Orazio D’Emanuele - Il complesso ordine della non forma
Il concetto di “pittura non figurativa� o, come venne definita, astrattismo paradossalmente non ebbe i suoi padri fondatori nella effervescente Francia (anche se affioramenti di tale tendenza erano stati identificati nella pittura francese), bensì in Germania e in Russia. In questi Paesi l’arte astratta venne definita e codificata attraverso il libro di Wilhelm Worringer “Abstraktion und Einfühlung� pubblicato nel 1908. Il “linguaggio� dell’astrattismo, se così si può definire, ancora oggi viene usato e in taluni casi abusato. Mai corrente artistica ha avuto tanti seguaci. Credo, ma non vorrei sbagliarmi, è solo seconda all’impressionismo che tanti proseliti ha avuto e continua ad avere, anche se oggi è fuori tempo e i pittori che ad esso si ispirano non scriveranno certamente nessun nuovo capitolo della storia dell’arte.
Al contrario, i nuovi astrattisti hanno buone probabilità , nell’ambito della ricerca continua operata sul segno e soprattutto sul colore, di potere dire la loro in un prossimo futuro, mi auguro, non lontano.
In questo contesto si inserisce Orazio D’Emanuele, catanese classe 1948, in questi giorni al Complesso Monumentale Guglielmo II di Monreale con una mostra antologica che attraversa in maniera trasversale circa quarant’anni di pittura dell’artista. Una pittura che ripercorre, utilizzando a volte gli stessi materiali (garze, pigmenti, carta, scrittura), la strada degli astrattisti tedeschi come Franz Marc (scomparso prematuramente a 36 anni), Emil Nolde, il francese Othon Friesz, i russi Wassily Kandisky, Mikhail Larinov e Alexej Jawlensky, il ceco Frank Kupka. Ma l’elenco degli artisti che ne rimasero contaminati diventando veri e propri profeti di una corrente artistica che si sviluppò a macchia d’olio in tutto il globo è lunghissimo. Nell’opera di Orazio D’Emanuele ogni lavoro mi rimanda a qualcuno o a qualcosa. Passo e ripasso davanti alle sue opere cercando di capire, di entrare dentro il mistero della mente dell’artista quando affronta il supporto (carta o tela che sia) cercando di rappresentare quello che la mente gli suggerisce. Non so perché ma mi viene in mente una bellissima frase - che è anche il titolo dell’opera di Francesco Consagra realizzata per Fiumara d’Arte “la materia poteva non esserci� - e mi chiedo: perché il mio pensiero mi rimanda a questo titolo? Non ne trovo il nesso. Ma il nesso c’è ed è la materia, quella materia che viene dagli inferi della terra e di cui è ricca tutta Catania. Il nero della polvere vulcanica non è un nero qualunque (bene diceva Nicolò D’Alessandro, curatore della mostra, nel corso della sua presentazione, “ci sono oltre 100 tonalità di nero�); questa granulosa polvere nera usata in talune opere le arricchisce donando loro una forza notevole: è come se l’artista dopo aver completato il quadro gli avesse soffiato sopra per dargli l’anima. Ecco adesso la materia c’è, palpita. E’ il rosso, il nero, il giallo, il blu; è tutta una gamma di colori che insieme al sapiente uso e padronanza del colore di Orazio D’Emanuele, nell’inevitabile associazione tra l’uno e l’altro dipinto, fa di ogni opera un’unica, sola e irripetibile esperienza visiva. Ibrahim Kodra sosteneva: in un campo di margherite tutte le margherite sembrano uguali ma non è così. Ognuna ha una sua vita propria perché proviene da una pianta diversa. Ma la mostra per la sua caratteristica antologica presenta anche alcune opere giovanili che, pur rimanendo nell’ambito ora paesaggistico ora figurativo, lasciavano presagire l’approdo a quello che poi è inevitabilmente accaduto, complice con molta probabilità le frequentazioni romane. Per Orazio D’Emanuele quindi questo periodo della sua vita artistica coincide con la grande battaglia ecologista italiana. Le sue opere sugli eco-frammenti ed eco-vegetali (alle quali fa spesso ritorno negli anni Novanta) mantengono pur nell’aspetto della denuncia quell’accattivante senso che ha tutta la pittura figurativa. Il grande albero, Frammenti, Il muro, Natura morta, etc. sono opere suggestive che consentono a chi visita la mostra di fare voli pindarici attraverso gran parte della pittura del Novecento da Ennio Morlotti (Ulivi a Bordighera del 1960) a Graham Sutherland (Paesaggio dell’estuario del 19
a Paolo Schiavocampo e altri. Ma l’artista, sotto l’effetto dell’innamoramento, di una nuova e particolare materia (la carta fatta a mano), produce in maniera “sfrenata� una serie di opere su carta. Nelle due mostre in corso (l’altra è al Giardino delle Muse a Palermo) ve ne sono almeno un centinaio.
Gli anni Duemila, per D’Emanuele, sono anni di una grande e straordinaria creazione. Egli affonda a piene mani assorbendo e facendo propria l’essenza più profonda della pittura di Karel Appel, Hans Hartung e dello stesso Georges Mathieu con puntate attente, quasi irriverenti, all’espressionismo astratto americano. James Brooks, Joan Mitchell, Sam Francis, e Mark Rothko, sono gli artisti “indagati� da Orazio D’Emanuele; in mostra ne troviamo tracce di raffinata eleganza elaborate dall’artista al quale bisogna riconoscere l’impegno profuso in questa mostra che lo celebra senza trionfalismi in un luogo ambìto, il Complesso Monumentale Guglielmo II di Monreale, che può vantare otto secoli di storia. La mostra è visitabile tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00, domenica dalle 9.00 alle 13.00 fino al 15 dicembre 2007. Catalogo, Angelo Mazzotta editore Castelvetrano con testi di: Nicolò D’Alessandro, Piero Carbone, Giovanni Compagnino, Giuseppina Radice e Antonio Vitale.
Palermo, 21/11/2007
Francesco M. Scorsone