Archivio di Novembre, 2007

Il cielo afghano di Daniele Paladini non è più blu

Martedì, Novembre 27th, 2007

Daniele Paladini, maresciallo capo del 2° Reggimento Pontieri di Vicenza, sposato e con una figlia di 5 anni, è morto a Pagman, in Afghanistan, nel tentativo di bloccare un kamikaze che si è fatto esplodere tra la folla.
Non voglio entrare nel merito del gesto “eroico� del militare perché si sa, nel teatro di guerra di questo paese, come peraltro in tutto il medio oriente (Libano, Turchia, Iraq, Iran, Siria,Giordania, Israele, Palestina, Pakistan) crocevia del terrorismo più irriducibile, allevato nel passato con i soldi e l’assistenza militare dei più potenti paesi della terra (Usa, Russia, Cina), può starci anzi è pressoché ovvio. Bisogna metterlo nel conto che si possa morire per lo scoppio di una bomba in una missione “di pace� in un paese dilaniato dalla “guerra civile� e nel quale, in nome di Dio, giovani uomini e donne senza speranza e senza futuro si immolano per una causa le cui “nobili� motivazioni le conosce solo chi determina di inviare al massacro questo o quell’altro kamikaze.
Oggi piangiamo questa giovane vita spezzata dall’odio degli uomini contro altri uomini. Dall’odio perpetrato nel nome di Dio; nel nome di quel Dio che non può essere in alcun modo così cattivo, vendicativo e sanguinario da condannare a morte tutti coloro che hanno la sfortuna di pensarla diversamente dai terroristi, che nel e del nome di Dio si fanno scudo.
Oggi lo Stato italiano “celebra� questa nuova morte ribadendo l’assoluta necessità della presenza militare dell’esercito in Afghanistan ponendo fuori discussione la solidarietà al popolo afghano e soprattutto agli impegni presi nell’ambito della missione di pace. La posizione assunta dal Governo Italiano (peraltro con le solite pretestuose diversificazioni e divergenze) circa l’offensiva lanciata dal terrorismo che è vero non è contro gli italiani ma è contro tutti; contro gli stessi afghani, contro tutti quelli che non la pensano come i terroristi. Sarebbe corretto però che lo Stato alzasse il tono del proprio disdegno per tutte le morti di italiani in paesi stranieri, in guerra o in pace che siano, perché le morti dei nostri militari non sono da meno di quelle del calcio, di quelle dei rapiti, di quelle dei dispersi. Avremo in questi giorni funerali di Stato, consegneremo alla vedova medaglie al valore e iscriveremo lei e sua figlia negli elenchi di coloro che hanno diritto al collocamento privilegiato. Le sarà assegnata la pensione come vedova di caduti in guerra, ma non avremo speso un attimo del nostro tempo di connazionali al ricordo della memoria di chi, volente o dolente, ha deciso un comportamento che sicuramente ci onora e onora l’Italia. Non ci saranno sospensioni di campionati di calcio (non era un tifoso), non ci saranno chiusure di negozi (non era un commerciante), non ci saranno scioperi (non era un lavoratore), non ci sarà niente: era solo un militare. Questa è la più triste delle realtà. Bisogna che tutti facciamo uno sforzo non comune che verta alla tolleranza, alla convivenza, all’aiuto del più forte nei confronti dei più deboli riconoscendo loro il diritto di abitare, risiedere, vivere, avere usi e costumi propri nell’ambito del proprio paese. A chi governa bisognerebbe ricordare che le emozioni non possono essere a corrente alternata. Un poliziotto, un tifoso, un carabiniere, un commerciante, un militare e finanche un delinquente sono tutti figli di quell’Italia per la quale è giusto andar fieri portandosi a spasso il tricolore, non solamente quando si vince un mondiale di calcio.

Palermo, 27/11/2007 Francesco M. Scorsone

Il cielo sulla corte del Castello La Grua Talamanca

Domenica, Novembre 25th, 2007

L’occasione è particolarmente ghiotta per parlare del Castello La Grua Talamanca di Carini, meglio noto come il castello della baronessa di Carini di cui tanto si è parlato in occasione di (pessime) finction televisive o di riduzioni cinematografiche non certamente esaltanti.
Nella splendida cornice del Castello di Carini, si è presentata il 24 novembre scorso, una pubblicazione curata dall’Associazione Culturale Studio 71 di Palermo, sul soffitto ligneo del salone delle feste del Castello La Grua Talamanca. La pubblicazione a cui Padre Basilio Randazzo ha dedicato alcuni anni della sua vita per decodificare i motti e i salmi scritti nelle lunette all’interno delle mensole del soffitto, ha visto la luce grazie al patrocinio finanziato del Comune di Carini. Nel suo testo, che introduce la decodificazione dei salmi, Padre Randazzo pone in risalto gli aspetti ibridi di come religiosità e sregolatezza dei costumi di quei tempi - tanto da giustificare finanche l’omicidio - abbiano potuto convivere con la complicità di una società tutta al maschile e tollerante nei confronti dei potenti (non che oggi le cose siano particolarmente migliorate). Padre Salvatore Basilio Randazzo, noto sociologo, nella sua analisi dei fatti e dei costumi del tempo scrive: “(…) La sapienzialità dei salmi biblici è contornata frattanto da superbia emblematica, di stemmi aristocratici per ripetere il ritornello dell’equilibrio: in medio consistit virtus. Tale miscela ideologica vuole dimostrare che ogni tipo di conoscenza può essere contrastato da comportamenti non sempre consoni ai tempi proposti o voluti dai soggetti/attori. (…)�
Mentre la storica dell’arte Vinny Scorsone, ampliando l’aspetto storico e culturale del soffitto paragonandolo ad altri importanti palazzi palermitani: Palazzo Ajutamicristo e Palazzo Termini Alliata di Pietratagliata, nonché lo stesso Palazzo Steri, scrive: (…) “propenderei a datare il soffitto tra la fine del quattrocento e l’inizio del cinquecento, poiché sicuramente posteriore sia quello dello Steri, che presenta caratteristiche più gotiche e una ricchezza decorativa e narrativa quasi unica nel suo genere, sia a quello di Palazzo Ajutamicristo le cui linee decorative sembrano essere di poco precedenti a quello carinese. Tra le mura del Palazzo Ajutamicristo, infatti, è ancora conservato, pur non essendo più visibile a causa dei rifacimenti seicenteschi che coprirono i soffitti con le volte, ciò che resta dell’antico tetto quattrocentesco. (…). Ma il nostro interesse allo stato attuale è dato dalle scritte dipinte nel soffitto ligneo (la cui incuria ha parzialmente cancellato) e che solo la caparbietà e la conoscenza dei salmi delle cristianità di Padre Basilio Randazzo ha definitivamente chiarito tutto ciò che era scritto nelle mensole del soffitto del salone delle feste. La prima delle 14 mensole apre con la scritta: M…. MARIA, ovvero MATER MARIA, per poi proseguire con le diverse interpretazioni e letture dei salmi 112, 111, 110, 109, 25 e con il Te Deum, nelle successive tredici.
Una pubblicazione elegante e ben curata che determina la volontà del Comune di Carini a far le cose per bene. Un modo nuovo per attaccarsi una gardenia all’occhiello. Bisogna però adesso fare attenzione a non farsi sottrarre con abili colpi di mano da associazioni di natura diversa le quali, sostituendosi al pubblico potere andrebbero a gestire, spesso malamente, ciò che è costato denaro alla collettività per il suo restauro. La memoria della storia deve essere affidata a chi ha il culto della storia e soprattutto deve avere un compito preciso: lavorare affinché quello che si è fatto, costituisca il punto di partenza per le future generazioni. Il Castello di Carini, non può e non deve essere inquinato da operazioni di merchandising perché andrebbero solo a discapito della struttura. Il suo ruolo deve essere promotore di operazioni di impegno culturale ma soprattutto deve rimanere patrimonio della collettività e non come accade a Palermo con il Castello Utveggio, “diventato� una sorta di patrimonio del Cerisdi, quando di fatto è della Regione Siciliana che lo ha comprato con i soldi dei cittadini.
Palermo, 25/11/2007
Francesco M. Scorsone

Orazio D’Emanuele - Il complesso ordine della non forma

Mercoledì, Novembre 21st, 2007

Il concetto di “pittura non figurativa� o, come venne definita, astrattismo paradossalmente non ebbe i suoi padri fondatori nella effervescente Francia (anche se affioramenti di tale tendenza erano stati identificati nella pittura francese), bensì in Germania e in Russia. In questi Paesi l’arte astratta venne definita e codificata attraverso il libro di Wilhelm Worringer “Abstraktion und Einfühlung� pubblicato nel 1908. Il “linguaggio� dell’astrattismo, se così si può definire, ancora oggi viene usato e in taluni casi abusato. Mai corrente artistica ha avuto tanti seguaci. Credo, ma non vorrei sbagliarmi, è solo seconda all’impressionismo che tanti proseliti ha avuto e continua ad avere, anche se oggi è fuori tempo e i pittori che ad esso si ispirano non scriveranno certamente nessun nuovo capitolo della storia dell’arte.
Al contrario, i nuovi astrattisti hanno buone probabilità, nell’ambito della ricerca continua operata sul segno e soprattutto sul colore, di potere dire la loro in un prossimo futuro, mi auguro, non lontano.
In questo contesto si inserisce Orazio D’Emanuele, catanese classe 1948, in questi giorni al Complesso Monumentale Guglielmo II di Monreale con una mostra antologica che attraversa in maniera trasversale circa quarant’anni di pittura dell’artista. Una pittura che ripercorre, utilizzando a volte gli stessi materiali (garze, pigmenti, carta, scrittura), la strada degli astrattisti tedeschi come Franz Marc (scomparso prematuramente a 36 anni), Emil Nolde, il francese Othon Friesz, i russi Wassily Kandisky, Mikhail Larinov e Alexej Jawlensky, il ceco Frank Kupka. Ma l’elenco degli artisti che ne rimasero contaminati diventando veri e propri profeti di una corrente artistica che si sviluppò a macchia d’olio in tutto il globo è lunghissimo. Nell’opera di Orazio D’Emanuele ogni lavoro mi rimanda a qualcuno o a qualcosa. Passo e ripasso davanti alle sue opere cercando di capire, di entrare dentro il mistero della mente dell’artista quando affronta il supporto (carta o tela che sia) cercando di rappresentare quello che la mente gli suggerisce. Non so perché ma mi viene in mente una bellissima frase - che è anche il titolo dell’opera di Francesco Consagra realizzata per Fiumara d’Arte “la materia poteva non esserci� - e mi chiedo: perché il mio pensiero mi rimanda a questo titolo? Non ne trovo il nesso. Ma il nesso c’è ed è la materia, quella materia che viene dagli inferi della terra e di cui è ricca tutta Catania. Il nero della polvere vulcanica non è un nero qualunque (bene diceva Nicolò D’Alessandro, curatore della mostra, nel corso della sua presentazione, “ci sono oltre 100 tonalità di nero�); questa granulosa polvere nera usata in talune opere le arricchisce donando loro una forza notevole: è come se l’artista dopo aver completato il quadro gli avesse soffiato sopra per dargli l’anima. Ecco adesso la materia c’è, palpita. E’ il rosso, il nero, il giallo, il blu; è tutta una gamma di colori che insieme al sapiente uso e padronanza del colore di Orazio D’Emanuele, nell’inevitabile associazione tra l’uno e l’altro dipinto, fa di ogni opera un’unica, sola e irripetibile esperienza visiva. Ibrahim Kodra sosteneva: in un campo di margherite tutte le margherite sembrano uguali ma non è così. Ognuna ha una sua vita propria perché proviene da una pianta diversa. Ma la mostra per la sua caratteristica antologica presenta anche alcune opere giovanili che, pur rimanendo nell’ambito ora paesaggistico ora figurativo, lasciavano presagire l’approdo a quello che poi è inevitabilmente accaduto, complice con molta probabilità le frequentazioni romane. Per Orazio D’Emanuele quindi questo periodo della sua vita artistica coincide con la grande battaglia ecologista italiana. Le sue opere sugli eco-frammenti ed eco-vegetali (alle quali fa spesso ritorno negli anni Novanta) mantengono pur nell’aspetto della denuncia quell’accattivante senso che ha tutta la pittura figurativa. Il grande albero, Frammenti, Il muro, Natura morta, etc. sono opere suggestive che consentono a chi visita la mostra di fare voli pindarici attraverso gran parte della pittura del Novecento da Ennio Morlotti (Ulivi a Bordighera del 1960) a Graham Sutherland (Paesaggio dell’estuario del 19 8) a Paolo Schiavocampo e altri. Ma l’artista, sotto l’effetto dell’innamoramento, di una nuova e particolare materia (la carta fatta a mano), produce in maniera “sfrenata� una serie di opere su carta. Nelle due mostre in corso (l’altra è al Giardino delle Muse a Palermo) ve ne sono almeno un centinaio.
Gli anni Duemila, per D’Emanuele, sono anni di una grande e straordinaria creazione. Egli affonda a piene mani assorbendo e facendo propria l’essenza più profonda della pittura di Karel Appel, Hans Hartung e dello stesso Georges Mathieu con puntate attente, quasi irriverenti, all’espressionismo astratto americano. James Brooks, Joan Mitchell, Sam Francis, e Mark Rothko, sono gli artisti “indagati� da Orazio D’Emanuele; in mostra ne troviamo tracce di raffinata eleganza elaborate dall’artista al quale bisogna riconoscere l’impegno profuso in questa mostra che lo celebra senza trionfalismi in un luogo ambìto, il Complesso Monumentale Guglielmo II di Monreale, che può vantare otto secoli di storia. La mostra è visitabile tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00, domenica dalle 9.00 alle 13.00 fino al 15 dicembre 2007. Catalogo, Angelo Mazzotta editore Castelvetrano con testi di: Nicolò D’Alessandro, Piero Carbone, Giovanni Compagnino, Giuseppina Radice e Antonio Vitale.

Palermo, 21/11/2007
Francesco M. Scorsone

Alla Magione il cielo è barocco

Sabato, Novembre 17th, 2007

Una visita, quella alla Magione che doveva darti il senso di ciò che una città ha saputo produrre nell’ambito dell’arte e della cultura barocca (che peraltro ci assomigliano). Siamo stati generati da una cultura le cui tante sfaccettature sono barocche. Viviamo una realtà barocca. La nostra vita politica è barocca. Le stanze del potere, sono barocce, finanche la nostra verità è barocca. Nulla è diretto, immediato. Abbiamo assolutamente necessità che tutto ciò che siamo, che rappresentiamo, venga mediato da qualcuno o qualcosa.
Le immagini proposte nella mostra “Cielo Barocco� - 60 per l’esattezza, stampate su carta fotografica ilford 240g. e montate su foamix 10mm - sono di ottima anzi di straordinaria fattura e bellezza (soprattutto viste con l’occhio del profano e cioè di colui il quale alzando gli occhi al soffitto di una qualsiasi chiesa palermitana non può non rimanere affascinato dalla complessità e maestosità delle immagini che lo sovrastano). Le foto, tutte di notevole dimensione, sono abbastanza grandi per avere una buona percezione visiva del soggetto rappresentato ma soprattutto riescono a dare l’idea al visitatore di come per la riproduzione delle stesse l’associazione Culturale Antela (ideatrice e curatrice della mostra) non abbia badato a spese. Una mostra ben allestita in un ambiente austero per le sue antiche vestigia ma con un catalogo (poco più di un depliant) non all’altezza della mostra stessa. Ma se da una parte il catalogo ha dei cedimenti significativi (anche la qualità di stampa non è tra le migliori) lo stesso non si può dire delle fotografie in quanto sia la scelta delle inquadrature così come le immagini stesse “rubate� dall’obiettivo di Francesco Ferla, in particolare nelle chiese palermitane, oltre ad essere di ottima fattura sono di straordinario impatto visivo. Santi, Madonne, Angeli, Padreterni, tutto concorre a creare un alone di mistero conosciuto in quelle immagini. E’ come ritrovarsi fra cose di “casa�. Infatti conosciamo perfettamente ciò che stiamo vedendo: la Chiesa del Gesù a Casa Professa, San Giuseppe dei Teatini, Santa Caterina, Santa Maria dell’Ammiraglio, Santa Maria di Valverde, Santa Cita, Santa Maria della Pietà, Santa Ninfa dei Crociferi, Sant’Anna e infine una piccola e straordinaria chiesa quella dell’Immacolata Concezione dentro il mercato storico del Capo; una Chiesa che ancora oggi mi ricorda quando da bambino vi entrai accompagnato da mia nonna che abitava in via Carini. Già allora ne rimasi meravigliato per la ricchezza dei suoi addobbi, per la ridondanza degli stucchi, delle pitture murali, dei paliotti e dei marmi. Ma il mio stupore infantile oggi è accentuato dalla conoscenza, sono più che mai meravigliato, una meraviglia data da questo cielo barocco che grazie ad uno straordinario apporto tecnico è stato spostato in senso verticale in modo da diventare “pane� per cibare gli occhi.
Un’attenzione particolare è stata posta dall’artista nel fotografare gli stucchi. Sfruttando in particolare il taglio della luce egli è riuscito ad ottenere ottimi effetti come nel caso dell’angelo fotografato alla Chiesa del Gesù o gli stucchi del presbiterio di Santa Maria della Pietà. Questa mostra mi rimanda immagini di distratti chierichetti intenti a fare oscillare il turibolo che spandeva nell’aria i mistici odori dell’incenso, mentre con la testa rivolta all’insù guardavano rapiti le immagini dipinte nella volta della navata centrale. Ma forse è appena il caso di non farci distrarre anche noi dall’aria di misticismo che aleggia alla Magione.
E’ il caso di sottolineare come nel catalogo, concludendo l’introduzione, il curatore o l’Associazione Antela scrive: “(…) In una città forse difficile da comprendere si chiede al turista di cercare il proprio spazio barocco, il proprio cielo barocco, di prescindere dalle oggettive difficoltà della città, e di concentrarsi sulle tracce meravigliose della sua storia, e di immaginare quale doveva essere il suo aspetto originario (…)�. Non credo che al turista possiamo chiedere di lasciar perdere se lo borseggiano o se i servizi non funzionano e via dicendo, tanto gli offriamo la cultura. Queste frasi lasciamole alla politica, anche perché hanno sistemi migliori per farti “digerire� i disservizi.
La mostra si concluderà il 27 novembre 2007, orario continuato dalle 10.00 alle 18.30 tutti i giorni. Catalogo gratuito
Palermo, 15.11.2007
Francesco M. Scorsone

Tracce d’oriente a Palazzo Bonocore

Sabato, Novembre 10th, 2007

Rimesso a nuovo, come si conviene ad una vecchia e bella signora di cinquecento anni che si è fatta il lifting per l’occasione grazie all’intervento di restauro condotto dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali di Palermo, Palazzo Bonocore riapre al pubblico con una splendida mostra dedicata alla tradizione liturgica greco albanese e a quella latina in Sicilia. Una mostra che ripercorre un itinerario complesso come sono normalmente tutti gli itinerari che hanno attinenza con l’aspetto cattolico di una nazione o, per meglio dire, dell’intero bacino del Mediterraneo, da sempre crocevia di culture che, per quanto possibile, hanno convissuto tra loro. Un esempio di questa osmosi è presente nella lapide quadrilingue (giudeo arabo, arabo, latino e greco), conservata al Museo della Zisa a Palermo, datata 1149. Ma la mostra di Palazzo Bonocore va oltre l’aspetto squisitamente informativo e didattico come normalmente siamo portati a pensare. “Tracce d’Oriente� è una mostra da vedere o meglio anche da vedere perché per la prima volta a Palermo si è pensato anche a coloro i quali non possono vederla. L’attenzione che è stata posta ai diversamente abili è data sia dal catalogo (realizzato anche in braille) sia da alcune delle icone riprodotte tridimensionalmente che potranno essere esplorate in maniera tattile, così come alcuni oggetti, per lo più suppellettili liturgiche (navicelle, ostensori, pissidi rettangolari etc.) della mostra i quali sono stati copiati fedelmente per dare la possibilità agli ipovedenti di rendersi conto dello loro bellezza sfruttando la loro sensibilità tattile. Da sottolineare, inoltre, che ogni opera ha una sua targhetta con i caratteri braille per spiegarne l’origine e la tecnica.
La mostra, nel suo complesso, presenta un itinerario che è un affascinante viaggio, una finestra aperta sulla religiosità dei popoli del mediterraneo, uno strumento efficace per vivere la contemporaneità in modo critico e soprattutto per non subire gli eventi incontrollabili di una religiosità altra. Per renderci promotori e attori a nostra volta della nostra religiosità (fermo restando i valori, la storia, la cultura) buona e caritatevole, quella di cui i popoli, indipendentemente dal loro meridiano di appartenenza, dovrebbero essere campioni di fierezza. Ma per tornare alla mostra, curata da una impeccabile come sempre Maria Concetta Di Natale, essa offre spunti diversi di riflessione, di cosa può ed è stata la religiosità mediterranea con particolare riferimento a quella cattolica nella diversità di riti dall’XI secolo ai nostri giorni. Croci benedizionali, suppellettili liturgiche, straordinari e ricchissimi paramenti sacri (dalla mitra al piviale, dalla pianeta alla stola etc.) bastoni pastorali, piccoli altari da campo e ancora libri liturgici (breviari e messali) in lingua greca e latina. Davanti a tutto questo rimango stupito di come affiorino alla mia mente, man mano che scorro gli oggetti, la mia infanzia a San Francesco da Paola: Padre Felice, Padre Buono, Fra Gennaro, Fra Giovanni, un mio carissimo amico di infanzia seminarista di cui ho perso le tracce, sono tutte persone che rivedo in quei paramenti; ne odo le voci, ne percepisco gli odori; avverto una strana estasi, mi sento in una sorta di stato di grazia. Mi viene voglia di chiedere se i profumi che percepisco sono una mia sensazione o è qualcosa che è stata dispersa nell’aria. La risposta arriva subito. Le copie tridimensionali delle icone sono state intrise di oli profumati e di resine per ricostruire gli odori che si respiravano nelle chiese durante le cerimonie religiose e i cui oggetti, in particolare i legni, ne rimanevano impregnati.
La mostra è un susseguirsi di stupimenti e di incredulità per come sono arrivate a noi, oltre che ovviamente le icone (gran parte delle quali provengono dalle chiese di Piana degli Albanesi e Mezzojuso), anche quegli oggetti dell’artigianato argentiere palermitano quali: bastoni pastorali, ostensori, reliquari, aspersori, fibule etc., provenienti dal tesoro del Duomo di Monreale, da Ficuzza e ovviamente da Mezzojuso e Piana. Un patrimonio la cui valenza economica non è discutibile ma è di secondo piano rispetto a quello che ha rappresentato e rappresenta in termini di valore culturale, storico, etnico e soprattutto cattolico. Sono le radici della nostra storia, della nostra credenza religiosa. Le immagini rispondono a quelle identità fisiche di santi, di madonne, di simboli della cristianità che ci siamo voluti dare per riconoscere e riconoscersi in quelle figure rassicuranti, dai contorni velati da una misteriosa quanto inavvicinabile bellezza.
La mostra, promossa dalla Fondazione Plaza, è visitabile da domenica a venerdì dalle 10.00 alle 20.00, sabato dalle 10.00 alle 22.00. Palazzo Bonocore, Piazza Pretoria, Palermo. Ingresso gratuito.

Palermo, 03/11/2007 Francesco M. Scorsone

Un albero per il Sahel

Venerdì, Novembre 9th, 2007

Un albero per il Sahel. Con questa motivazione l’associazione Ricercarte ha coinvolto un nutrito gruppo di artisti italiani a donare un’opera per l’iniziativa meritoria di raccogliere fondi i cui proventi saranno destinati al progetto: Recupero terre nel Sahel. Un territorio che confina con l’estremità occidentale del Sahara: zona ad altissimo rischio di desertificazione. La sopravvivenza degli abitanti è minacciata giornalmente dalla costante mancanza d’acqua a tutti i livelli. Le piogge in quest’area dell’Africa (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania, Niger e Senegal del Sud) sono praticamente inesistenti. La mostra patrocinata dalla Provincia Regionale di Palermo comprende opere degli artisti: Antonella Affronti, Luciana Anelli, Calogero Barba, Marco Bonafè, Silvano Braido, Peppe Caiozzo, Renzo Calzavara, Carmelo Candiano, Sebastiano Caracozzo, Salvo Caruso, Marcello Castiglia, Giorgio Chiesi, Gaetano Cipolla, Bartolomeo Conciauro, Filli Cusenza, Rosetta D’Alessandro, Angelo Denaro, Alessandro Di Giugno, Demetrio Di Grado, Giuseppe Fell, Naire Feo, Tatiana Giannilivigni, Piero Gilardi, Gilda Gubiotti, Anna Kennel, Donato Larotonda, Giovanni Leto, Gaetano Li Grani, Giovanni F.P. Madonia, Pino Manzella, Lillo Messina, Maria Militello, Fabio Mirri, Alessandro Monti, Franco Mulas, Vincenzo Nucci, Elena Pagani, Franco Panella, Antonino G. Perricone, Massimo Piazza, Giuseppina Riggi, Stefania Romano, Paola Sanguedolce, Enzo Sciavolino, Filippo Scimeca, Tommaso Serra, Tino Signorini, Vittorio Silvestri, Turi Sottile, Enzo Tardia, Ernesto Tavernari (purtroppo scomparso e a cui desidero dedicare questo articolo), Gianni Maria Tessari, Claudio Testaverde, Togo, Fiorenza Valenti, Maria Vinci, Totò Vitrano. La mostra ospitata in questa prima uscita presso i locali del Consolato del Marocco di Via Villa Verona n. 35 a Palermo fino al 22 Novembre 2007 e successivamente a Firenze, Forlì e Montevarchi in Provincia di Arezzo. Come tutte le mostre collettive che hanno finalità e tema, verifichiamo che alcuni artisti hanno inviato delle opere appropriate e di ottima qualità, mentre altri come spesso accade pur rimanendo alta la qualità dell’opera, non hanno fatto una scelta adeguata ma hanno preferito più semplicemente inviare un lavoro qualunque. Ciò non sminuisce l’importanza della donazione che ogni artista ha fatto perché in ogni caso, lo stesso fatto che si sono posti il problema, ponendo finanche a proprio carico spese per la spedizione dell’opera, è segnale che gli artisti sono tra le poche persone che pur nell’apatia generale riescono ancora oggi a contribuire con generosità alle manifestazioni di solidarietà. La mostra curata da Salvo Ferlito contiene in catalogo testi di Vinny Scorsone e dello stesso curatore. Orari di apertura: dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16,30 alle 20.00 tutti i giorni festivi inclusi. Ingresso gratuito. Catalogo € 6,00
Palermo, 08/11/2007
Francesco M. Scorsone

Maurizio Vitale e la sua nuda musa

Venerdì, Novembre 2nd, 2007

Non so perché ma gli scatti fotografici di Maurizio Vitale non mi pare che rispondano a chissà quale tormento del corpo; oserei invece dire, più semplicemente (ma evidentemente è un mio limite), essi rispondono a quegli strani intrecci casalinghi un po’ osé, realizzati in maniera del tutto privata, in cui un marito in vena di voyerismo e una moglie consenziente passano le serate nella speranza di vendere il risultato della “storiaâ€? a sfondo erotico ad amici e vicini di casa per raggranellare qualcosa da spendere per le vacanze o per esigenze diverse. Una scenografia povera, come si addice in questi casi, fatta da un tavolo da cucina ed un drappo, molto somigliante ad un lenzuolo stropicciato, che fa da quinta di palcoscenico. L’ambiente non è certamente quello di un elegante loft o di uno studio fotografico ma più semplicemente quello casereccio in cui la “povertàâ€? si può rilevare finanche dal pavimento fatto di mattoni di cemento cm 20×20 molto in voga nelle abitazioni popolari del dopoguerra.
La domanda che mi pongo allora è la seguente: perché Vitale per rappresentare “la solitudine del corpo� sceglie una modella il cui obiettivo è quello di stabilire un contatto di complicità con il fotografo cercando sempre e comunque di apparire accattivante e piacevole agli occhi di chi poi la giudicherà? L’artista forse volutamente raccoglie, mi pare, una inespressività a tratti palese nella modella per trasferirla per mezzo dell’occhio della macchina fotografica su un supporto cartaceo al fine, attraverso giustificazioni di carattere concettuali, di elevarla ad opera d’arte. E allora mi chiedo: perché ha la necessità di fotografarla nuda? Forse perché il corpo nudo rende maggiormente il tormento della solitudine? O forse è l’ambiente nudo e asettico che rende incisivo il tormento? Oliviero Toscani e la sua anoressica modella nuda determinano tutta la drammaticità della solitudine e della disperazione di una società sempre più sorda alle esigenze individuali e sempre più disponibile ai trionfi di un becero quanto insulso presenzialismo collettivo.
Non è mio interesse entrare nel merito delle singole fotografie, giacché non è in gioco l’analisi delle inquadrature o della composizione: è un lavoro per tecnici. Una foto rimane principalmente una foto. Ciò che conta è l’avere colto, posticipandolo di quel tanto affinché rimanga impresso nella nostra macchina fotografica, ciò che pensiamo sarà la nostra foto rispetto a ciò che vediamo. In questo senso Vitale riesce appieno cogliendo alcuni aspetti che inevitabilmente mi rimandano al grande commediografo Arthur Schnitzler e al suo “Doppio sogno�.
La mostra attualmente esposta alla galleria Biotos di Palermo è presentata da un raffinato testo in catalogo di Salvo Ferlito e si concluderà il 4 novembre.

Palermo, 01/11/2007 Francesco M. Scorsone

Antonio Zanghì - un contemplatore del paesaggio

Giovedì, Novembre 1st, 2007

Si può essere d’accordo o meno con ciò che è oggetto di argomentazioni esplicative sull’opera di un artista dette nel giorno dell’inaugurazione di una mostra. Si ascolta in silenzio lasciando che chi ha la parola reciti fino in fondo la sua parte di cicerone.
La mostra del messinese Antonio Zanghì, esposta a Palermo in questi giorni alla galleria Il Tempio di Via Pascoli 3, presentata da Teresa Rizzo, offre al visitatore un ventaglio di opere realizzate in un periodo abbastanza ampio, circa quindici anni di pittura. Una pittura che spazia dal paesaggio alla figura con nette differenze. Nei paesaggi infatti, contrariamente a quanto avviene nella realizzazione delle figure, la pennellata scorre felice e decisa, in particolare in alcuni lavori che affrontano l’aspetto vedutistico urbano; essi sono frutto di una intuizione ottimale sia per la scelta dei colori che per l’utilizzo degli stessi, il cui sapiente uso darà poi, quando l’opera sarà finita, quella luce, ora radente e sfumata come è la luce del mattino, oppure calda e soleggiata come lo è quella dei nostri campi nella stagione primaverile inoltrata.
Il testo di Lucio Barbera, già presente nel catalogo di una mostra del 1994, offre una chiave di lettura ampia ed esaustiva circa il rapporto tra Antonio Zanghì e il suo paesaggio.
Di diversa natura, come già detto, sono le figure. Zanghì prende spunto da questo o da quell’altro artista per realizzare i suoi lavori. Trasporto dello zolfo a spalla, ad esempio è un’opera che ci ricorda tanto il più celebre quadro di Onofrio Tomaselli esposto alla GAM di Palermo, così come Tonnaroti alle prese col tonno, in cui spicca il più famoso dei tonnaroti, Clemente Ventrone (riconoscibile tra mille per la sua fluente chioma bionda), centro permanente nelle più famose mattanze di un plotone innumerevole di pittori siciliani: da Guttuso a Migneco, da Giambecchina a Uzzaco che hanno immortalato questo aspetto drammatico della pesca del tonno siciliano.
Ballerine, bagnanti, ulivi, barche, gli stessi rimorchiatori che vanno su e giù per lo stretto di Messina (paesaggio molto caro allo scomparso Santi Alleruzzo) sono i temi della mostra di Antonio Zanghì. Una mostra che risente dell’aspetto un po’ stanco di una pittura che non riesce a crescere, forse per pigrizia, forse per l’appagamento che è riuscito a dare al suo pubblico, forse perché gli manca una musa ispiratrice. Un artista che ha assoluto bisogno di destarsi dal torpore in cui è piombato.
La mostra si concluderà il 6 novembre 2007. Galleria “Il Tempio� Via Pascoli 3 Palermo.

Palermo,28/10/2007
Francesco M. Scorsone

Chiara Chiaramonte l’incosciente consapevolezza di un idea

Giovedì, Novembre 1st, 2007

A farsi troppe domande a volte c’è il rischio di non riuscire a darsi neanche una risposta. Ciò accade quando, a tutti i costi, ci poniamo degli interrogativi per cercare di recuperare dai nostri cassetti mentali elementi che ci possano fare identificare, attraverso la memoria, ciò che stiamo vedendo, cercando di associare quello che abbiamo sotto gli occhi alla nostra conoscenza. Conoscenza che è data o da studi specifici o, più semplicemente, da quella capacità sensoriale più o meno sviluppata e che l’uomo moderno ha immagazzinato, nel corso della sua vita, nella sua impenetrabile scatola cranica stratificando informazioni e immagini che via via vi giungono, senza peraltro riuscire a darsi una risposta.
Spesso il cervello, in maniera del tutto casuale ma soprattutto attraverso la vista, l’udito e gli altri sensi, classifica l’informazione e l’archivia mettendola a nostra disposizione su richiesta specifica. Da esso riceviamo una tale quantità di informazioni che, probabilmente, la più sofisticata macchina tecnologica non sarebbe in grado di assorbire ed elaborare in uno spazio così ristretto come appunto è il cervello. I normali cd o pd, pur nella loro incredibile estensione, hanno dei limiti nella capienza di informazioni che possono contenere. Nell’uomo questo limite non è stato provato, la sua capacità è spaventosamente illimitata.
I lavori di Chiara Chiaramonte sono un’ “idea� che l’artista ha saputo trasferire in maniera del tutto “incosciente�, senza “consapevolezza�, sono il frutto di una conoscenza accidentale. Nei suoi lavori non vi è un disegno mentale preordinato, tutto è un casuale frutto di una composizione che l’artista arricchisce man mano che l’opera prende corpo. Nel suo lavoro Chiara Chiaramonte, più che ad una esigenza mentale, risponde ad una esigenza epidermica; lei si esalta man mano che il quadro si compie. Lo arricchisce con quegli elementi come la carta velina colorata, il collage, residui e limature di alluminio, colla e soprattutto pigmenti: rosso porpora, blu cobalto, arancione, marrone. Il rapporto con le sue opere è di carattere viscerale, è come se le avesse partorite. L’intervento di mani estranee spesso la mette in trepidazione: è una madre troppo apprensiva, dimenticando che, parafrasando il grande poeta libanese Kahlil Gibran, (…) “I vostri figli non sono figli vostri. Essi sono i figli della Vita / e ad essa in verità appartengono.(…). Chiara Chiaramonte ha avuto il compito, dettato da uno stato di grazia, di realizzare le opere. Bene. Adesso deve far sì che le stesse abbiano la capacità di avere una loro vitalità e soprattutto una loro vita. La mostra realizzata con il patrocinio della Provincia regionale di Palermo ed esposta alla galleria Studio 71 si concluderà il 27 ottobre 2007. catalogo gratuito orari della mostra dalle 17.00 alle 20.00

Palermo, 20/10/2007
Francesco M. Scorsone