Archivio di Maggio, 2007

L’italcementi invita al dialogo

Venerdì, Maggio 25th, 2007

Dal 24 maggio 2007 e per i tre giovedì successivi, fino al 14 giugno, dalle 16.00 alle 20.00 sarà possibile contattare il punto informativo della cementeria di Isola delle Femmine del Gruppo Italcementi (un’azienda presente in Sicilia con tre stabilimenti: Porto Empedocle e Isola delle Femmine centri di produzione mentre lo stabilimento di Catania da anni è stato modificato in centro di macinazione), per dare quelle informazioni necessarie sull’attività che l’azienda espleta nel territorio; la sicurezza in termini di inquinamento e i progetti per l’ammodernamento. Con la parsimonia con la quale si è sempre distinta, la società del gruppo Pesenti ha presentato il progetto di ammodernamento della cementeria di Isola delle Femmine, balzata agli onori della cronaca nazionale a seguito della trasmissione televisiva “La vita in direttaâ€?. Questo progetto, illustrato dal dott. Stefano Gardi del servizio ecologia Italcementi e dall’ing. Giovanni La Maestra direttore della fabbrica, prevede interventi sostanziali nel cuore della cementeria, ovvero il forno e gli impianti connessi al sistema di cottura delle materia prime. L’ammodernamento consente di ottenere: minori emissioni in atmosfera -88% di biossido di zolfo SO2, -47% polveri, -11% ossido di azoto NOx (dati forniti dall’azienda), massima efficienza energetica, minor consumo di materie prime da cava, minor consumo di acqua di raffreddo, minor impatto acustico (sono previste soluzioni che diminuirebbero notevolmente le vibrazioni procurate dai molini), armonizzazione del nuovo insediamento, soluzioni architettoniche e paesaggistiche (sono previsti in questo senso interventi di artisti mirati a realizzare intorno alla nuova struttura architetture e coloriture tali da “mimetizzareâ€?, per quanto possibile, sia la nuova costruzione della “torre a ciclone” che i fabbricati industriali (attualmente la cementeria vista dalla spiaggia presenta un impatto ambientale notevole). Con l’eliminazione delle attuali due ciminiere e le nuove coloriture, difatti, diminuirebbe l’attuale aspetto visivo “traumaticoâ€?. L’eliminazione delle due ciminiere costituirebbe però la cancellazione della memoria di un elemento caratterizzante il paesaggio di Isola delle Femmine negli ultimi cinquantanni. Eliminarle sarebbe un errore lo stesso che è stato fatto al porto di Palermo quando furono abbattute con l’esplosivo quelle dell’allora SGES.
Il confronto serrato avviato tra Italcementi e: parti sociali, politiche, ambientalistiche e comitati cittadini che nel tempo si sono costituiti a salvaguardia dell’ambiente, affinché si pongano in essere tutte quelle attenzioni necessarie per salvaguardare la salute pubblica oltre che ovviamente anche quella dei propri dipendenti lascia ben sperare per il futuro di questo insediamento incastonato tra l’autostrada per Punta Raisi da una parte, la spiaggia e l’insediamento urbano dall’altra, ha accelerato la definizione del progetto per la realizzazione della nuova “torre a cicloni� la cui messa in opera prevede appunto l’utilizzo di combustibili solidi al pari degli stabilimenti. Un progetto di ammodernamento e di investimenti quantificabili in 70 milioni di euro con notevole ricaduta sull’occupazione sia pure a termine. Si prevede il completamento dell’iter burocratico e autorizzativo entro la fine dell’anno in corso.

Isola delle Femmine, 25/05/2007
Francesco M. Scorsone

Bruno Caruso disegni 1935 – 2007

Lunedì, Maggio 21st, 2007

Settanta anni e non li dimostra nemmeno. Con questa o analoga frase molto spesso confrontiamo cose e persone a noi note, senza peraltro tenere conto della straordinaria capacità che ha l’uomo di rinnovarsi nelle scelte, nell’atteggiamento, nei gusti, nel lavoro ma soprattutto nella creatività. Bruno Caruso, straordinario e versatile disegnatore, incisore e pittore, espone in questi giorni alla galleria Elle Arte di Palermo (fino al 9 Giugno 2007) una serie di disegni comprendenti un periodo di oltre settanta anni. La scelta fatta da Laura Romano di ospitare una mostra che copre un periodo così consistente dell’attività di questo artista palermitano è stata sicuramente coraggiosa anche perché, oltre a un ampio aspetto di Caruso disegnatore, nel contesto della mostra sono presenti alcuni lavori significativi del rapporto che ha avuto Caruso con personaggi illustri della cultura italiana quali ad esempio Leonardo Sciascia, “Sciarade Sciascianeâ€?, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, disegnato, seduto al Caffè Mazzara di Palermo intento a scrivere probabilmente il romanzo che lo rese famoso nel mondo, Giorgio De Chirico “Al cavallettoâ€? nel suo studio a dipingere un ulteriore “Ettore e Andromacaâ€? o magari una “natura mortaâ€? o dei “cavalliâ€? o forse una “Piazza d’Italiaâ€?. Caruso disegna quest’ultimo in maniera sciatta, in canottiera con un pantalone apparentemente liso e dalla cui tasca sembra uscire una mazzetta di banconote. Lo rappresenta con le idee poco chiare visto che sulla tela non vi è accenno di inizio di dipinto. Ma la mostra è un susseguirsi di scoperte, tutte peraltro inedite: dai disegni giovanili del 1935, quando riproduceva fedelmente alcuni disegni di Leonardo Da Vinci, ai più recenti: “Amoreâ€? del 2003 o “Palermo si scrive col sangueâ€? del 2005, un disegno dalla rappresentazione eloquente di un certo tipo di palermitanismo della delinquenza. E ancora “Allo specchioâ€? del 2007, nel quale si ritrae in maniera macabra – uno scheletro la cui mano ossuta impugna una penna forse per tentare un ulteriore ultimo disperato disegno. In altri termini un Caruso poco noto per Palermo. Ma ciò che mi sorprende in maniera quasi traumatica, forse perché i disegni sono molto vicini gli uni agli altri, è la costante rappresentazione di volti duri, incisi, impenetrabili. Mai dolci e accattivanti rotondità femminili. Per Bruno Caruso le bocche carnose delle sue donne sono un implicito riferimento alla sessualità, alla carnalità del corpo femminile; un invito al sesso senza sentimento ma pura passione dei sensi. Non c’è traccia di felicità nel pathos dell’orgasmo ma sofferenza. Le bocche sono socchiuse come soffocate da un impossibile grido di dolore. In altre occasioni abbiamo avuto modo di incontrare le opere di Bruno Caruso, ma mai ci era sembrato così spigoloso, sferzante. Ma certamente è stato un nostro limite non soffermarci tentando di entrare all’interno degli aspetti più intimi rispetto alla traccia impressa sulla carta dal disegno.
La mostra Bruno Caruso – disegni 1935 – 2007 è visitabile fino al 9 giugno 2007 orario dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 126.30 alle 19.30 chiuso domenica e lunedì mattina. Catalogo con testimonianze di Tommaso Romano e della stessa Laura Romano. Ingresso gratuiti.

Palermo,20/05/2007 Francesco M. Scorsone

Percorsi incrociati n. 4

Lunedì, Maggio 21st, 2007

Il piacere di stare insieme è spesso dato dalla diversità dialettica del pensiero. In questo senso Franco Spena, Salvatore Salamone, Michele Lambo, Giuseppina Riggi, Calogero Barba, Agostino Tulumello e Lillo Giuliana sono un gruppo omogeneo di artisti che pur nelle loro differenze stilistiche hanno trovato una simbiosi nella “scrittura mediterraneaâ€?; così ama definirla, difatti, il suo Leader carismatico Franco Spena il quale, assieme a Salamone e Lambo nel lontano 1963/1964, fu il fondatore della cosiddetta “Scuola di Caltanissettaâ€?. In essa hanno trovato il punto di unione, e in qualche caso di fusione, gli artisti che nel tempo ad essa si sono aggregati. Il termine “Scuola di Caltanissettaâ€? risulta forse un po’ azzardato, ma trovo opportuno citarlo perché l’operazione fatta a suo tempo fu molto coraggiosa e degna di citazione. Se si pensa alle molteplici scuole d’arte e di pensiero nate e presto svanite nel nostro territorio, sicuramente questo gruppo ha superato uno scoglio importante che è “l’isolamentoâ€? a cui confina spesso la provincia. Per Spena e compagni il discorso è stato estremamente diverso. Lavorando in una sorta di parallelismo a ciò che già in Italia stava accadendo con la poesia visiva di Lamberto Pignotti, Luciano Ori e di Eugenio Miccini (fondatori, nel 1963, del gruppo 70), gli artisti del gruppo di Caltanissetta si sono sempre autodefiniti scrittori visivi che operano nell’ambito di una “scrittura mediterranea” (termine che nel tempo ha assunto la valenza di “movimentoâ€?). Molti infatti sono gli appuntamenti, le mostre e i premi che hanno sfruttato questo termine per identificare un modo nuovo di fare arte. Scrivere, dipingere, pensare, smuove le ruggini stratificate della cultura salottiera, diventa una sorta di statina per rimuovere le placche di colesterolo dalle arterie. E’ un sistema, quello della scrittura mediterranea, che libera definitivamente l’artista dallo stereotipo del quadro in quanto tale. Non più i richiami sirenici alla pop art dove era ancora possibile, attraverso le scritte, l’identificazione di un qualcosa che potesse ricondurre alla mente prodotti accattivanti del consumismo più sfrenato e noti alla stragrande maggioranza dei consumatori, ma lettere libere senza una sequenza logica a volte utilizzando ideogrammi non codificati (è il caso del lavoro solitario di Giusto Sucato). Le domande a questo modo diverso di proporsi sono molteplici e incalzanti, ma le risposte sono semplici e univoche.
Quella di Caltanissetta è una scuola di scrittura mediterranea che nell’ideogramma “noto� ha una capacità non solo aggregativa, in quanto comune a tutto il gruppo, ma fa sì che lo spettatore, nel riconoscere l’ideogramma, non solo riconosce la validità dell’operazione culturale, ma la fa sua, divenendo patrimonio genetico della sua conoscenza che trasmetterà a sua volta a quanti con lui verranno a contatto. La scelta della sede espositiva, quale la Fondazione Mazzullo di Taormina, per presentare i lavori del gruppo esalta l’operazione creativa comune, crea un legame mai slegato tra le diverse soluzioni artistiche e culturali che l’uomo ha da sempre individuato nel corso dei millenni ponendosi alla storia in un luogo apparentemente dedicato ad ospitare situazioni artistiche di natura tradizionale ma che il contesto assorbe molto bene esaltando ancor di più situazioni ascrivibili all’arte ipercontemporanea.
La mostra è visitabile fino al 7 giugno 2007 orario dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 19.00 testo in catalogo di Vinny Scorsone.
Palermo,17/05/2007
Francesco Scorsone

GILDA GUBIOTTI - Una sfera di cristallo chiamata terra

Venerdì, Maggio 18th, 2007

Lento e sinuoso scorre il fiume. Penetra la roccia, divide le pianure, scava sentieri acquosi.
Esso disegna territori, crea isole.
Nella sua possente avanzata, trascina pietre, vita, per poi congiungersi col mare in un amplesso infinito.
A volte si nasconde sotto i nostri piedi, desideroso di prendersi una lunga pausa sotterranea, dopo tanto lavoro in piena luce. A volte invece esso è cacciato nelle profondità della terra dalla smania costruttrice dell’uomo; ma è soltanto nascosto, pronto a ripiombare fuori trascinando ogni cosa, riprendendosi il suo corso, mietendo nuove vittime.
Vista dallo spazio, la Terra appare come una lucente sfera di cristallo solcata da larghe venature colorate.
Com’è blu la terra vista dall’alto.
Il blu dei mari, dei fiumi, ma anche il bianco dei ghiacciai, il verde delle poche foreste rimaste e poi il caldo colore della terra, di quella terra sempre più assetata di pioggia.
Le ultime opere di Gilda Gubiotti rendono omaggio alla parte più profonda e vasta del nostro pianeta: l’acqua.
Abituati ad essere travolti dai suoi vulcani in fermento che trascinano le emozioni e tolgono i pensieri, questa volta dobbiamo fermarci un po’ a riflettere. L’acqua di Gilda non è ferma. Ogni tanto qualche lago vulcanico emerge tra le montagne come fosse un occhio indagatore, regalando un attimo di sosta, ma nelle sue viscere tutto continua a scorrere. Il tumulto della corrente fluviale, ora lenta ora forte, trascina materia organica e inorganica; la sbatte contro le rocce, la disgrega.
Il Rio delle Amazzoni penetra e feconda la terra serpeggiando per la foresta.
Ma nei quadri dell’artista il fiume lascia presto il posto al mare, quel mare impetuoso di tempesta. Come dio pagano, esso si infrange sulla costa disegnando, ogni giorno, nuovi paesaggi.
I suoi abissi pulsano di vita ancora misteriosa e le sue onde raccontano, a chi sappia ascoltarla, una storia sempre uguale a se stessa ma sempre differente.
Con questa mostra Gilda Gubiotti ci parla della nostra Terra, di come è e di come la stiamo distruggendo.
Oggi il tema marino non è più in voga come nei secoli passati (basti pensare ai paesaggi di Lorrein, Turner, Monet etc.). La città, con la sua fauna, è diventata il soggetto più comune. L’uomo ha ripreso il suo posto Rinascimentale e solo poche tracce sono riservate al mondo che ci circonda.
Nei quadri di Gilda Gubiotti non c’è spazio per la cultura antropocentrica. I suoi paesaggi vivono autonomamente disdegnando la presenza dell’uomo. Fiere selvagge e indomite essi continuano, da millenni, il loro lavoro sulla crosta terrestre.
L’artista mette in evidenza il problema “Acqua�. La Terra, pur essendone composta da circa il 70%, sta sempre più morendo di sete. I ghiacciai, fonte primaria delle acque continentali, vanno sciogliendosi. Il mare avanza e la terra viene inghiottita. Le spiagge svaniscono ma i deserti si espandono.
La continua e insensata cementificazione ha ridotto il nostro pianeta ad un cumulo di rifiuti e luci e i mari e i fiumi hanno deposto da tempo il colore del cielo per vestire quello dei liquami.
Per Gubiotti ogni tocco di colore è una denuncia. Ogni grumo pigmentoso apposto sulla tela è un grido d’aiuto del nostro pianeta; ogni onda, ogni curva della superficie cromatica è un tributo alla Creazione.
Questa mostra è un omaggio al nostro Pianeta nella speranza che un domani i fiumi e le acque continuino a scorrere sotto l’occhio incantato del genere umano.

Isola delle femmine, 12 aprile 2007
Vinny Scorsone

Aldo Turchiaro - Marcia Theophilo “Il linguaggio dell’immagine�

Mercoledì, Maggio 16th, 2007

Nel difficile rapporto tra la parola e l’immagine spesso, quando l’immagine non è presente ma soltanto evocata, ha la meglio la parola. Questo è stato il filo conduttore del Master: “i linguaggi dell’immagineâ€? tenuto in questi giorni dai prof. Roberto Deidier e Michele Cometa dell’Università di Palermo, presso la Facoltà di Scienze della Formazione, Dipartimento Arti e Comunicazione. E’ stato quindi abbastanza facile per Marcia Theophilo, poetessa di spessore internazionale di origine brasiliana, catturare in maniera passionale i presenti al Master. Le sue parole e i suoi versi ci hanno parlato del respiro della foresta Amazzonica, dei suoi sedici tipi di verde, delle centinaia di uccelli e dello straordinario mito di Urutau. E’ stato un susseguirsi di emozioni date dal canto della parola, dalla capacità che ha la stessa di prenderti per mano ed accompagnarti in uno straordinario viaggio del pensiero sognato. Per Marcia Theophilo è stato abbastanza facile dare corpo alla sua poesia e all’incidenza della stessa nel rapporto tra “poesia e pitturaâ€?. Di contro Aldo Turchiaro, nei diversi interventi, ha messo in evidenza, pur non avendo con sé i suoi lavori, il difficile rapporto tra l’uomo e la natura sostenendo a ragion veduta di essere una sorta di anticipatore di tutto ciò che è successo rispetto alle stesse avanguardie ecologiste. Il rapporto tra uomo e animale è fondamentale affinché l’equilibrio sia mantenuto costante. Nei suoi quadri, infatti, la costante animale è frequentissima. Turchiaro, sin dall’inizio degli anni Cinquanta, prendendo le distanze da tutta una serie di movimenti artistici rivoluzionari, dedica la sua pittura all’aspetto più intimo del rapporto uomo-animale, ne fa il centro della sua attenzione artistica. Protagonista dei suoi lavori diventano il delfino, il cane, la volpe, il gabbiano, tutto un campionario di animali molto spesso indifesi ai quali l’uomo con la sua voracità da orco tenta di annientare quella intelligenza acquisita. Il cane, il gatto, gli animali che ci stanno più vicino hanno imparato in fretta ad attraversare la strada servendosi delle strisce pedonali, perché sanno che è una “zona protettaâ€?, difesa. Il bambino, sostiene Turchiaro: “non fa differenza se vede il Papa che si accompagna a un cane, va incontro ad entrambi. Per il bambino il Papa vale il cane: sono due esseri viventi con i quali il bambino tenta di istaurare un dialogoâ€?. L’uomo, la sua conoscenza, il difficilissimo rapporto tra etnie diverse per cultura e le stratificazioni culturali, la costante e inappagata voglia di sopraffazione stanno distruggendo il difficilissimo equilibrio del pianeta che diventa sempre più fragile, al pari di “una sfera di cristalloâ€?. Ne ha perfino le caratteristiche se la osserviamo dallo spazio. In sintesi sia Marcia Theophilo che Aldo Turchiaro hanno ribadito la assoluta necessità che il mondo intero comprenda, sia con le parole che con i fatti, che il tempo è scaduto. Bisogna agire invitando tutti coloro che, a vario titolo, possono farlo a mobilitarsi per la salvaguardia del pianeta che nella foresta Amazzonica (sei volte grande l’Italia) ha ancora il suo cuore pulsante. Vale la pena ricordare che in questi giorni e fino al 26 maggio 2007 presso la galleria d’arte Studio 71 è in corso la mostra di Aldo Turchiaro “Animalesimoâ€? con testi in catalogo di Vinny Scorsone e testimonianze di: Marcia Theophilo, Renato Guttuso, Daniela Ciotola e dello stesso Aldo Turchiaro.
Palermo, 10/05/2007
Francesco M. Scorsone

Antonino Gambino - Un percorso tra arte e artigianato

Lunedì, Maggio 7th, 2007

L’intarsio consiste nell’inserire in una superficie, generalmente lignea, pezzetti di legno di colore diverso, tali da formare una figura, un paesaggio o qualsiasi altra cosa precedentemente disegnata su un foglio, o come generalmente viene detto “cartoneâ€?. In tal senso vale la pena ricordare i diversi esperimenti fatti dai maestri intarsiatori sorrentini ai quali va il merito di avere tenuto desto l’interesse su questo modo di fare “arte di bottegaâ€?. Furono, infatti, diversi gli esperimenti fatti a suo tempo per modificare il colore alle varie essenze del legno: dalla sabbia rovente per brunire l’impiallacciatura al fine di dare quel necessario chiaro scuro alla tarsia per far si che i diversi “pianiâ€? della tavola intarsiata avessero quella profondità necessaria per dare volume e consistenza ai soggetti rappresentati, all’uso della china come colorante, agli smalti e non ultimi i colori ad acquerello (i pittori divennero una presenza fissa nelle botteghe artigiane degli intarsiatori). Questi espedienti per colorare il legno avevano un unico effetto: il tempo avrebbe - se non fossero stati conservati bene – esercitato il suo diritto di cancellare gli effetti del trompe l’oeil. Antonino Gambino, che della tecnica dell’intarsio ne ha fatto una scelta artistica ed estetica, espone in questi giorni e fino a sabato, presso la galleria di Villa Niscemi a Palermo, le sue tarsie o per meglio dire i suoi lavori in cui, al di la del necessario quanto inevitabile piacere di realizzare in intarsio ciò che altri hanno realizzato usando il colore, è riuscito a racchiudere l’essenza delle opere prese a modello. Ma ciò che è sicuramente più rilevante è l’inversione di rotta nella scelta del soggetto da rappresentare. Nella sua ultima fatica Gambino sceglie la strada più difficile e tortuosa dell’astrattismo geometrico con effetti bi e tricromatici. Quindi non più solo lavori multicolori dalle forme note e familiari (tra i quali la Vucciria di Renato Guttuso), ma la tarsia diventa rigorosa e i riferimenti sono i padri storici dell’astrattismo quali Kazimir Malevic, Kandinskij, Mondrian dando il segno che oltre alla capacità tipica dell’artigiano Gambino aggiunge quella inaspettata vena creativa non comune nei maestri intarsiatori i quali spesso si limitavano e si limitano tutt’ora a riprodurre soggetti visti e rivisti. La mostra è visitabile presso la galleria di Villa Niscemi fino al 12 maggio 2007 orari dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 19.00.
Palermo, 07/05/2007
Francesco M. Scorsone

Medea è tra noi

Mercoledì, Maggio 2nd, 2007

Recita Medea nella tragedia di Eschilo del 431 a.c.: “Tutto è deciso. Ucciderò i miei figli, subito, e me ne andrò da questa terra; non voglio abbandonarli in altre mani, ben più nemiche delle mie. E’ inevitabile che muoiano, e se così deve essere, io li ucciderò io che li ho messi al mondo…�. Molti secoli dopo, per la precisione nel XX sec., il noto poeta libanese Kahlil Gibran (1831 – 1931) nel libro “Il profeta� del 1923, pubblica una straordinaria poesia: “(…) I vostri figli non sono figli vostri./Essi sono i figli della vita/e ad essa in verità appartengono./Essi arrivano attraverso di voi,/ma non provengono da voi totalmente./Voi potete dare loro il vostro amore,/ma non i vostri pensieri/perché essi hanno pensieri propri./Voi potete dare loro una casa per i loro corpi,/ma non per le loro anime,/perché le loro anime/abitano la casa di domani,/quella che voi non potete visitare/neppure nei vostri sogni (…)�. Ho voluto fare entrambe le citazioni perché credo che nel confronto i versi di Kahlil, oltre ad essere più attuali sono, sicuramente, in netta contrapposizione con quanto recitava Medea (non a caso sono passati circa 2.400 anni). Egli infatti non solo non avrebbe mai pensato di uccidere i propri figli ma invitava questi a non sentirsi debitori nei confronti dei genitori e, pertanto, di scegliere liberamente di andarsene dalla casa che li aveva cresciuti. Scrive appunto Kahlil “(…) Ospita bene colui che non solo sa ricevere gli invitati con onore, offrendo loro ogni attenzione di cui hanno bisogno, ma che li lascia anche andare quando per loro giunge il momento della partenza.(…)�. Questa premessa era necessaria per entrare nel contesto della mostra di Giuseppa D’Agostino dal titolo “Medea tra noi�. L’artista, in questo ultimo ciclo di opere, esce allo scoperto: i suoi lavori diventano atti di denuncia, senza se e senza ma (vedasi cellule di storia 2 del 2004). Alla maniera di Zoran Music, Giuseppa D’Agostino allinea i suoi teschi quasi simmetricamente in modo tale da formarne una sorta di pannello esplicativo di ciò che saremo quando le nostre stesse ossa diverranno polvere. I suoi quadri sono una serie di reperti dipinti di eccidi collettivi e fosse comuni. Non c’è indugio nelle sue opere, il colore scorre veloce, sanguinante: ora rosso perché la morte è sopravvenuta da poco, ora di colore giallo, triste presagio di malattie incurabili; o verdastro, sintomo della decomposizione in corso. Il pensiero non può non correre alle opere di Alberto Sughi ed al ciclo degli anni Sessanta, in particolare alle opere: Dentro la malattia, del 1963 e Uomo sdraiato del 1960. Ma la mostra, pur riservando motivi di grande interesse, ha delle cadute dovute all’eccesso di opere presenti ed è un vero peccato. Un minor numero di quadri avrebbe concentrato l’interesse del visitatore su quel gruppo di opere che costituiscono la spina dorsale della mostra. L’impaginazione di una mostra deve avere lo stesso rigore estetico che l’autore ha nel momento in cui decide la scelta del soggetto da rappresentare. Sono sempre più lontani i tempi in cui l’artista sceglieva di esporre un solo quadro per concentrare l’attenzione del pubblico affinché ne cogliesse il senso, la bellezza, la drammaticità e conservasse infine il ricordo di quell’opera vista, affinché la stessa divenisse bagaglio della propria esperienza.
La mostra al Complesso Monumentale Guglielmo II di Monreale è visitabile fino al 24 maggio 2007, orari tutti i giorni dalle ore 9.00 alle 19.00 domenica dalle 9.00 alle 13.00. Testo in catalogo di Maria Antonietta Spadaro “Medea tra noi�.

Palermo, 01/05/2007
Francesco M. Scorsone