un esercito dalle sagome più disparate (pesce, polpo, sirene etc) ci accoglie nel salone, entrando. È stato sistemato simmetricamente a terra su una pedana bianca facendo risaltare il colore della terracotta. Per un attimo il pensiero corre all’esercito di argilla posto a guardia della tomba dell’imperatore cinese Qin Shi Huang composto da oltre settemila guerrieri. È l’esercito di Anne – Clémence De Grolée, artista raffinata, eterea come le sue installazioni sospese a mezz’aria tra soffitto e terra. Spesso biancheria intima e stoffe ricamate, rigorosamente bianche. In passato abbiamo avuto modo e piacere di apprezzarla in occasione della mostra - strano a dirsi - “omaggio ad Adamo�.
Ma è Daniela Balsamo in questa mostra che maggiormente capta la nostra attenzione. Forse perché il suo “lavoro� pur non essendo particolarmente inedito, trova posto perfettamente in ciò che meglio conosciamo. Lei è comunque tra gli artisti che da sempre hanno utilizzato la carta come mezzo espressivo: scritta, dipinta, con annotazioni. Tessere che come nei puzzle, si compongono, si incastrano, dettano all’artista la scelta estetica da seguire. Una carta che diventa oggetto, pigmento, volume. Le sue tessere di “carta� vengono modellate a seconda della necessità dell’artista, in relazione alla strategia “pittorica� che ha deciso di porre in essere. Le sue opere sono carne e sangue, sensi e inquietudine. La sua giovane (ma non troppo) età la pone al di sopra delle incertezze tipiche dei ragazzi. Lei sa quello che farà da grande e anche noi siamo convinti che vestirà il successo che prevediamo avrà.
Non ci piaceva usare, associandolo al grande scultore Alberto Giacometti il nome di Claire Fontana, ma le sue figure “scarificate� ce lo fanno ricordare oltremodo. Beninteso non è un fatto di per sé negativo, se mai è una implementazione, un riferimento certo, uno dei tanti aspetti che ha la scultura. La certezza di sapere modellare, prima ancora di dedicarsi a strane e imprecise manipolazioni simili a voli pindarici giustificati dalla parola è certamente un esercizio a cui Claire Fontana non è abituata e ciò ci piace molto. Come ci piacerà in futuro vedere fusioni più grandi. Non ultima, ma che abbiamo voluto trattare per ultima Esther Burger per il suo ricorso sostanzialmente al concettuale, per l’uso di materiali non tradizionali, di “ultima� generazione. Durante un viaggio in Polonia abbiamo avuto modo di visitare nel nostro girovagare per il paese alcuni luoghi tristemente noti. Ci chiediamo spesso cosa spinse la Germania a tanta insensata intolleranza verso una razza che non aveva niente di diverso dalla nostra se non la religione. Le tavolette di Esther Burger, come in un film, ci scorrono davanti agli occhi, ci permettono di captare emozioni antiche, certamente mai vissute personalmente. Esse rappresentano, come in una sorta di spettro evocativo, fatti gravi e luttuosi che non possono non avere coinvolto l’artista quando ha allineato sul muro le sue raffinate tavolette. La lettura delle sue singole tavole è comunque un viaggio in un mondo che, al di là dei “fantasmi�, non ci appartiene più. È solo memoria. La mostra, realizzata con il contributo di Abadir, è curata da Marina Giordano. Visitabile fino all’8 giugno 2008 presso l’Abbazia Benedettina di San Martino delle Scale – Palermo, catalogo € 3.00

Palermo, 30 maggio 2008 Francesco M. Scorsone

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