Archivio di Marzo, 2008

Bice Triolo - La casa della memoria

Lunedì, Marzo 31st, 2008

Se è vero come è vero che la poetica in pittura è uno stato di grazia, un momento di completo appagamento della personalità di un artista e se poi questi è un figurativo è maggiormente percepibile lo stato di grazia di cui si diceva prima. La sua vena, la sua creatività, il suo mondo è messo a nudo nelle sue tele. Bice Triolo è un’artista che ama lasciarsi trascinare dal ricordo, dal tentativo di abitare - sia pure idealmente - una casa in cui l’unica cosa scompagnata sono le sedie disposte intorno a un tavolo, Interno con sedie, al centro del quale troneggia un plateau con della frutta di stagione. Freschi sono i fiori vicino alla Poltrona bianca e le stesse Fresie sono state appena colte facendo bella mostra di sé in un capiente vaso al centro di un tavolo sul quale le tazzine fanno da ornamento, come si usava nelle case della borghesia prima ancora di essere travolti dall’ondata nordica dei mobili di tek e da arredamenti spartani. Un’artista - Bice Triolo - sempre molto contenuta nei formati; le sue opere (le cui dimensioni raramente superano cm 50×50 almeno quelle della mostre di cui scriviamo) sono particolarmente raccolte, raccontano, utilizzando tecnica e stile raffinato, momenti di un sogno ad occhi aperti, di una realtà vissuta e alla quale spesso si tende a pensare di ritornare. Racconta una realtà interiore, personale, fatta di tutte quelle piccole cose in cui spesso non intendiamo permettere a nessuno di entrarvi per farne parte. Ma l’artista, si sa, è sempre un po’ istrione e per quanto impenetrabile possa essere alla fine non rinuncia di partecipare agli altri il proprio stato d’animo. La sua casa della memoria è in mostra, è per tutti coloro i quali vogliono entrare a farne parte, forse per rinverdire per un attimo il proprio ricordo, la propria casa della memoria anche se questa non ha i mattoni in maiolica color celeste e la veduta su un verde campo di Valderice o sulle gelide acque del mare di Selinunte. Quella di Bice Triolo è una casa fatta per lei. In quella casa si è ritagliata finanche un angolo per il suo cavalletto e un giardinetto dove una solitaria panchina rossa l’aspetta.
La mostra è visitabile fino al 12 aprile 2008 presso la Galleria Elle Arte Via Ricasoli n. 45 Palermo. Orari di apertura dalle 16.30 alle 19.30 escluso i festivi. Presentazione in catalogo di Salvatore Lo Bue.
Palermo, 29/03/2008 Francesco M. Scorsone

Giusto Sucato e le muse di Tusa - Omaggio a Pablo Picasso

Domenica, Marzo 23rd, 2008

Ho già avuto modo di scrivere sulla sofferenza dell’artista e sulla sua creatività spesso frutto della stessa. In molti lo hanno affermato, dagli illuminati pensatori di fine secolo agli artisti di strada; tutti concordi nel sostenere che il periodo più creativo è stato quello in cui l’artista ha dovuto sottostare, per cause non dipendenti dalla propria volontà, ad una certo immobilismo motorio o di natura politica o ancor prima psicologica e sentimentale, sempre alla ricerca di nuove strade, di nuove soluzioni artistiche. Il recente, e neanche tanto, infortunio occorso a Giusto Sucato che lo ha tenuto immobilizzato in un letto di ospedale per diversi mesi, dopo che, come è noto negli ambienti che meglio conoscono l’artista, questi si è bruciato i piedi (non proprio come Pinocchio ma quasi, tanto che è stato costretto a ricorrere alla chirurgia plastica), ha prodotto un tal numero di disegni, un campionario talmente variegato di donne (molte delle quali in guisa di muse ispiratrici) da far venire, evidentemente, la voglia di realizzarne una mostra. Le Muse di Sucato sono amabili e candide ragazze con straordinari cappellini in stile liberty tutti comunemente sormontati dalla straordinaria fantasia creativa dell’artista il quale vi disegna tra i capelli: pesci, colombe, farfalle, penne di pavone, conchiglie, passamaneria, finanche una sgambata e provocante Trinacria. I loro vezzosi e candidi ammiccamenti non lasciano dubbi: sono inviti espliciti all’erotismo. Un erotismo di tipo perbenista che si deve cogliere nello sguardo, in ciò che non c’è in quanto frenato probabilmente dal luogo che l’ha ispirato: l’ospedale. Per la verità non se ne sente la mancanza. Giusto difatti riesce a cogliere l’essenza attraverso il suo tratto di penna. Senza ripensamenti (una qualità di Giusto che non conoscevamo) traccia, cosi come usava fare Emilio Greco sul foglio di carta “nudaâ€?, la sua musa a volte con le guance leggermente arrossate foss’anche per la timidezza dello stesso artista giacché si è lasciato andare a una tecnica spesso dileggiata considerandola da “studioâ€?, da neofita dell’arte e della pittura. Le sue “ragazzeâ€? hanno per cosi dire in gergo – staccato la spina – con l’artista antropologico, con colui il quale si è conquistato spazi notevoli tra gli operatori culturali, collezionisti e critici d’arte per le sue estrosità e soprattutto per l’impegno manifestato allestendo mostre di notevole spessore e importanza quali: Le soglie della memoria; Il linguaggio dei muri; Le porte dell’Islam; L’olocausto per non dimenticare; Scritture criptiche; Le sedie impossibili; Passio, i giorni della sofferenza; Trame mediterranee; Scudi sacri etc. Ora tutta questa gente sarà costretta a fare i conti con: Le Muse di Tusa, omaggio a Pablo Picasso. Non più, quindi, vecchi e consunti oggetti del quotidiano elevati a opera d’arte; ciò che abbiamo visto è un’esposizione di eleganti e splendidi disegni che fanno bella mostra di sé alla Galleria d’Arte Studio 71 di Palermo fino al 15 aprile 2008. Testo in catalogo di Ignazio Apolloni e una favoletta di Vinny Scorsone. Chissà cosa ne avrebbe pensato Francesco Carbone.

Palermo, 23/03/2008 Francesco M. Scorsone

Tino Signorini - il pensiero e la pittura

Mercoledì, Marzo 19th, 2008

Se mai qualcuno mi rivolgesse la domanda: che ne pensi oggi della pittura di Tino Signorini, tu che hai per certi versi seguito e conosci il suo lavoro da parecchi anni? Credo che la mia risposta non potrebbe essere che questa: oggi più di ieri Tino somiglia alle sue opere. Sì, credo proprio di non avere dubbi, i quadri di Tino Signorini lo rappresentano in pieno. Avevo già da qualche tempo avvertito una sorta di cambiamento nel suo modo di rapportarsi agli altri; lo trovavo più aperto, in un certo senso più disponibile a raccontarsi e le sue ultime opere hanno questo aspetto: non più ambienti cupi dalle ombre rarefatte, non più case dal “solenne degrado� - per usare il termine di Aurelio Pes nella sua presentazione in catalogo - non più cartelli stradali dai quali emergono scritte solenni di bevande dell’ “imperialismo d’oltre oceano�. Abbiamo ritrovato un Signorini un po’ meno malinconico, forse azzardatamene più ottimista. I suoi palazzi, le sue case non hanno più le incrostazioni del tempo: in qualche caso scopriamo una macchia verde, sintomo della presenza di una natura che tenta di riappropriarsi dello spazio che le è stato sottratto dall’uomo. Non più case dai “muri ciechi�, al contrario le sue case, i suoi palazzi sono ricchi di finestre aperte. Signorini si affaccia, vede un panorama un po’meno cupo. Le sue stesse nature morte Omaggio ad una caffettiera napoletana, o I sogni nel cassetto, entrambe del 2007, ci restituiscono un’artista possibilista, aperto come si diceva prima, anche se permane una sorta di velata tristezza alla quale egli forse non intende rinunciare.
La mostra si inserisce nel programma che ormai da anni la Provincia Regionale di Palermo persegue patrocinando, in spazi convenzionati, mostre di giovani e, in questo caso, di affermati maestri. Questa nuova produzione di Tino Signorini comprende 33 tempere e tecniche miste su legno e/o su cartone che ripercorrono gli ultimi anni di lavoro dell’artista. Allestita negli spazi della Galleria Elle Arte di Palermo è visitabile fino al 19 marzo 2007. Catalogo gratuito con testo di Aurelio Pes.

Palermo, 17/03/2008 Francesco M. Scorsone

Dario Bruno - tra ricordi e inquietudini

Martedì, Marzo 18th, 2008

Il senso del vuoto. Vuoto: parola che indica che un luogo è totalmente privo di cose e/o di contenuti in tutta la sua capacità o dimensione. Partendo da questo presupposto non possiamo affermare che la mostra abbia in sé con il titolo, azzeccato, l’obiettivo che si prefiggeva il fotografo. Questo vuoto che l’artista rappresenta non è percepibile nelle opere esposte allo Spazio BQuadro di Via XII Gennaio n. 2 a Palermo. Diversamente siamo del parere che l’autore - nella scelta del palcoscenico nel quale fissare con la complicità della modella (particolarmente brava e ammiccante quanto basta per caricare eroticamente quel vuoto che non ci pare percepire) - colga baleni ora di melanconico abbandono, ora di riflessione; spesso frutto di momenti interminabili di eventi la cui drammaticità è raccontata giorno dopo giorno dai media; ora da un luogo la cui precarietà e lo stato di degrado non danno la sensazione del vuoto fisico ma, al contrario, lo caricano di simbologie di un passato percepibile attraverso macchie, scritte, carta, calcinacci. Tutti elementi inconfutabili di una presenza che rimanda a luoghi in cui un tempo la fabbrilità era quotidiana. Chiudiamo appena gli occhi e avvertiamo il rumore dei macchinari scomparsi per chissà quale destinazione del nord Africa o addirittura avviate alla rottamazione per essere rigenerate nelle acciaierie. Tutto ciò l’artista lo ha ben rappresentato. A tratti percepiamo la carica drammatica dello stato di degrado e di abbandono delle nostre periferie. Ma, se da un lato tutto ciò ci induce profonda amarezza e tristezza, dall’altro non possiamo fare a meno di apprezzare il lavoro di ricerca operato da Dario Bruno attraverso il suo occhio indiscreto. La “complicità� della sua modella è determinante per la scena, sia quando la rappresenta all’angolo di una stanza fatiscente, sfinita, impaurita, con una camicia di forza che le blocca qualsiasi movimento fisico: Il senso del vuoto III, IV e V, sia quando si abbandona in modo estatico in una sorta di sogno ipnotico in attesa di non eventi: Il senso del vuoto I e XI. Forse sono queste le opere più cariche del significato che ha voluto dare l’artista alla mostra. La protagonista non aspetta, non ha paura: in lei, nella sua mente si è creato il “vuoto�. Delusione, amarezza, voglia di “farla finita�, forse. Una mostra interessante anche per la scelta del supporto. L’utilizzo di stampa digitale delle foto su banner (un materiale plastico la cui superficie ha la trama della tela), il color seppia che gli ha impresso e il formato cm 180 x 120, impreziosiscono le foto lasciando il visitatore molto bene impressionato. La mostra è fruibile fino al 22 marzo 2008 da martedì a sabato dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 19.00. Catalogo in galleria. Spazio BQuadro Via XII Gennaio n. 2, Palermo.

Palermo, 15/03/2008 Francesco M. Scorsone

Agostino Bonalumi e le sue superfici “formali�

Domenica, Marzo 16th, 2008

Se dovessi scrivere una presentazione su Agostino Bonalumi per qualsiasi mostra, in Italia o all’estero, non saprei, dopo avere letto quanto ha scritto Maurizio Calvesi per la mostra attualmente in corso presso il Loggiato San Bartolomeo di Palermo a cura della Provincia Regionale di Palermo, cos’altro aggiungere. Maurizio Calvesi, senza veli, descrive esattamente lo stato in cui si trova l’arte italiana. In particolare pone l’accento “sull’esterofilia italiana della Biennale di Venezia�; una Biennale ritenuta dallo stesso Calvesi “degradata, inflazionata, svenduta al più invadente e spregiudicato mercato e pronta ad accogliere qualche artista nostrano solo se americanizzato�. Un premessa quella di Maurizio Calvesi che esprime con amarezza - mi pare di capire - per ciò che, in qualche caso, gli operatori stranieri sostanzialmente ci invidiano. Uno dei tanti artisti italiani di cui spesso si parla è Agostino Bonalumi (vedi l’importante mostra presso il Mathildernhöhe di Darmstadt in Germania del 2003-2004) che, nella sua mostra palermitana espone una serie di opere che ripercorrono il suo percorso di artista promotore negli Anni Sessanta del “Movimento Arte Nucleare� assieme a Piero Manzoni, Lucio Fontana, Enrico Castellani, Francis Picabia e altri. Fu fondatore nel 1960 a Milano della rivista Azimuth assieme a Manzoni e Castellani. Interprete di spicco dello “Spazialismo� italiano Bonalumi facendo propria la teoria dell’azzeramento della tela, riducendola a semplice supporto dipinto con colori monocromi, agisce su di essa procedendo in modo rigoroso tendendo a sagomare la tela stessa attraverso una misurata distribuzione degli elementi vuoti/pieni che ha deciso in via preventiva di combinare sulla tela estroflessa. Le eventuali causalità che nel corso della realizzazione dell’opera si manifestano, in quanto l’artista rimane comunque un creativo, sono poi utili e spunto per successive opere. Stante quanto sostiene lo stesso Bonalumi: “la concezione di un’opera non può essere messa in discussione dalla casualità se mai la casualità deve essere lo spunto per una successiva opera�. La mostra allestita al “Loggiato� presenta due diversi momenti dell’artista, in un percorso che va dagli anni Sessanta, con le prime opere su tela estroflessa (“Nero� del 1960 e “Grigio� del 1961) a cui seguono una serie di lavori che coprono l’intero periodo dell’attività dell’artista per arrivare ai nostri giorni con una serie di lavori dedicati al colore: Blu, Nero, Rosso, Bianco, questi in sintesi i titoli delle opere esposte di Agostino Bonalumi. In un susseguirsi di falsi vuoto/pieno l’artista “invita� alla percezione tattile delle proprie opere, egli sostiene infatti che non è la forma che è dipinta ma è il colore che genera la forma quindi saranno le ombre generate dalle estroflessioni a suggerirci il titolo stesso, se mai dovessimo avere la necessità di un titolo - altro - da dare all’opera che di per sé ne ha già uno. La mostra, curata da Silvia Pegoraro e Maurizio Calvesi e presentata oltre da Lorenzo Zichichi per il “Cigno G.G. edizioni d’arte� dal Vicepresidente della Provincia Regionale di Palermo e dallo stesso artista, resterà aperta al pubblico fino al 1° aprile 2008 con orari: da martedì a sabato dalle 16.30 alle 19.30; domenica dalle 10.00 alle 13.00 chiuso il lunedì. Ingresso gratuito. Catalogo € 20,00.

Palermo,15/03/2008 Francesco M. Scorsone

Turi Sottile un percorso lungo cinquant’anni

Domenica, Marzo 9th, 2008

Un percorso lungo cinquant’anni… ed è proprio così questa mostra, promossa con una Joint-Venture tra Fondazione Credito Valtellinese e il Credito Siciliano da una parte e il Comune di Acireale e la Regione Siciliana dall’altra. La loro collaborazione, difatti, ha prodotto, rendendo merito ad uno dei cittadini più illustri di Acireale, Turi Sottile (in un momento particolarmente importante della sua vita), il quale negli anni ha speso molte delle sue energie proprio nella sua città natale organizzando per ben tredici volte la Biennale d’Arte di Acireale, una mostra antologica che ne traccia il percorso artistico.
Oggi, congiuntamente, l’Assessore alle Attività Culturali Nives Leonardi e il Sindaco Nino Garozzo, intervenendo alla conferenza stampa di presentazione della mostra, annunciano pubblicamente che la stessa si inserisce in un progetto più ampio che vede, oltre la mostra antologica di Turi Sottile, anche una retrospettiva di ciò che fu negli anni tra il 1965 e il 1987 la “Rassegna Internazionale d’Arte di Acireale� e l’enorme patrimonio artistico che hanno lasciato in questa cittadina i pittori che si sono succeduti negli anni di vita della rassegna.
Visibilmente commosso l’artista nel ringraziare gli intervenuti ha tenuto ha sottolineare l’importanza dei titoli dei suoi quadri affinché il pubblico vi ponesse attenzione; non tanto perché da ciò potesse comprendere l’opera che gli stava davanti ma, interrogandosi sul nesso tra opera e titolo, fosse costretto a vedere probabilmente ciò che non avrebbe visto se non si fosse interrogato sul perché del titolo. Abbiamo voluto riportare questo concetto espresso dall’artista in conferenza stampa perché nel suo enigmatico ermetismo sta tutta la sua pittura, al di la delle esperienze giovanili che pure tracciano bagliori di ciò che sarebbe stato la sua naturale evoluzione artistica (vedasi “Faraglioni di Trezzaâ€? una piccola opera del 1957 e “Il pescoâ€? del 1958). In queste opere si avverte in maniera prepotente la necessità di scavalcare gli stereotipi della pittura convenzionale cercando di proiettarsi verso soluzioni innovative della pittura stessa. Per fa ciò Sottile inizia con il cambiare i supporti cambiando anche il modo di intendere l’opera. L’artista procede per stesure di colore; sovrappone un colore all’altro fino a far sì che le diverse stratificazioni offrano allo spettatore una sorta di finzione del colore stesso. Un nero non è mai tale e se tale era all’inizio dopo i diversi passaggi diventa un grigio scuro; lo stesso dicasi per un arancio, un verde, un bianco, un blu o un rosso. I colori della tavolozza di Sottile, nella sua combinazione, sono infiniti. Partendo dal centro della superficie ora si dirigono verso e oltre il quadro; a volte dall’esterno convergono verso il centro. Un centro che nelle ultime opere Sottile ama lasciare vuoto, a volte con qualche traccia del suo “passaggioâ€? di artista inducendo il visitatore a interrogarsi sul perché di quella tela trasparente sulla quale ha tracciato alcuni elementi. Come Vulcano nella sua forgia Etnea, Sottile prepara i suoi dardi che scaglierà sulla superficie che ha predisposto affinché questi possano distendersi uno accanto all’altro, e allora: rossi, arancio, gialli a simboleggiare il centro della fiamma spezzata che, assieme a sciabolate di quel bianco accecante delle stelle cadenti di agosto, formano ora un morbido e accattivante letto-rifugio, nel quale entrare per essere avvolto dalle spire della Ninfa Galatea, ora l’infuocata bottega di Giuseppe Cesare, a cui l’artista rende omaggio con l’opera “Nella bottega del Cavalier D’Arpinoâ€? (luogo nel quale avrebbe visto la “luceâ€? finanche il Caravaggio), o come nel caso di “Energia Mitopoieticaâ€? opere davanti alle quali la percezione del calore che sprigionano è notevole. Ci si sente come davanti alla più classiche delle “vampeâ€? siciliane in cui il calore non è dato tanto dalla vampa in quanto tale ma dall’entusiasmo e dalla gioia dei presenti alla festa. E la festa a Turi Sottole l’hanno fatto in tanti: autorità politiche, giornalisti, cineoperatori, ma soprattutto gli amici, quelli di sempre, quegli amici con i quali si è condiviso parte della propria esistenza giovanile. Quelli con i quali si vedeva nel suo studio di Acireale di via Cervo prima ancora di prendere la decisione di trasferirsi a Roma per poi da lì partire per le diverse destinazioni che lo hanno visto impegnato con mostre in: Giappone, la cui esperienza ha prodotto un’opera che è una sorta di ideogramma giapponese arricchito con il più classico dei metalli: l’oro, fortemente presente nelle tradizione delle icone russe; America del Sud; Canada e nella stessa Russia.
La mostra è esposta nella Galleria del Credito Siciliano in Piazza Duomo ad Acireale. Testi in catalogo di Aldo Gerbino, testimonianze di Rita Piangerelli e Maria Teresa Ciammaruconi. Ingresso libero tutti i giorni compreso i festivi dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16,30 alle 19.00 fino al 30 marzo 2008.
Palermo 1 marzo 2008 Francesco M. Scorsone

Tina Modotti – I figli non dimenticati

Domenica, Marzo 9th, 2008

Alla fotografa rivoluzionaria di origine friulana il Consiglio Regionale della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia rende omaggio in terra messicana restaurando la tomba situata nel Pantheon de Dolores di Città del Messico. Tina Modotti, al secolo Assunta Adelaide Luigia Modotti, nacque a Udine il 16 agosto 1896; emigrata negli Stati Uniti, a San Francisco in California, nel 1913 per ricongiungersi alla famiglia, in quella terra giovane e ricca di speranze poté dare libero sfogo alla sua creatività di artista. Particolarmente attratta dall’effervescenza culturale e dal cinema (interpreterà alcuni film peraltro ripudiati perché non all’altezza della sua creatività di artista ritenendoli commerciali) della vicina Los Angeles, vi si trasferì dopo avere sposato il poeta e pittore Roubaix de L’Abrie Richey. In quella città conosce il fotografo Edward Weston il quale diventerà il suo amante, dopo la morte del marito avvenuta durante un viaggio in Messico. La Modotti diventa la modella preferita di Weston che per lei lascerà moglie e tre figli. Gli anni Venti furono anni di grande fermento politico: la sua casa era frequentata da politici legati al partito comunista messicano tra cui Vittorio Vidali, Xavier Guerriero e Julio Antonio Mella ma anche da rivoluzionari e poeti. La sua passione per la fotografia sembra che, al di là del legittimo contagio di Weston e dalla conoscenza di un importante fotografo e documentarista messicano Manuel Alvarez Bravo, sia stata ereditata da uno zio, Pietro Modotti e dallo stesso padre che, per un breve periodo, ebbe anch’egli uno studio fotografico a San Francisco. La sua attività di artista si divise sempre tra lo straordinario romanticismo che la contraddistinse - soprattutto nel periodo in cui fece coppia con Weston - e la grande passione per la rivoluzione. Conobbe, per motivi legati alla sua professione di fotografa, i muralisti Orozco, Rivera e la pittrice Frida Kalho. Si lega sentimentalmente ad Julio Antonio Mella che verrà assassinato nel 1929, sembra da agenti cubani. Probabilmente questo assassinio fa prendere una svolta alla vita politica di Tina Modotti. Viene espulsa dal Messico per essere estradata in Italia, in quanto ritenuta sovversiva nazionale (sembra su richiesta dello stesso governo fascista italiano) e imbarcata su una nave diretta ad Amsterdam; riesce però ad eludere la sorveglianza e a Berlino fa perdere le tracce di sé (forse perché aiutata dall’organizzazione internazionale Soccorso Rosso). In seguito al consiglio di Vittorio Vidali si trasferisce a Mosca e, negli anni successivi, è impegnata in diverse missioni a nome dell’Unione Internazionale dei Lavoratori. Finchè nel 1936, scoppiata la guerra civile in Spagna, decide su invito di Vittorio Vidali di aderire usando lo pseudonimo “Maria� per combattere contro il regime franchista fino al 1939. Rientrerà in Messico assieme a Vittorio Vidali sotto falso nome. Morirà nel 1942 per infarto in un taxi mentre ritorna a casa. La stampa reazionaria e scandalistica del tempo tenta di trasformare la morte della Modotti sostenendo che, essendo venuta a conoscenza di oltre 400 esecuzioni commesse da Vittorio Vidali durante la guerra civile in Spagna soffocata nel sangue dalle milizie falangiste di Franco, sia stata uccisa da sicari di Vidali. Pablo Neruda, suo amico, scrisse in quella occasione una struggente e straordinaria poesia che è stata parzialmente riportata nell’epitaffio della tomba di Tina Modotti il cui profilo è stato disegnato dallo scultore Leopoldo Mendez:

… sul gioiello del tuo corpo addormentato
ancora protende la penna e l’anima insanguinata
come se tu potessi, sorella, risollevarti
e sorridere sopra il fango. (Pablo Neruda)

Abbiamo voluto tracciare un profilo approssimativo della biografia di questo straordinario personaggio per significare come la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, al contrario di altre regioni italiane (nel caso specifico la Sicilia) non ha dimenticato i propri figli anche in terra straniera ponendosi il problema finanche di restaurare la sua tomba.

Palermo, 06/03/2008 Francesco M. Scorsone

Giacomo Randazzo e il suo paese presepe

Domenica, Marzo 9th, 2008

E’ sempre straordinariamente sorprendente vedere come fantasiosi artigiani riescano - facendo leva un po’ sul ricordo e un po’ su quell’aspetto del vissuto che è in tutti noi - a ricostruire fatti, storie e personaggi incontrati in spaccati di vita quotidiana. In special modo quando, come nel caso di Giacomo Randazzo, si vive in un piccolo centro come Cinisi avendo avuto la capacità di incrementare, nel tempo e con passione certosina, il pur cospicuo “capitale� ricevuto in eredità.
Entrare in quella cappella sconsacrata che fu di Santa Caterina, nell’ex Convento dei Benedettini a Cinisi - oggi in fase di restauro per essere destinata ad Aula Consiliare del comune predetto - (del che ci dispiaciamo), nel corso del mese di gennaio di quest’anno, quasi alla fine del periodo canonico dei presepi, è stata una vera e propria sorpresa. Tutto lo spazio possibile era occupato da una realizzazione che definire presepe è ingiusto e poco riguardoso per l’enorme lavoro che Randazzo ha realizzato intorno a quella capanna che è rimasta il “pilastro� dell’intera costruzione di un paese immaginario. Case a più elevazioni, strade e vicoli di un paese vero e proprio, finanche una chiesa con all’interno tanto di banchi e prete intento a battezzare un bambino; mestieri tra i più variegati: l’arrotino, chi fa tegole, il produttore di formaggi solo per citarne qualcuno; donne che lavorano al fuso, così come mamme che accudiscono ai bambini. E ancora: carrettieri, contadini, mucche, polli, pecore, insomma uno straordinario campionario di tutto ciò che può offrire una comunità grande o piccola che sia dove tutto è al suo posto, senza sbavature. Poco importa che assieme alla capanna della Natività vi sia anche una Chiesa. A nessuno può importare se i costumi dei carrettieri sono improponibili considerato che duemila anni fa non erano così curati e sgargianti. Il problema non è questo. Semmai il problema è questo: riuscire a coniugare l’aspetto presepistico di un intero paese con il concetto di presepe. In questo senso Randazzo vi è riuscito benissimo. Personalmente credo che tale oggetto della tradizione urbanistica (perché di questo parliamo nel caso di Giacomo Randazzo) di un territorio, vero o falso che sia, poichè corrisponde ad una realtà possibile va quindi difesa e tutelata.

Palermo, 7 marzo 2008 Francesco M. Scorsone