Artisti si nasce, non si diventa.

Sempre più frequentemente capita di essere invitati a vernissage di mostre di nuovi autori che si affacciano per la prima volta nel panorama variegato dell’arte contemporanea.
Se ciò comportasse un’analisi attenta, valutando quanto è stato fatto da autori ben più importanti (in un passato più o meno lontano); se il critico che ha l’incarico di introdurre l’artista, avesse scienza e coscienza, nel presentare il catalogo delle opere (quando questo c’è); se la galleria, ancorché accettare di ospitare chicchessia, sia pure mettendo a disposizione i locali facendosi pagare, facesse una selezione più accurata; se l’artista avesse l’umiltà (dote pressoché sconosciuta nei giovani e meno giovani) di affrontare in maniera risoluta forma e sostanza del quadro, cercando di porsi l’interrogativo che nulla è più inventabile se non dopo un attento e accurato studio della storia dell’arte, soprattutto contemporanea, per meglio capire da dove ci sono arrivate le idee che abbiamo la pretesa di spacciare per nostre, probabilmente avremmo meno “artisti� e forse più pittori. La differenza non è cosa da poco perché, come si sa, l’artista - in quanto tale - si può permettere delle sgrammaticature artistiche, mentre il pittore deve rispondere a regole ben precise, la sua pittura necessita di un progetto. Va da sé che è molto importante conoscere la “storia� dell’artista di cui ci si appresta a scrivere soprattutto quando questa non è contemplata in un catalogo o depliant che sia. Si tenta per quanto possibile attraverso domande, a volte anche retoriche o provocatorie, di capire i motivi scatenanti di una scelta anziché di un’altra, in particolar modo quando la differenza di tecnica e qualità varia da un quadro all’altro. La Sicilia, e in particolare Palermo, ci ha abituati fin dall’età della ragione di chi scrive (pressappoco dai tempi della Ricasoliana, luogo in cui assieme a delle opere di ottimi e promettenti artisti si imbucavano ogni altra sorta di pittori i quali producevano quadri al solo scopo di essere venduti e che oggi non valgono neanche la tela nuda, perché dipinta) ad accontentarci di ciò che “passava il convento�. Artisti scomparsi completamente dalla scena, dimenticati non tanto per volontà della critica o perché non più di moda, ma semplicemente perché non valevano niente, non avevano nessun back ground culturale. Si arrivava in Via Ricasoli, vi si piazzavano i quadri e si aspettava che succedesse qualcosa, che qualcuno si accorgesse dei tuoi lavori e magari li comprasse. Erano anni di notevoli fermenti. Da poco era arrivato, da Milano, Albano Rossi che scombussolò il pensiero culturale dei “bacchettoni� ottocentisti; era frequente incontrare nelle gallerie d’arte Franco Grasso (decano dei critici d’arte palermitani), il giovanissimo Aldo Gerbino e Francesco Carbone sul quale si incentrò tutta la ricerca sul concettualismo (termine pressoché sconosciuto a Palermo), sull’informale, e in particolare sull’optical e sulla land art. Carbone aveva fatto già la scelta di occuparsi, come critico d’arte, di un settore di cui poco si parlava. Aveva iniziato la sua personale battaglia per svecchiare una realtà artistica decotta e stantia. A quel tempo bastavano le divagazioni di carattere dialettico per convincere la gente a comprare o no un quadro, non c’erano né la televisione né gli imbonitori di turno che ti invitavano con minime rate mensili a comprare un quadro di “artista internazionale�. Eravamo in un altro mondo, fatto di piccole cose e di strane comparsate notturne ricasoliane e successivamente, complice l’apertura di diverse gallerie d’arte palermitane, a logorroiche discussioni sull’arte contemporanea e sulla sua utilità.
Oggi tutto ciò è solo un ricordo sbiadito e avvertiamo con una sorta di nostalgica malinconia che forse quel mondo, tanto criticato e bistrattato, non era tanto peggio del momento artistico che attraversiamo. In una sorta di corsa frenetica vi è il continuo tentativo di accaparrarsi spazi pubblici o privati, qualunque essi siano, per esporre le proprie cose, i propri lavori. Artisti di dubbio gusto (proprio come nella Ricasoliana e anche peggio) pontificano magnificando con elucubrazioni fatte in scantinati notturni, i loro sogni di grandezza divenuti quadri, complici amici burloni e critici prezzolati che spronano personaggi le cui opere sono di dubbio gusto a “concorrere� (come nella storica trasmissione televisiva “La corrida�) ad esporre il frutto della loro “ricerca� circondati dalla benevolenza di amici, parenti e colleghi, con scroscianti applausi finali. Fioriscono strani e inquietanti mercatini domenicali nei quali non si capisce cosa si vende, anzi dove si vende di tutto. Nessun controllo, siamo alla mercé del primo venuto. Luoghi della città che diventano terra di nessuno e nei quali tutto è scambiabile, tutto può diventare denaro (anche le cose più inutili e di gusto estremamente discutibile). Associazioni culturali di ogni tipo con richieste di finanziamenti pubblici senza decenza. Critici saccenti “laureano� discutibili e contorti artisti. Insomma una realtà al limite del surreale, nella quale l’unica cosa certa sono le incertezze della gente, del cittadino comune. Sembra di vivere in un quadro di Salvador Dalì o di Renè Magritte, con la speranza che non appena farà giorno tutto questo cesserà. Purtroppo non è così. Non ti sveglierai, sei già sveglio e con l’amara constatazione di vivere il tuo personale incubo in cui personaggi mitologici, come gli assessori alla cultura o i direttori di spazi espositivi, sono soggetti di cui si sente solo parlare ma di cui si ignora l’esistenza (con la sola eccezione della Provincia Regionale di Palermo). Fanno parte delle leggende metropolitane. Mi auguro e auguro per questa città, alla mia amata Sicilia giorni meno tristi, lontani dalle “orde barbariche romane� calate in questi giorni in ogni angolo di questa meravigliosa terra per raccogliere in maniera accattona voti per il trionfalismo romano di questo o di quell’altro schieramento politico. L’Italia sta perdendo la sua compagnia di bandiera, di contro la Sicilia porterà a Roma la sua “personalissima bandiera�. Vorrei chiudere questa breve riflessione sul mondo dell’arte con una frase che spesso sentivo dire a un mio caro e vecchio amico, purtroppo scomparso: un c’è chiu munnu.

Palermo, 04/04/2008
Francesco M. Scorsone

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