Archivio di Aprile, 2008

Anna Badagliacca - le felici contaminazioni della scuola di Scicli

Lunedì, Aprile 28th, 2008

Si sa. Chi scrive d’arte è sempre fazioso, vuoi perché la conoscenza è limitata alla sfera scolastica e comunque a quella acquisita nel tempo, vuoi perché gli studi fatti successivamente riflettono una frequentazione limitata ad una sfera di conoscenze orientate a delle scelte molto precise e in qualche modo settoriale, vuoi perché non sempre si è portati ad avere delle aperture mentali tali da entrare nel merito di tutto ciò che si vede in giro per il mondo soprattutto attraverso la window di internet. Ne consegue che il risultato di uno scritto recensivo di una mostra offre una chiave di lettura che, se non propriamente esplicita, offre spesso molti elementi di sani dubbi sulla validità della mostra in questione, proprio perché vista da un’ottica ad angolo acuto. Or bene è indubbio che le mostre che spesso ci è capitato di vedere a Villa Niscemi sono state di discutibile utilità culturale (ci è capitato peraltro di scriverne in modo molto critico e a volte la risposta dell’artista o di chi per lui è stata caustica e risentita, non tenendo presente che chi accetta di esporre le proprie opere in uno spazio pubblico è ovvio che accetta anche implicitamente che se ne possa parlare o scriverne in modo anche critico, almeno fino a quando non sarà abolita la possibilità di esprimere attraverso la parola o la scrittura il proprio pensiero. Speriamo che la limitazione, se mai arriverà, non mi trovi tra coloro i quali la dovranno subire). È proprio Villa Niscemi (oggetto di nostre passate attenzioni non particolarmente esaltanti) che ci offre lo spunto per scrivere di una mostra, quella di Anna Badagliacca che, tra tutte quelle che abbiamo visto da qualche tempo a questa parte in questo luogo, sicuramente si presenta, come si suol dire, bene. I quadri sono stati ben impaginati alle pareti, incorniciati in modo sobrio ed efficace ed è stata finanche predisposta una brochure con alcune opere e frammenti di testimonianze di professori che hanno seguito l’artista nel suo percorso formativo. Certo, ci sono evidenti affioramenti della pittura della cosiddetta scuola di Scicli ma ciò non disturba, anzi rende più interessante l’aspetto della mostra perché ci dà la possibilità di verificare come una “scuola� o una “tendenza� si evolve attraverso tutti coloro i quali si sentono da essa contaminati, condividendola nelle scelte tematiche, coloristiche o tecniche. Appare evidente che la contaminazione di una o l’altra corrente artistica, soprattutto se l’artista vive nel bacino del Mediterraneo e affonda le proprie radici nella pittura e nella cultura della scuola mediterranea, può risultare più evidente. Scicli, Caltanissetta o Palermo sono le tre “scuole� che negli anni si sono delineate e che possono essere degli indicatori di confronto per le nuove generazioni. Ne consegue che se fossimo chiamati quindi a dare una valutazione di merito sulla produzione di questa artista monrealese che, soprattutto nei lavori: Carpe Diem t.m. su tela del 2007; Lago Trasimeno, t.m. su tela cm 50 x 60, potremmo dire che è riuscita a dare un’impronta molto personale. La velata malinconia che emanano le sue tele ci permette di entrare in un mondo dalle atmosfere rarefatte, al limite del sogno, nel quale i contorni sono sempre sfumati e mai definiti. In questo senso possiamo affermare che il nostro giudizio al momento è positivo. Resta il fatto che sul versante dell’arte, e della pittura in particolare, ciò che conta è esserci e sempre al meglio delle proprie capacità cercando costantemente una possibilità altra, seguente, successiva e maggiormente impegnativa. Oggi ciò che deve spingere l’artista deve essere il sentimento della curiosità, di sapere, di capire che cosa sta succedendo intorno a sé. Cieco è colui il quale non vede pur avendo la vista o meglio ancora come dice il detto: non c’è più cieco di chi non vuol vedere. La mostra si concluderà il 7 maggio 2008 Galleria di Villa Niscemi Palermo. Orari dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00 tutti i giorni. Festivi dalle 9.00 alle 13.00

Palermo, 27/04/2008 Francesco M. Scorsone

Alla G.A.M. di Palermo il Mondo Babonzo di Altan, Stefano Benni e Pietro Perotti

Domenica, Aprile 27th, 2008

Alla Galleria d’Arte Moderna è di scena il mondo Babonzo di tre straordinari ed eclettici autori. Una mostra composta da 52 sculture create da Altan e Stefano Benni e realizzate in gomma piuma dalla genialità di Pietro Perotti. Tre audaci sessantenni che hanno deciso sulla scorta delle diverse esperienze: Altan (Francesco Tullio) autore di vignette politiche capaci di folgorare il più navigato politico; Stefano Benni, poeta, narratore, sceneggiatore, autore di oltre venti libri di racconti e romanzi, nonché di opere teatrali; Pietro Perotti (ex sindacalista e componente del gruppo storico assieme a Gianni Usai, Ebe Matta, Pasquale Salerno, Vincenzo Elafro di Mirafiori), oggi scultore e scenografo, vero e proprio genio della gomma piuma. Che la fantasia potesse scatenare soggetti e personaggi di un mondo surreale lo sapevamo, lo abbiamo sognato da bambini, molte fiabe spesso lo descrivono come una sorta di strano e impalpabile universo fatto di apparizioni e sparizioni e nel quale folletti e beoni sghignazzanti fanno dispetti a chicchessia. Ma se questo è il mondo “Babonzo� dei nostri sogni non lo è certamente quello del trio Altan – Benni e Perotti. Le loro sono specie estremamente bizzarre sia nel nome che nelle forme: un enorme pseudo scheletro di dinosauro la cui coda altro non è che un enorme tubo di scarico fognario con tanto di collo d’oca ci accoglie all’inizio della mostra. Seguono dieci esilaranti tavole realizzate da Altan sulla teoria della scomparsa dei dinosauri e ci sembra particolarmente interessante indicare nel nostro caso la n. 5 nella quale si legge che si sono estinti perché: amavano dipingere con le zampe e soprattutto con la coda, (un pò come adesso). Ma le opzioni sono tantissime e i personaggi, strabilianti e deliziosi, sono altrettanto numerosi: il Pinguino nero, Dorazzo, Narcisone, Mammut Maggiore o Big Leg (uno strano topo con un solo zampone) intorno ai quali gli autori hanno voluto tessere una storia inverosimile ma estremamente divertente. Ma l’attenzione del nostro viaggio all’interno di questo straordinario mondo fantastico è captata da un rosso e straordinario Camullo, da un grosso e grasso panino Mc Donald con le corna, da Sbronzalo (una strana e ubriaca ape che anziché portare il nettare succhiato dai fiori all’alveare se lo beve fino a sbronzarsi), dal Porcospino Autostradale che fa bella mostra di sé avendo imparato a corazzarsi di aculei di acciaio inox. La visita alla mostra è un continuo stupirsi di stranezze di questo mondo Babonzo nel quale ci troviamo a disagio non foss’altro perché la mostra (come è giusto che sia) ha la caratteristica di un luogo per bambini più che per adulti.
Animale Rubinetto, Checosèsauro, Baobab, realizzate dallo scenografo Riccardo Sivelli su indicazione degli autori troneggiano nelle sale dove è ospitata la mostra. Insomma una mostra da vedere, da raccontare, ispiratrice di nuove favole. L’orco cattivo è scomparso, il suo erede è il Camullo: diretto discendente dei draghi delle favole o se volete dal mitico Topo Argonauta, cacciato spietatamente per le sue tisane afrodisiache. I ragazzini, d’ora innanzi, avranno di che pascersi per addormentarsi cullati dai sussurri della mamma, sfinita da una giornata di lavoro, intenta a raccontare al proprio bambino le avventure del Gallo da Smog o dalla Viponia o magari dal Pappagatto.
Una mostra, comunque, che ha un notevole valore educativo per il messaggio che in essa è sottolineato. Il MUCI (Museo delle Creature Immaginarie) è un progetto educativo ambientale ed ha tra le sue finalità la realizzazione di un programma di AMREF che da anni si batte in aiuto del mondo africano per migliorarne le condizioni ambientali, per la ricerca di nuove fonti idriche e la costruzione dei relativi pozzi, per la prevenzione della malaria e di tutta una serie di malattie che negli ultimi anni hanno avuto una recrudescenza esponenziale. Da sottolineare come l’evento stia incontrando oltre che il favore della critica anche quello del pubblico palermitano sempre attento ad eventi di portata notevole anche se la mostra, partita da Milano per approdare a Genova, Napoli e Forlì è arrivata a Palermo ridimensionata forse perché il contenitore della GAM Sant’Anna è troppo piccolo o forse perché i palermitani potevano già essere soddisfatti di ciò che gli era stato dato. Forse era più giusto che la mostra fosse accompagnata da un libro per l’infanzia con la riproduzione di alcune delle tavole, per meglio stimolare sia la fantasia dei bambini a cui saranno destinate le risorse di gran parte del vecchio continente quando questo si sarà scrollato di dosso le guerre fratricide, ideologiche, politiche e non ultima la questione religiosa, sia la consapevolezza che deve affiorare negli adulti perché ognuno deve fare la sua parte.
Il calo turistico dato dai recenti fatti della guerra civile in Kenya ha di fatto bloccato gli stanziamenti governativi a favore dei Masai per rifonderli dalle stragi del proprio bestiame, preda di leoni e leopardi. Oggi per proteggere le loro bestie sono costretti a dare la caccia sia ai leoni che ai leopardi con grave danno dell’equilibrio faunistico di quel paese. Se non si corre ai ripari intervenendo politicamente per sanare la questione Keniota probabilmente in quel paese non ci saranno più turisti da portare in giro per la savana ad ammirare leoni e leopardi in libertà. Ma il mondo Babonzo di Altan, Benni e Perotti queste cose le ha messe in conto. Nella mostra infatti è inserito un percorso espositivo, curato da AMREF, “L’Africa che immaginiamo� che ricostruisce la diversa relazione tra l’Europa e per l’appunto l’Africa invitando il pubblico a focalizzare l’attenzione sia alle risorse che ai problemi anche da altri punti di vista.
La mostra, esposta alla GAM di Palermo Via Sant’Anna n. 21, patrocinata dal Comune di Palermo, dall’Assemblea Regionale Siciliana e dall’Agenzia Regionale per i rifiuti e le acque, è visitabile dal martedì alla domenica dalle 9,30 alle 18,30 (la biglietteria chiude alle 17,30). Costo del biglietto: intero 5,00 euro, ridotto 4,00 euro (gruppi di minimo 15 visitatori, over 60, giovani tra 19 e 25 anni, studenti universitari), Gratuito per giovani fino a 18 anni, scolaresche, studenti Accademia Belle Arti di Palermo, diversamente abili con accompagnatore. Il biglietto cumulativo (Mostra + Galleria) 9,00 euro.
Palermo, 27 aprile 2008 Francesco M. Scorsone

Ramon Hamidi e le sue “muse” inquietanti

Martedì, Aprile 22nd, 2008

Non v’è alcun dubbio: una attenta lettura di un dipinto molto spesso ci mette nella condizione di capire bene la personalità, l’animo umano, di colui il quale ha proceduto, pennelli alla mano, a realizzare il manufatto che siamo chiamati a giudicare, sempre che ne abbiamo la capacità. Questo dato o meglio questa premessa è fondamentale sia quando siamo in presenza di un giovane artista, e quindi tutto appare più facile perché i riferimenti ad altri maestri, il più delle volte, sono marcatamente evidenti, sia quando l’artista non è più giovane e la sua navigata esperienza gli consente di attingere, facendoli propri, frammenti della pittura di artisti storici elaborandoli in chiave moderna e contemporanea mimetizzandoli con il suo modo di esprimersi. Rimane il fatto che nell’uno e nell’altro caso facilmente si incorre in valutazioni o eccessivamente generose o estremamente critiche.
L’esercizio che viene “concesso� ai giovani autori di adottare termini roboanti per autodefinire il proprio modo di essere artisti non è sempre produttivo. Al contrario meglio sarebbe una più naturale terminologia che potrebbe definire una maggiore attinenza tra la produzione della propria ricerca estetica e il “luogo estremo� che andremo ad usare per definire la nostra pittura. Nulla toglie tuttavia, seppur in termini dialettici, che il tentativo di costruire, attraverso le esperienze che giorno dopo giorno acquisiamo dalla conoscenza data sia dall’approfondimento e dallo studio sia dal pratico esercizio di bottega, sia un fatto estremamente positivo per la crescita culturale. Ramon Hamidi, in questa sua mostra alla quale ha dato il termine “Metacubismo� per definire che la sua pittura è a metà strada tra la Metafisica di De Chirico e il Cubismo di Picasso, si presenta come un artista apparentemente incerto sul percorso che intende intraprendere e le sue opere a tratti manifestano questa incertezza, ma il pensiero, il termine di fondo che Ramon sviluppa dialetticamente ci fa ben sperare per un futuro in cui gli “ingranaggi� della sua pittura, liberati dal peso ingombrante di questi grandi padri della pittura, possano essere “oliati� da quella pittura mediterranea e solare che abbiamo già avvertito nelle tinte calde, presenti in tutte le sue opere esposte della mostra. Ma Ramon ha sviluppato anche i temi di molti pittori mediterranei da Renato Guttuso a Giuseppe Migneco, per fare qualche esempio. Il peso del lavoro (olio su tela cm 70 x 120), a cui facciamo riferimento in particolare, ci offre lo spunto perché pensiamo che proprio le opere che si allontanano dalla cosiddetta metafora del metacubismo sono le più interessanti. Hamidi è certamente un artista che se avrà la capacità di sviluppare questo aspetto dell’arte moderna, elaborando i temi della pittura sociale, avrà buone possibilità di affermazione. La tipicità degli artisti che vivono nel bacino del Mediterraneo gli offre un “visto� rilevante perché possa interessarsi a un tema, quello del lavoro, pressoché abbandonato dagli artisti contemporanei e di cui si sente forte la necessità del suo “racconto�.
In questo artista di origine iraniane è energicamente presente, sia per genitura che per quell’aspetto e quella fierezza, tipica dei popoli mediorientali, la voglia di affermarsi. Avere debuttato poco più che ventenne con una sua mostra personale è un buon inizio. La mostra è visitabile da Artgallery Valore Via P.pe Paternò n. 46 Palermo tutti i giorni escluso i festivi fino al 30 aprile 2008.

Palermo,21/04/2008 Francesco M. Scorsone

Bart Man - Viaggio attraverso le icone pop degli anni Sessanta

Sabato, Aprile 19th, 2008

Un mostra personale ha di per sé in genere una caratteristica: la unicità, la non ripetitività almeno nell’ambito degli stessi luoghi nei quali è stata presentata per la prima volta. Va da sé che, pur riconoscendo a questo artista una capacità interpretativa di ottima qualità pittorica, non ci pare che aggiunga gran che al movimento artistico che rivoluzionò - alla stessa stregua del futurismo - l’arte mondiale: la Pop Art. Corrente artistica alla quale si ispira sostanzialmente Bartolomeo Manno e dalla quale attinge, elaborandole in chiave pittorica, le immagini estremamente note che fecero conoscere al mondo intero tutta una generazione americana, fatta sostanzialmente di Coca Cola, di sapone Brillo, di fagioli Campbell etc. assemblando, in alcuni casi, in un’unica opera diverse tessere di questo o di quell’altro artista nord americano.
L’assenza dal circuito artistico per oltre trent’anni sembra però non averlo impensierito minimamente sotto il profilo artistico. Egli ha ripreso laddove aveva lasciato nel 1969. Le icone di quel tempo come Marilyn Monroe cara a tutta la pittura di Andy Warhol, il panino Mc Donald di Claes Oldemburg, la pittura fumetto di Roy Lichenstein, e le oramai più che famose bandiere di Jasper Johns o ancora le stanze da bagno di Tom Wesselman, e tanti altri “omaggi� sono presenti anche in questa sua ultima produzione. Icone e artisti che fecero grande tutto il periodo post bellico fino agli anni sessanta con l’importazione di questo “modello� di pittura americana assorbito pienamente dagli artisti romani di Piazza del Popolo, riprende con maggior vigore e determinazione la sua mai celata passione per questa corrente artistica. Bart Man presenta una serie di opere di straordinaria freschezza e modernità. I suoi nuovi temi sono altri e ci sorprende l’intervento sull’opera Tubes olio su tela del 2007 nella quale l’artista affronta in maniera “irriguardosa� un’opera di Mark Rothko (viola e giallo su rosa del 1954) intervenendo e inserendo frammenti di pubblicità, con risultati di ottima fattura ed eleganza, l’opera si presenta ben bilanciata e in qualche maniera accattivante. Un altro lavoro di notevole interesse è quello intitolato NEC, (nota marca di telefoni cellulari), olio su tela del 2006. In quest’opera sono presenti in riquadri ben definiti elementi della comunicazione: troviamo il Cardinale Ruini quasi pensoso in attesa di fornire risposte a domande che forse non arriveranno; una modella - forse la Campbell – in atteggiamento di chiara provocazione intenta a volere comunicarti qualcosa; la testata “L’espresso� che si è distinta più volte per gli attacchi ai cortigiani del potere e che non ha risparmiato bordate a nessuno; delle api che volano di fiore in fiore come a significare la estrema volubilità delle persone con le quali siamo chiamati a convivere giorno dopo giorno. Rileviamo come l’artista con molta probabilità mettendo insieme le diverse anime di questo quadro abbia pensato alla comunicazione e a come le persone interagiscono sia fra di loro che con il pubblico. Un’altra opera di un certo interesse storico culturale è: Tempo-Sud olio su tela del 2007. Manno riprende con rinnovato interesse l’epopea esaltante degli anni Sessanta per quanto riguarda sia gli aspetti puramente di “casa� come la rivista Tempo-Sud e Godranopoli associandoli ad eventi di spessore internazionale quali il rivoluzionario Guevara e una spumeggiante Audrey Hepburn. Questi elementi li “cuce� a un ritratto di Francesco Carbone determinandone come può la conoscenza dei fatti e una lettura attenta del quadro chiarire - soprattutto attraverso la scritta: Hasta la Victoria Siempre - che le idee quando sono buone hanno una loro vita e una vitalità sempre moderna e capace di autorigenerarsi. La mostra ha inoltre spunti di riflessione legati alla sicilianità e una sorta di autocompiacimento del personaggio Bart Man che si ritrae al centro di uno strano dedalo di simboli che da un improbabile omaggio a Carlo Carrà viaggia attraverso i campi di concentramento di Auschwitz fino alle metafore e agli stereotipi della pop art. Una mostra interessante, se non altro perché attraverso le opere di Bartolomeo Manno possiamo rivivere alcuni momenti della grande e “intelligente� abbuffata che la pittura - made in Usa - ci ha propinato rivoluzionando i canoni del fare dell’arte affermandosi prepotentemente nel mondo, complici i grandi gruppi di potere industriale americani. La mostra è visitabile fino al 14.05.2008 al Giardino delle Muse Via G. Da Verrazzano n. 10 orari dalle 11.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 20.00 catalogo in galleria con testi di Michele Cometa e Nicolò D’Alessandro.

Palermo, 18/04/2008
Francesco M. Scorsone

Enzo Sciavolino Un altro “nobile” figlio siciliano – abbandonato al suo destino

Sabato, Aprile 12th, 2008

Sono certo anzi certissimo, ad Enzo avrebbe fatto un enorme piacere festeggiare in Sicilia i suoi cinquant’anni al servizio dell’arte e in particolare al servizio della scultura. E dire che qualche anno fa, in occasione di alcune sue mostre di incisioni in Sicilia (Palermo, Taormina e Valledolmo sua città natale), si era fatto un gran parlare di una sua mostra antologica che ripercorresse i suoi cinquant’anni con la scultura. La regione siciliana in particolare e il Comune di Valledolmo non sono riusciti, malgrado le dichiarazioni di intenti e le assicurazioni, a mettere su uno straccio di delibera che potesse consentire a Enzo Sciavolino di potere tornare in Sicilia e presentare il frutto del suo lavoro che lo aveva e lo rende famoso in buona parte dell’Europa. Lo stesso comune di Bagheria aveva preso in considerazione la possibilità di allestire una sua mostra antologica, senza peraltro fortuna. Forse l’eccesso di generosità. Si, penso proprio che sia stato ciò. Enzo Sciavolino avrebbe regalato al predetto comune una scultura realizzata tra il 1973 e il 1976 dal titolo: “la questione�, opera nella quale sono presenti personalità bagheresi famosi nel mondo quali Renato Guttuso e Ignazio Buttitta, oltre a Giovanni Agnelli, Carlo Max, Sigmund Freud, Mao Tze Tung, Antonio Gramsci, Elio Vittorini, Giuseppe Di Vittorio e altri personaggi, intenti a cercare di dipanare la cosiddetta e tanta bistrattata “questione meridionale�. Moderatore d’eccezione, un troneggiante Pier Paolo Pasolini al centro della scena. (un’opera in bronzo dalle misure imponenti). E pensare che di soldi le pubbliche amministrazioni ne spendono tanti, soprattutto per insulsi e inutili convegni i cui oratori molto spesso parlano alle sedie. Critici e poeti internazionali di notevole spessore quali: Tahar Ben Jelloun, Vincenzo Consolo, Nicola Micieli, Younis Tawfik, Aldo Gerbino; Antonio Del Guercio, Pierre Klossowski, Mario De Micheli, Enrico Crispolti, Luigi Carluccio (già direttore della biennale di Venezia) fino ai più giovani ed emergenti critici d’arte tra cui Paola Vancini, Vinny Scorsone, Luca Beatrice, Alfonso Panzetta (solo per fare qualche nome) e altri, si sono interessati al suo lavoro presentandolo in cataloghi e monografie di notevole interesse culturale, sia per la qualità delle opere di volta in volta esposte ma soprattutto per i testi (veri e propri saggi sulla scultura di Enzo Sciavolino).
Ci credevamo un po’ tutti: Enzo Sciavolino avrebbe realizzato a Valledolmo o a Isola delle Femmine se non a Marineo qualcosa che lo ricordasse al pari di uno dei tanti “illustri� personaggi della politica siciliana tanto celebrati solo perché scellerati. Purtroppo non è andata come speravamo. È finito tutto in una bolla di sapone. Forse ci mancavano le “maniglie� giuste.
Ma Enzo, da buon lottatore, incassato il colpo rivolge le sue energie altrove, nella stessa terra che oltre cinquant’anni prima lo aveva accolto e che oggi, con un evento eccezionale patrocinato della Regione Piemonte Assessorato alla Cultura, presenta al Maneggio Chiablese Cavallerizza Reale fino al 27 aprile 2008 il frutto di cinquant’anni di attività artistica e di duro e faticoso lavoro. Marmi, bronzi, legni, incisioni, disegni, dipinti, pastelli (particolarmente interessanti quelli dedicati all’assassinio di Marat). Non c’è tecnica che egli non abbia esplorato o scandagliato. Le sue sculture ripercorrono un sogno sempre presente in Sciavolino: la sua infanzia. Lui è uno di quelli che ci ha creduto alla rivoluzione culturale le sue opere lo testimoniano; sono cariche della drammaticità del periodo bellico Fucilazione in piazza e Impiccagione in piazza entrambe del 1964 o Morte bianca dello stesso anno. Enzo Sciavolino fin da allora denuncia ciò di cui tanto si parla in questi giorni (le morti bianche). Pur nella loro straordinaria drammaticità riescono ad essere di una bellezza e di una eleganza unica nel suo genere. L’artista lavora per cicli in particolare relativamente alle opere grafiche. Si susseguono la pubblicazione delle cartelle dedicate a: Madrid e in altre parti; I canali di Marte; Sicilia 1971; Nature morte 1971; Marat maman, 1978-1979; Marat, mio doppio quotidiano; Poema popolare; La madre; Antonio Gramsci; L’isola. Ma Sciavolino è uno scultore e la sua vena creativa esplode nella realizzazione di sculture monumentali quali: La questione; del 1973-1976, oltre otto metri di bronzo e di cui abbiamo scritto prima; La strada che da me conduce a me, in vetroresina e legno del 1979 cm 210×340; Ricercare; bronzo di cm 310×100x100, del 1984.
Nel 1998-99, realizza: Marea in marmo e Canneto-Monumento al Territorio in bronzo, mentre è del 2001, Nel cerchio della mia vita oltre 6 metri di altezza in puro marmo Bardiglio Nuvolato e Michelangelo delle cave di Carrara e L’albero della pace del 2004, un’opera in bronzo pensata e proposta al comune di Valledolmo e che oggi fa bella mostra di sé a Rivoli.
Di straordinario fascino ed estetica è l’intero ciclo dedicato al “circo degli angeli� in cui Enzo Sciavolino, forse complice quella naturale voglia che ci prende di tornare indietro nell’estremo tentativo di vivere il meraviglioso mondo dell’infanzia (mondo che molto spesso non è più neanche tra i ricordi), realizza una serie di opere (i cui protagonisti sono gli angioletti) quali: volare nel vuoto; vessillifero; sulle ali della danza; Ippogrifo; Sul cavallino; Volteggiar nell’aere. In questi lavori vi è una sorta di irrefrenabile delicatezza verso il “bello� di serpottiana memoria, che sfugge allo stesso artista. È come se Sciavolino si fosse lasciato guidare dal una mano “divina�. Egli ama farsi ritrarre con le sue opere e ha scelto l’angioletto Funambolo. In questo lavoro, Elsa Mezzano (moglie e fotografa notissima, invitata ad esporre con dieci opere alla biennale di Venezia nel 19 8) lo ritrae con quel sorriso tra l’ironia e il compiacimento mentre e intento a guardare il suo angioletto che compie la prodezza di “camminare� su una corda. Me lo ricordo ancora quel sorriso stupito e ironico quando lo rimproverai perché aveva osato aggiungere dell’acqua calda al caffè che stavamo sorbendo al bar Alba di Palermo. Ma Sciavolino è anche altro, le sue nature morte in marmo bianco di Carrara fanno venire la voglia di toccarle hanno in sé quel chiaro invito alla tattilità ti viene proprio voglia di prenderle e morderle pur sapendo che non sono commestibili. In questa sua mostra antologica ne presenta alcune come: A Caravaggio del 1992 o I colori del quotidiano del 2002. La mostra a cura di Nicola Micieli è visitabile fino al 27 aprile 2008 testimonianze e testi in catalogo di autori vari. Cavallerizza Reale Via Verdi n. 9 Torino dalle 11.00 alle 20.00 da martedì a domenica, ingresso libero.
Palermo, 11/04/2008
Francesco M. Scorsone

Franco Panella – opere 1988/2008

Lunedì, Aprile 7th, 2008

Ho sempre attribuito scarsa fantasia a chi non riesce o non vuole trovare un titolo accattivante per una mostra d’arte, indipendentemente se la colpa è dell’artista o del curatore. Il titolo è sempre fondamentale, fa parte della comunicazione, serve subito a farti entrare in maniera curiosa e intrigante e, volendo, anche a stabilire un nesso tra il titolo della mostra e le opere. E dire che la mostra di Franco Panella il titolo c’è l’ha:“Sguardi mediterraneiâ€?, accattivante, solare, (presente in alcune opere); è un titolo che mi piace molto, che sa di quel fresco odore di cose pulite, non inquinate da inutili orpelli dialettici. Franco Panella in questa sua antologica ci restituisce la buona pittura: quella fatta dalla conoscenza dei materiali, dalla prospettiva. Finanche le sue ormai storiche formelle - una volta di terracotta - oggi sono dipinte, anche se in questa mostra, in maniera volutamente non omogenea, vi è qualche opera come: Scrittura acrilico + terracotta su masonite cm 50×50. Il suo nuovo modo di dipingere, (caro a tanti artisti che vivono in una realtà particolarmente “accesaâ€? da colori i cui contrasti sono perfettamente netti), ne fanno un artista moderno, al passo con i tempi. Recupera infatti con molto tempismo quel ritorno alla figurazione, presente peraltro nei palcoscenici italiani più importanti dell’arte contemporanea: Premio Cairo, Premio Sulmona, Premio Vasto, Premio Lissone etc. Per Franco Panella è fondamentale nella sua odierna pittura il colore. Toni sempre molto contrastati: giallo, rosso, nero, arancio. Raramente usa i grigi che sovente danno all’opera una sorta di malinconia di stile mitteleuropea, peraltro molto lontana dal suo modo di essere e di esprimersi. E’, come si diceva prima, un pittore poco confondibile soprattutto da quando ha deciso di presentare in pendant le sue modelle, dagli sguardi penetranti e ammiccanti, unitamente a ciò che lo ha contraddistinto per parecchi anni e cioè le terrecotte (oggi non più applicate ma dipinte) degli anni Novanta. Alla ricerca di un Panella dalle nuove soluzioni artistiche scopriamo, in questa sua mostra che ripercorre venti anni di attività, invece un artista con opere di straordinaria e raffinata attualità. È il caso di due Paesaggi, acrilici e olio su masonite, datati 1988 e due Muri Calce + sabbia su tela del 1990 e 1992. Sia pure in maniera molto discreta, come peraltro sa essere, ci presenta a “piccoli sorsiâ€? tutto ciò che è frutto della sua conoscenza, del suo studio e della sua ricerca. La mostra, patrocinata dalla Provincia Regionale di Palermo, è esposta fino al 26 aprile 2008 presso il Loft Comunicazione e Arti Visive Via Sammuzzo n. 35 Palermo. Orario dalle 16.00 alle 19.30 tranne i festivi. Catalogo a cura di Tanino Bonifacio in galleria.

Palermo,05/04/2008 Francesco M. Scorsone

Artisti si nasce, non si diventa.

Domenica, Aprile 6th, 2008

Sempre più frequentemente capita di essere invitati a vernissage di mostre di nuovi autori che si affacciano per la prima volta nel panorama variegato dell’arte contemporanea.
Se ciò comportasse un’analisi attenta, valutando quanto è stato fatto da autori ben più importanti (in un passato più o meno lontano); se il critico che ha l’incarico di introdurre l’artista, avesse scienza e coscienza, nel presentare il catalogo delle opere (quando questo c’è); se la galleria, ancorché accettare di ospitare chicchessia, sia pure mettendo a disposizione i locali facendosi pagare, facesse una selezione più accurata; se l’artista avesse l’umiltà (dote pressoché sconosciuta nei giovani e meno giovani) di affrontare in maniera risoluta forma e sostanza del quadro, cercando di porsi l’interrogativo che nulla è più inventabile se non dopo un attento e accurato studio della storia dell’arte, soprattutto contemporanea, per meglio capire da dove ci sono arrivate le idee che abbiamo la pretesa di spacciare per nostre, probabilmente avremmo meno “artisti� e forse più pittori. La differenza non è cosa da poco perché, come si sa, l’artista - in quanto tale - si può permettere delle sgrammaticature artistiche, mentre il pittore deve rispondere a regole ben precise, la sua pittura necessita di un progetto. Va da sé che è molto importante conoscere la “storia� dell’artista di cui ci si appresta a scrivere soprattutto quando questa non è contemplata in un catalogo o depliant che sia. Si tenta per quanto possibile attraverso domande, a volte anche retoriche o provocatorie, di capire i motivi scatenanti di una scelta anziché di un’altra, in particolar modo quando la differenza di tecnica e qualità varia da un quadro all’altro. La Sicilia, e in particolare Palermo, ci ha abituati fin dall’età della ragione di chi scrive (pressappoco dai tempi della Ricasoliana, luogo in cui assieme a delle opere di ottimi e promettenti artisti si imbucavano ogni altra sorta di pittori i quali producevano quadri al solo scopo di essere venduti e che oggi non valgono neanche la tela nuda, perché dipinta) ad accontentarci di ciò che “passava il convento�. Artisti scomparsi completamente dalla scena, dimenticati non tanto per volontà della critica o perché non più di moda, ma semplicemente perché non valevano niente, non avevano nessun back ground culturale. Si arrivava in Via Ricasoli, vi si piazzavano i quadri e si aspettava che succedesse qualcosa, che qualcuno si accorgesse dei tuoi lavori e magari li comprasse. Erano anni di notevoli fermenti. Da poco era arrivato, da Milano, Albano Rossi che scombussolò il pensiero culturale dei “bacchettoni� ottocentisti; era frequente incontrare nelle gallerie d’arte Franco Grasso (decano dei critici d’arte palermitani), il giovanissimo Aldo Gerbino e Francesco Carbone sul quale si incentrò tutta la ricerca sul concettualismo (termine pressoché sconosciuto a Palermo), sull’informale, e in particolare sull’optical e sulla land art. Carbone aveva fatto già la scelta di occuparsi, come critico d’arte, di un settore di cui poco si parlava. Aveva iniziato la sua personale battaglia per svecchiare una realtà artistica decotta e stantia. A quel tempo bastavano le divagazioni di carattere dialettico per convincere la gente a comprare o no un quadro, non c’erano né la televisione né gli imbonitori di turno che ti invitavano con minime rate mensili a comprare un quadro di “artista internazionale�. Eravamo in un altro mondo, fatto di piccole cose e di strane comparsate notturne ricasoliane e successivamente, complice l’apertura di diverse gallerie d’arte palermitane, a logorroiche discussioni sull’arte contemporanea e sulla sua utilità.
Oggi tutto ciò è solo un ricordo sbiadito e avvertiamo con una sorta di nostalgica malinconia che forse quel mondo, tanto criticato e bistrattato, non era tanto peggio del momento artistico che attraversiamo. In una sorta di corsa frenetica vi è il continuo tentativo di accaparrarsi spazi pubblici o privati, qualunque essi siano, per esporre le proprie cose, i propri lavori. Artisti di dubbio gusto (proprio come nella Ricasoliana e anche peggio) pontificano magnificando con elucubrazioni fatte in scantinati notturni, i loro sogni di grandezza divenuti quadri, complici amici burloni e critici prezzolati che spronano personaggi le cui opere sono di dubbio gusto a “concorrere� (come nella storica trasmissione televisiva “La corrida�) ad esporre il frutto della loro “ricerca� circondati dalla benevolenza di amici, parenti e colleghi, con scroscianti applausi finali. Fioriscono strani e inquietanti mercatini domenicali nei quali non si capisce cosa si vende, anzi dove si vende di tutto. Nessun controllo, siamo alla mercé del primo venuto. Luoghi della città che diventano terra di nessuno e nei quali tutto è scambiabile, tutto può diventare denaro (anche le cose più inutili e di gusto estremamente discutibile). Associazioni culturali di ogni tipo con richieste di finanziamenti pubblici senza decenza. Critici saccenti “laureano� discutibili e contorti artisti. Insomma una realtà al limite del surreale, nella quale l’unica cosa certa sono le incertezze della gente, del cittadino comune. Sembra di vivere in un quadro di Salvador Dalì o di Renè Magritte, con la speranza che non appena farà giorno tutto questo cesserà. Purtroppo non è così. Non ti sveglierai, sei già sveglio e con l’amara constatazione di vivere il tuo personale incubo in cui personaggi mitologici, come gli assessori alla cultura o i direttori di spazi espositivi, sono soggetti di cui si sente solo parlare ma di cui si ignora l’esistenza (con la sola eccezione della Provincia Regionale di Palermo). Fanno parte delle leggende metropolitane. Mi auguro e auguro per questa città, alla mia amata Sicilia giorni meno tristi, lontani dalle “orde barbariche romane� calate in questi giorni in ogni angolo di questa meravigliosa terra per raccogliere in maniera accattona voti per il trionfalismo romano di questo o di quell’altro schieramento politico. L’Italia sta perdendo la sua compagnia di bandiera, di contro la Sicilia porterà a Roma la sua “personalissima bandiera�. Vorrei chiudere questa breve riflessione sul mondo dell’arte con una frase che spesso sentivo dire a un mio caro e vecchio amico, purtroppo scomparso: un c’è chiu munnu.

Palermo, 04/04/2008
Francesco M. Scorsone