Archivio di Settembre, 2007

Salvatore Provino – Geometrie dell’anima

Lunedì, Settembre 24th, 2007

Anima, ovvero parte spirituale e immortale dell’uomo. Mai parola fu così calzante per descrivere il lavoro creativo dell’artista. Il suo lavoro, cioè quello che egli produce, è l’aspetto esteriore della sua anima. Lo rende immortale nel tempo. La mostra di Salvatore Provino dal titolo “geometrie dell’anima� in atto in corso presso L’Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires, promossa dall’Organizzazione Artistica E. Frioni e dall’Ambasciata d’Italia in Argentina, è una ulteriore conferma del lavoro di questo Maestro, siciliano fino alla radice dei capelli. Originario di Bagheria e trasferitosi a Roma da giovanissimo, nel corso degli anni ha saputo affrontare con la determinazione tipica dei siciliani tutte le avversità che si sono frapposte fra la sua pittura e il mondo dell’arte, diffidente e mai generoso. Al contrario Provino è stato sempre un’artista disponibile e generoso. Questa mostra argentina arriva dopo quelle tenute in Cina che hanno registrato un successo notevolissimo. Provino infatti nel 2002 è stato uno dei primi artisti italiani chiamati ad esporre in un paese dalle tradizioni millenarie come la Cina. Il suo percorso artistico è passato attraverso una figurazione di sironiana memoria e, prima ancora di approdare alle geometrie non euclidee, ha avuto una parentesi legata alla pittura del grande artista inglese Francis Bacon.
La sua pittura ha attraversato tutti gli spazi possibili degli “ismi� codificati senza mai, peraltro, esserne contaminata. Per Provino bisogna trovare una nuova corrente, bisogna inventarsene una. Quelle esistenti poco si adattano all’arte di questo Maestro alla continua ricerca di soluzioni estetiche e cromatiche. Guardando i suoi lavori si ha la sensazione di vedere una sorta di strano miracolo del colore. Quelle tonalità dal blu cobalto del mare, al viola dei campi di sulla o il giallo dell’agrifoglio, il rosso delle colate di magma incandescente e poi ancora rosa, verde, celeste, sono la chiave per capire il suo lavoro. Egli chiude i suoi colori tracciando sulla tela una geometria astrale sicché questi, invece di vagare sulla superficie della tela, ne restano intrappolati, pronti per appagare la sete che ognuno di noi ha di essi. Giulio Turcato disse qualche anno prima di morire: “ho speso parte della mia vita nel tentativo di trovare un nuovo colore�. Lo disse nella consapevolezza che probabilmente la grandezza dell’artista del ventesimo secolo sarebbe passata attraverso la percezione e lo stimolo visivo che il colore esercita attraverso i nervi ottici. Esso ti arriva al cervello mettendo in moto una macchina complessa e straordinaria. I ricettori cercano e richiamano alla mente fatti, eventi, ricordi, sogni, incubi, amori colorati e in bianco e nero. Tutto è utile per farti assorbire in maniera spugnosa la nuova sensazione. Certamente Provino è tra gli artisti che, in qualche modo, attraverso il cromatismo della sua tavolozza prova a venir fuori dalle stereotipe sacche del colore puro, acceso, piatto, riuscendovi perfettamente. La riconoscibilità dei suoi quadri è palese, non è confondibile con altro artista. Il suo modo di trattare la tela, utilizzando oltre che i colori ad olio anche i pastelli cerosi, non è comune ad altro pittore. I temi, la qualità delle opere, la ricerca estetica, sono tutti elementi che ne fanno un Maestro e un vero talento a cavallo di due secoli. La mostra si concluderà il 23 settembre 2007.
Palermo,23/09/2007
Francesco M. Scorsone

Ben Ormenese – La forma virtuale

Domenica, Settembre 23rd, 2007

Dare fuoco – come fece Ormenese nel 1978 - alle proprie opere è un gesto gravissimo ma di grande maturità artistica. Rimanere deluso davanti al proprio lavoro al punto tale da ritenerlo inutile e quindi buono per la fiamma purificatrice è prova di una forza di volontà non comune.
E’ sempre meno frequente sentire di artisti che non soddisfatti del proprio lavoro distruggono le loro opere e, se ciò accadeva con frequenza nel secolo scorso, sia pure non tanto per volere dell’autore quanto per quella parte di clero e di borghesia che con la loro influenza corrompevano polizia più o meno segreta e magistrati ecclesiastici timorati dal potere temporale a distruggere ciò che era frutto della creatività dell’artista perché ritenuto scandaloso, oggi non accade più. Nel secolo della spazzatura elevata ad opera d’arte, sentire di un artista che brucia i propri lavori è quanto mai singolare.
Ben Ormenese, nato nel 1930, artista tra i più significativi del gruppo europeo del cinetismo, espone in questi giorni e fino al 20 settembre al Loggiato San Bartolomeo di Palermo 38 opere realizzate tra gli anni Sessanta e il 2007. Una mostra praticamente antologica il cui arco produttivo abbraccia gran parte del suo lavoro. Le opere di questo interessantissimo maestro del cinetismo, allestite nei due piani del Loggiato e disposte con un buon allestimento che permette una fruibilità ottima malgrado i riflessi di un sole accecante che entra dalle finestre, danno un saggio di cosa sia stata questa corrente artistica italiana con i gruppi “N� e “T�. In realtà Ormenese non fece mai parte dei citati gruppi ma fu sempre considerato un ricercatore solitario assieme a Hugo Demarco, Jorrit Tornquist, Franco Costagliola e più tardi Gioppè Di Bella di cui in questi giorni si apre una sua mostra al Complesso Monumentale Guglielmo II di Monreale.
La sua ricerca “solitaria� è il naturale approdo verso quelle soluzioni che nelle strutture lamellari (LAM), le quali riflettono linee rette e curve come continuazione dell’opera, trovano ampia e puntuale applicazione. L’illusione ottica non è data dalla percezione visiva in dipendenza dal punto di osservazione, per cui l’opera assume una forma del tutto diversa in relazione al “fuoco�, al suono o al colore presenti in loco, come è per i gruppi prima richiamati. In Ormenese il dato significativo è l’osservazione dell’opera da un solo punto per cui spostarsi dalla messa a fuoco significherebbe perdere il senso della costruzione dell’opera. Scriveva Luciano Caramel al tempo della scoperta di Ormenese a proposito della sua ricerca: “(…) il loro equilibrio sembra frutto spontaneo di una felice intuizione, piuttosto che l’esito preciso e faticato di un controllo della forma (…)�.
Tutta la serie dei teatrini ha infatti questa caratteristica e non solo. Particolarmente significativa risulta l’opera dedicata al “tonno siciliano�. Ormenese non ricorre a quell’aspetto ludico e spettacolare che ha caratterizzato tutto il secondo Novecento e che nell’opera cinetica e visuale ha trovato terreno fertilissimo. Egli non si lascia inglobare in questo turbinio che sembra avere contagiato il pianeta; influenze e contributi dell’arte cinetica, difatti, sono presenti sia negli Stati Uniti con Beckmann, Ponn, Bannard etc. sia in molti paesi europei. Di notevole interesse sono i suoi legni; nati a metà degli anni Sessanta ed esposti in questa mostra. Sono il frutto di una ricerca che trova identità nella natura e nella sostanza degli elementi che costituiscono l’impalcatura dell’opera.
La mostra resterà aperta fino al 20 settembre 2007 con orario di apertura dal martedì al sabato dalle 16.30 alle 19.30; domenica dalle 10.00 alle 13.00. Chiusura il lunedì. Ingresso gratuito. Catalogo € 20,00 La mostra è stata realizzata con il patrocinio e il contributo della Provincia Regionale di Palermo.

Palermo, 19/08/2007
Francesco M. Scorsone

Girolamo Balistreri e lo sguardo impertinente degli dei

Sabato, Settembre 22nd, 2007

Ci sono avvenimenti, in questa strana città di Palermo, che anche quando la portata culturale è di spessore, l’informazione e la parte più o meno nobile della cultura li snobba. Li snobba non tanto perché lo snobismo è una caratteristica dei palermitani, per cui far finta di niente, anche quando ciò che sta accadendo ti attraversa l’esistenza, è quasi un obbligo, ma perchè è un modo di essere. Li snobba solo e semplicemente perché non gli è “arrivato� l’invito. Nessun tamburo ha suonato per fargli sentire il messaggio del popolo nobile della cultura e quindi ne dà per scontata la sua inesistenza. Venerdì 14 settembre 2007 nel cortile di Palazzo Abatellis si è inaugurata la mostra di Girolamo Balistreri …e gli dei, invidiosi guardano e ridono. Una mostra la cui attenzione punta su una installazione dai molteplici aspetti. Gli oggetti presenti sulla scena sono: una scala che si protende verso il cielo; due enormi ruote la cui funzione non è stata mai legata al trasporto di animali o persone, forse perché somigliano più a una bobina il cui asse centrale, ora bruciato, ha separato in due metà i dischi; del fasciame di botti disposto in modo tale da sembrare un relitto di antica imbarcazione punica rifiutata dal mare. Delle assi posizionate a terra danno la sensazione di costati di animali preistorici, un uomo bionico bocconi senza testa. Tutto è poggiato su un tappeto a scacchiera il cui colore va dal grigio fumo al nero. Questi gli elementi con i quali ha lavorato Balistreri. Con questa sua opera l’artista forse si fa carico della presunzione e della stupidità dell’uomo che a tutti i costi tenta attraverso situazioni costruite in laboratorio come può essere un uomo bionico al quale viene fornito il mezzo più classico per scalare lo spazio. Un vano tentativo di avvicinarsi a Dio o comunque a qualcosa di non terreno. Questa presunzione dell’uomo viene punita. Egli viene fulminato e scaraventato a terra sotto lo sguardo sorridente degli dei, e lì farà “compagnia� a tutto ciò che è stato oggetto della crescita e della sua creatività, diventata ormai archeologia. I dischi della bobina a cui sono stati fissati elementi della tecnologia moderna, racchiudono in sé tutto il sapere dell’uomo. Nulla vi può essere di più significativo. Essi rappresentano l’invenzione più straordinaria che è stata la ruota e l’odierno microchip. Sicuramente tra le installazioni che abbiamo visto ci sembra la più interessante. Balistreri non invade lo spazio dell’atrio di Palazzo Abatellis ma lo esalta, lo rende ulteriormente vivibile. Appena dentro il palazzo, lo sguardo viene captato dalla scala posta al centro dell’installazione. La segui come a volere contare i gradini, sembra infinita, sembra doversi perdere nello spazio se non fosse per un filo di acciaio teso a sorreggerla e che attraversa il cielo del pozzo.
L’installazione è arricchita di una mostra a latere dedicata principalmente al Trionfo della Morte, il noto affresco conservato nella galleria. Si tratta di una indagine conoscitiva sulla materia e sui significati simbolici oggetto dell’opera in questione. Una ricerca condotta negli anni 1993/94 di delicata e raffinata fattura che hanno consentito all’artista di sviluppare l’installazione di cui prima. La mostra si concluderà il 30 ottobre 2007. Galleria Regionale di Palazzo Abatellis Via Alloro n. 4. Ingresso gratuito. Catalogo con testi di Vincenzo Abbate, Giulia Davì e Piero Longo.
Palermo, 21/09/2007
Francesco M. Scorsone

Salvatore Pizzo – Sguardi. Tra scrittura e segno

Giovedì, Settembre 13th, 2007

E’ già da qualche tempo che seguo il lavoro di Salvatore Pizzo ed ero particolarmente dispiaciuto per non avere visto la sua mostra Taorminese. La fatalità ha voluto che il Comando Regione Militare Sud della Base Logistica di Cefalù allestisse nello spazio polifunzionale all’interno della Caserma “N. Botta� una mostra personale di Pizzo dal titolo “Sguardi� a cura di Aldo Gerbino e che me ne giungesse notizia. E’ stata l’occasione perché finalmente visitassi una sua mostra. Conoscevo bene e da tempo i lavori di questo artista di Serradifalco. Avevamo più volte parlato circa il suo lavoro in occasione di sue visite palermitane ed ero sempre rimasto affascinato dalla scelta dei soggetti per lo più in linea con i tempi. Personaggi del cinema e più in generale della cultura e dell’informazione sono i soggetti delle sue opere. Egli si serve del supporto più fragile ma che è il più antico e forse tra i più inalterabili nel tempo: la carta. Bianca o da imballaggio, è il suo elemento di sostegno su cui egli ferma, trasforma le sue muse. Esse, diventate immagini da decontestualizzare dalle pagine di una patinata rivista o quotidiano che sia, sono state elevate a opere delle creatività e dell’ingegno attraverso quelle operazioni di transfer che fecero di Mimmo Rotella un artista di spessore internazionale. Ed è proprio alla maniera degli artisti pop - anche se, forse è il caso di fare un distinguo – perché, vero è che Pizzo eleva ad arte materiali utilizzati, quali la carta, ma è altrettanto vero che ciò non è una costante del suo lavoro, che lui opera. La carta diventa il pretesto per costruire la sua opera. I volti, oggetto dell’attenzione dell’artista, frequentemente si perdono nello spazio che è stato assegnato loro, parte del quale è occupato da caratteri tipografici o più semplicemente da citazioni e pensieri dell’autore, criptati e da decodificare. Egli realizza i suoi lavori, comunque, proprio servendosi delle immagini che altri hanno già utilizzato per porre in evidenza avvenimenti più o meno rosa, delinquenziali, di denuncia, di corruzione, attraverso quel procedimento definito “frottage�. In altri termini: esito del procedimento per il trasferimento con l’impiego di solventi delle immagini su un supporto (carta, tela, zinco etc.) riducendole allo stato di impronta per poi, attraverso l’intervento manuale dell’artista, completare l’opera. Esempi di straordinario interesse di questa tecnica sono stati: gran parte dell’opera degli anni Sessanta di Mimmo Rotella; alcune lavori di Robert Rauschenberg realizzati utilizzando riporti fotografici. Anche Max Ernst nel 1925 ed altri surrealisti successivi utilizzarono questa tecnica, incorporando l’oggetto “stropicciato� in una composizione grafica (collage, disegno e a volte anche pittura) ottenendo risultati esteticamente e artisticamente molto validi. Un discorso a parte vale la pena fare per i piombi di Pizzo. L’artista usa questo metallo duttile e malleabile per realizzare le sue figure antropomorfe, i suoi totem. Realizzati con le tecniche dell’incisione o del bassorilievo sono aniconici, non decifrabili, bisogna che l’artista ti fornisca la sua chiave di lettura per potere entrare dentro il senso del suo discorso artistico. La mostra si concluderà il 16 settembre 2007. Orari della mostra: dalle 9.00 alle 12.30 e dalle 17.00 alle 20.30. Centro Polifunzionale Comando Regione Militare Sud Piazza Colombo – Cefalù.

Palermo, 12/09/2007
Francesco M. Scorsone

Calogero Barba – soggetti/concetti 1977-2007

Sabato, Settembre 8th, 2007

Avevo finito di scrivere alcuni concetti su una mostra ed ero alla ricerca di una frase che potesse mitigare l’asprezza dello scritto quando il telefono, squillando, mi distolse completamente dallo stato di coma vigile in cui ero piombato riflettendo sulla mostra di cui avevo finito di scrivere. Era Calogero Barba che mi chiedeva se avevo ricevuto il catalogo della sua mostra “antologica� di Palazzo Sgadari di Mussomeli. Era arrivato in mattinata e, per la verità, lo avevo sfogliato senza soffermarmi particolarmente né sulle immagini ne tampoco sugli scritti. Ma la telefonata ha acceso il desiderio di capire meglio i contenuti di quel catalogo e, soprattutto, cosa può essere stato per Calogero fare una mostra di quel tipo nel suo paese natale dopo l’avventura di Dorsoduro “Camera 312� promemoria per Pierre – omaggio al critico d’arte Pierre Restany. Infatti esporre sia pure ad un evento collaterale promosso dalla Biennale di Venezia assieme a Franco Spena, Giuseppina Riggi e Lillo Giuliana è stato un momento eccezionale per la vita dell’artista. Evento – del quale la stampa nazionale e internazionale hanno parlato con dovizia di particolari - che lo ha proiettato verso quell’olimpo effimero che è il mondo dell’arte. Una parentesi che, se non è accompagnata da tante e frequenti parentesi, rischia (come avviene sovente nello spettacolo) di farlo ritornare spettatore prima ancora di avere capito di essere attore. Barba queste cose le sa. Spesso ne abbiamo parlato, ci siamo anche scontrati dialetticamente sul problema cercando, ognuno per proprio conto, di affermare le proprie ragioni, sostenendo il principio secondo cui l’uomo fa quel che può limitatamente ai mezzi che ha a disposizione e non, invece, quello che potrebbe fare. Le risorse per mettere in atto progetti di grande respiro culturale spesso vengono fornite a chi non ha risorse umane, culturali, organizzative e intellettuali. Ma questo è un altro discorso.
Le pagine del suo catalogo mi scorrono tra le dita e, in modo sorprendente, mostrano immagini di un Barba anche scultore e pittore, una qualità mai urlata ma che certamente ha. Di fatto l’artista ha preferito sempre la strada della sperimentazione e della ricerca. La frequentazione di maestri come Francesco Carbone ed Eugenio Miccini - vere pietre miliari, nell’ambito antropologico il primo, della parola e delle poesia visiva il secondo - hanno fatto sì che l’artista uscisse allo scoperto esponendo il frutto della sua ricerca. Sacelli sicani, strutture magiche, libri d’artista, utensileria contadina e domestica hanno sostituito la creta. Gli oggetti vengono decontestualizzati e immessi in nuovi spazi-contenitori, la disposizione che ne dà l’artista è il nuovo punto di partenza, sempre diverso ogni volta che lo scultore ne fa oggetto della propria attenzione. Vale la pena sottolineare che l’amicizia e i contatti con il critico d’arte, letterato e artista Franco Spena ha fatto sì che nell’ambito della provincia di Caltanissetta nascesse un vero gruppo di lavoro, formato oltre che da Barba e Spena anche da: Salvatore Salamone, Agostino Tulumello, Giuseppina Riggi, Lillo Giuliana e Michele Lambo, definito dagli addetti ai lavori “Scuola di Caltanissetta�. Il testo presente in catalogo di Ignazio Apolloni - raffinato scrittore – il quale traccia un profilo inedito e incisivo di un Barba ancora giovane ma già tenace e consapevole dei suoi mezzi. Diversamente i testi di Francesco Carbone e Franco Spena, rispettivamente del 1991 e del 1993, entrano nello specifico di Barba ricercatore e indagatore della civiltà contadina. Scrive Spena nel suo testo: “(…) La ricerca si riassume in quel rapporto uomo/tempo/ambiente/territorio entro cui l’artista avvia il suo processo dell’invenire. (…)�. Sensoriale e percettivo è il testo di Diego Gulizia del 2000, mentre Massimo Bignardi pone l’accento sull’aspetto progettuale e simbolistico con ampi riferimenti anche alla pittura. Illuminante per capire le diversità tra arte povera e arte antropologica è il testo presente di Carmelo Strano. Calogero Barba, infatti, non ricicla gli oggetti ma i concetti e lo fa prendendo a “prestito� gli oggetti dada. Altri testi in catalogo sono di: Emilia Valenza, Aldo Gerbino, Franco Bonfiglio, Giovanna Riu, Maria Vinella, Paolo Balmas, Luigi Cocevari-Cussar, Luigi Schifano ed Elisa Ladduca (presidente dell’Associazione Culturale Filati Pregiati) che ha patrocinato la mostra. Una ricostruzione storico-artistica del percorso di Calogero Barba è presente in catalogo ad opera di Giuseppina Riggi. Una pubblicazione tascabile, articolata e illuminante quanto basta, sul lavoro di trent’anni di Calogero Barba.

Palermo, 06/09/2007
Francesco M. Scorsone

Tommaso Chiappa – cartoline da casa

Sabato, Settembre 8th, 2007

Si può e si deve essere indulgenti con i giovani. Sono la nostra speranza, il nostro futuro. A loro affideremo le sorti della nostra caducità, a loro chiederemo aiuto quando ne avremo bisogno ma è pur vero che da loro saremo abbandonati quando, forse, più forte sarà il nostro bisogno di certezze di affetto, di conforto. Quindi, se non faremo loro notare che, al di là delle legittime presunzioni che essi devono avere, ci sono errori che non possono commettere, che non devono commettere, perché rimarranno per sempre nel loro ricordo e in quello di chi ha memoria o meglio di chi è destinato a raccogliere la memoria, rischieremo di non essere dei buoni “padri di famiglia�. Difatti, biblioteche pubbliche e private, storici dell’arte, appassionati di ogni genere, collezionisti, operatori culturali, in altri termini tutti coloro i quali hanno interesse a conservare ciò che è stato un evento o un avvenimento faranno ricorso a ciò che abbiamo predisposto per la nostra futura memoria. La carta, che da sempre ha costituito il vero e unico supporto a cui l’uomo ha fatto e fa riferimento per ricostruire la sua storia, è l’elemento fondante di tutta l’umanità. Ancora oggi, difatti, geroglifici, vecchi e malconci papiri, antichi testi trascritti a mano da abili e certosini amanuensi sono le uniche testimonianze e certezze del nostro passato per capire meglio e più profondamente chi siamo stati. E’ quindi fondamentale predisporre affinché i soggetti a cui passeremo il testimone della nostra esistenza abbiano la certezza che il materiale che consegneremo è il meglio che siamo riusciti a fare. L’aiuto che ci viene dall’informatica è un aiuto effimero che il tempo non preserverà. Sembra che le tracce incise nei CD non sopravvivranno a una sola generazione. Si ossideranno nel giro di pochi anni. Avevo già visto, in un catalogo del 2006 di una mostra collettiva dell’Accademia di BB.AA. di Brera, un’opera di Tommaso Chiappa ed ebbi ad esprimere il mio personale apprezzamento per questo giovane artista palermitano che stava tentando un percorso artistico diventato sempre più irto e da scalatore solitario. Ritrovarlo a Palermo in una mostra “pubblica� ha destato il mio interesse per il suo lavoro e quindi per la mostra nel suo complesso. Certo riallacciandomi a quanto detto prima se il giudizio dipendesse dal catalogo, dalla sua impaginazione e dalla riproduzione delle opere, alla maniera del mio ex prof. di francese, tale Brandaleone, direi: “ti metto due per incoraggiarti�. Certamente non consegneremo ai posteri una testimonianza degna per il ricordo di questa mostra (la prima personale). Di contro, le opere hanno un ottimo taglio scenografico e cromatico. L’utilizzo di colori monocromatici dal blu al bianco al verde danno ottimi effetti. Le opere risultano tutte ben bilanciate e godibili sotto l’aspetto impiantistico. La pittura è fluida, senza ripensamenti, scorre senza indugi sulla tela. E’ un artista che ha una notevole padronanza del colore. Il ricorso ad immagini fissate dall’occhio magico di una telecamera o di una macchina fotografica, ed estrapolate per farne oggetto della propria pittura è un esercizio presente già nelle prime pop-avanguardie del secolo scorso. La spiaggia di Mondello, Piazza Politeama, luoghi del quotidiano, “Nonluoghi� della memoria, come li definisce l’artista, aiutano a sentirsi sempre di più cittadino di un universo nel quale ancora oggi la matrice che ti ha generato ha una prevalenza molto forte. La mostra resterà aperta fino al 12 settembre 2007 alla Galleria di Villa Niscemi Palermo; orari: dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00. Catalogo con testi di Marina Giordano, Luciano Inga-Pin e Maria Pia Demma.

Palermo,07/09/2007
Francesco M. Scorsone