Il cielo afghano di Daniele Paladini non è più blu
Martedì, Novembre 27th, 2007Daniele Paladini, maresciallo capo del 2° Reggimento Pontieri di Vicenza, sposato e con una figlia di 5 anni, è morto a Pagman, in Afghanistan, nel tentativo di bloccare un kamikaze che si è fatto esplodere tra la folla.
Non voglio entrare nel merito del gesto “eroico� del militare perché si sa, nel teatro di guerra di questo paese, come peraltro in tutto il medio oriente (Libano, Turchia, Iraq, Iran, Siria,Giordania, Israele, Palestina, Pakistan) crocevia del terrorismo più irriducibile, allevato nel passato con i soldi e l’assistenza militare dei più potenti paesi della terra (Usa, Russia, Cina), può starci anzi è pressoché ovvio. Bisogna metterlo nel conto che si possa morire per lo scoppio di una bomba in una missione “di pace� in un paese dilaniato dalla “guerra civile� e nel quale, in nome di Dio, giovani uomini e donne senza speranza e senza futuro si immolano per una causa le cui “nobili� motivazioni le conosce solo chi determina di inviare al massacro questo o quell’altro kamikaze.
Oggi piangiamo questa giovane vita spezzata dall’odio degli uomini contro altri uomini. Dall’odio perpetrato nel nome di Dio; nel nome di quel Dio che non può essere in alcun modo così cattivo, vendicativo e sanguinario da condannare a morte tutti coloro che hanno la sfortuna di pensarla diversamente dai terroristi, che nel e del nome di Dio si fanno scudo.
Oggi lo Stato italiano “celebra� questa nuova morte ribadendo l’assoluta necessità della presenza militare dell’esercito in Afghanistan ponendo fuori discussione la solidarietà al popolo afghano e soprattutto agli impegni presi nell’ambito della missione di pace. La posizione assunta dal Governo Italiano (peraltro con le solite pretestuose diversificazioni e divergenze) circa l’offensiva lanciata dal terrorismo che è vero non è contro gli italiani ma è contro tutti; contro gli stessi afghani, contro tutti quelli che non la pensano come i terroristi. Sarebbe corretto però che lo Stato alzasse il tono del proprio disdegno per tutte le morti di italiani in paesi stranieri, in guerra o in pace che siano, perché le morti dei nostri militari non sono da meno di quelle del calcio, di quelle dei rapiti, di quelle dei dispersi. Avremo in questi giorni funerali di Stato, consegneremo alla vedova medaglie al valore e iscriveremo lei e sua figlia negli elenchi di coloro che hanno diritto al collocamento privilegiato. Le sarà assegnata la pensione come vedova di caduti in guerra, ma non avremo speso un attimo del nostro tempo di connazionali al ricordo della memoria di chi, volente o dolente, ha deciso un comportamento che sicuramente ci onora e onora l’Italia. Non ci saranno sospensioni di campionati di calcio (non era un tifoso), non ci saranno chiusure di negozi (non era un commerciante), non ci saranno scioperi (non era un lavoratore), non ci sarà niente: era solo un militare. Questa è la più triste delle realtà . Bisogna che tutti facciamo uno sforzo non comune che verta alla tolleranza, alla convivenza, all’aiuto del più forte nei confronti dei più deboli riconoscendo loro il diritto di abitare, risiedere, vivere, avere usi e costumi propri nell’ambito del proprio paese. A chi governa bisognerebbe ricordare che le emozioni non possono essere a corrente alternata. Un poliziotto, un tifoso, un carabiniere, un commerciante, un militare e finanche un delinquente sono tutti figli di quell’Italia per la quale è giusto andar fieri portandosi a spasso il tricolore, non solamente quando si vince un mondiale di calcio.
Palermo, 27/11/2007 Francesco M. Scorsone