Archivio di Marzo, 2007

INSIEME PER CONFRONTARSI - Affronti - Perricone - Vitrano

Venerdì, Marzo 30th, 2007

Gruppo: insieme di persone unite fra loro da idee e scopi comuni.
Antonella Affronti, Antonino G. Perricone e Totò Vitrano, hanno dato vita, con non comune entusiasmo (vale la pena ricordare che a parte Antonella gli altri due non sono più giovanissimi), ad un gruppo che si è autodefinito gruppoerre.
Il contagio della più giovane dei tre, Antonella, che mette in ogni cosa che fa un tale entusiasmo che ci vuole tutta la faccia tosta di chi scrive per cercare di abbassare il travolgente modo che ha per manifestarti la sua gioia nel farti vedere le sue “creature�, riuscendo poi a trovare sempre un motivo per farti interessare ai suoi lavori, è stato fondamentale.
Certo, l’esperienza dei gruppi non è nuova anzi direi che è ormai fuori dal contesto in cui stiamo vivendo. La nostra società diventa sempre più individualista. Sono lontani i tempi dei gruppi artistici tedeschi “Zen 49� e “Junger Western�. O della ricostruita Lega degli Artisti Tedeschi del 1950, o meglio ancora del gruppo “CoBrA�, costituitosi a Parigi nel 1948. Altrettanto lontani sono i tempi dei movimenti italiani di “Corrente� (1938), di “Forma 1� e “M.A.C.� (1947), del Movimento Spaziale del 1951, del Gruppo degli Otto del 1952, del Gruppo ’58 del 1958, dei Gruppi “T “ed “N� del 1959/1960, del Gruppo M.I.D. del 1963/65, del Gruppo ’70, della Transavanguardia del 1979 etc. Sicché sembra anacronistico che a Palermo, che negli anni del dopoguerra ha visto anch’essa la formazione di gruppi per lo più letterari (Gruppo “63� del 1963, “Antigruppo� del 1968), possa oggi formarsi un gruppo spontaneo come appunto il “gruppoerre�. Eppure è ciò che è successo. Il cammino comune li ha, infatti, portati ad elaborare un progetto parallelo, tale da sentire la necessità, arrivati ad un certo punto del loro lavoro insieme, di autodefinirsi gruppo. Tutti e tre (Affronti, Perricone e Vitrano), difatti, hanno affrontato 21 fotografie elaborandole secondo il proprio linguaggio; sicché due pittori e uno scultore hanno trovato nel supporto bidimensionale e tridimensionale un modo nuovo di interpretare lo stesso soggetto visto in funzione di parametri ed esperienze diverse.
Ne è venuto fuori un lavoro abbastanza qualificato sotto il profilo del risultato estetico. Tutti e tre gli artisti hanno realizzato ognuno per proprio conto un ottimo lavoro che sta in piedi da solo senza l’intervento degli altri due. Infatti Perricone, abbandonando definitivamente le sue volute che lo hanno caratterizzato per oltre venti anni, ora è più libero. La sua mano non indugia più, in maniera esasperante, su una curva della sua ingarbugliata e accattivante massa di trucioli di tornio; egli si fa, invece, interprete di una pittura di movimento giocata in particolare sull’aspetto cromatico alla maniera di Mark Rothko e Hans Richter. Perricone ha la consapevolezza che il suo intervento sulla figura primordiale sarà di grande effetto scenografico (ne parla argomentando la sua scelta estetica ed evitando di ammettere un qualche riferimento ad altri artisti anche tra i più grandi). Perricone in quanto artista sostiene di essere unico e irripetibile.
Antonella Affronti, accattivante, femminile, ma con il piglio proprio di chi è alla ricerca del consenso, ha affrontato il tema che lega i tre artisti alla figura, con una determinazione tipica di chi ha fatto una scelta consapevole del risultato finale. I suoi lavori sono stati realizzati scegliendo come modello la fotografia, ma intervenendo su di essa per adattarla a quella scelta estetica che ha caratterizzato la sua pittura. I suoi quadri infatti risentono di tutta l’influenza del clima dell’Art Nouveau; gli avvolgimenti, le sinuosità, le serpentine, tipiche di Hermann Obrist o di Joseph M. Olbrich, veri e propri massimi esponenti di quel tempo, sono state intrappolate dall’Affronti e fatte proprie modellandole a proprio piacimento, li ha resi corpi sinuosi e accattivanti eroticamente. Antonella ci permette, osservando i suoi dipinti, di intraprendere un viaggio erotico all’interno del corpo maschile o femminile che sia, alla ricerca della scoperta della forma.
Ma mentre per i due pittori l’approccio con il modello è stato relativamente facile, per Totò Vitrano, “vittima predestinata� del duetto Perricone-Affronti, non è stato altrettanto semplice. Totò è stato invitato e trascinato nel gruppo, in quanto scultore e amico che già da tempo condivideva le scelte estetiche dei due pittori. Vitrano, artista particolarmente schivo, presente sulla scena palermitana fin dai tempi della biennale di Palermo dell’inizio degli anni Sessanta, ha sempre lavorato e modellato lamiere realizzando vere e proprie sagome alla maniera di Ceroli. Discepolo per certi versi di Fausto Melotti e Giuseppe Uncini, artisti tanto cari a Francesco Carbone, suo maestro, questo artista palermitano, che ama definirsi “operaio del ferro�, accogliendo l’invito dei primi due ha elaborato i ventuno soggetti (oggetto del lavoro del gruppo) scoprendo nella tridimensionalità un effetto di straordinaria incisività ottica. Me ne parla, al contrario degli altri due, con passione, con quella carica che è tipica di chi ha fatto una grande cosa. Qualcosa per la quale meriterebbe essere ricordato. Egli utilizza le lamiere nere tanto care per la sua scelta iniziale e che lo hanno sempre accompagnato contraddistinguendolo in tutta la sua attività artistica. Ha operato sulle stesse intervenendo e “modellandole� come farebbe uno scultore con un modello di bronzo.
Tutto ciò detto, sembra quasi naturale il rimando ad un’altra più famosa triade di artisti quella cioè costituita da Kazimir MaleviÄ?, Pavel Filonov e Michail Vasil’eviÄ? MatijuÅ¡in che sebbene diversissimi tra di loro, anche e sopratutto nei rispettivi risultati artistici, facendo gruppo, portarono avanti una loro personalissima teoria: filosofica, quella di MaleviÄ?; rappresentativa degli aspetti nevrotici della società contemporanea di quel tempo, quella di Filonov; inerente la percezione della natura, quella di MatijuÅ¡in.
Il gruppo non ha fatto dichiarazioni di intenti, non ha sottoscritto un manifesto, ma ribadisce con forza la necessità di stare insieme, di confrontarsi, di lavorare se è il caso fianco a fianco, di scambiarsi informazioni e opinioni sul mondo dell’arte e sulle diverse tendenze fatta salva la scelta estetica che ognuno di loro ha fatto e che è patrimonio individuale di ciascuno di essi. Per avvalorare le loro teorie e i loro intenti hanno aperto un sito internet www.gruppoerre.net

Palermo, 30/03/2007
Francesco Marcello Scorsone

Peter Bartlett - Viaggiatore “stanziale”

Lunedì, Marzo 26th, 2007

La scelta di rinnovare il proprio modo di essere pittore, di vedere le cose con occhi diversi, è sicuramente tra gli aspetti che vanno sottolineati e per quanto possibile apprezzati. La capacità di scommettere su se stessi è sicuramente una qualità sempre meno presente nell’artista contemporaneo. Per Bartlett, il coraggio di uscire da una sorta di figurazione con molti riferimenti alla cultura araba sembrano oggi superati, anche se affioramenti sono presenti in questa nuova presenza palermitana ed in particolare nell’opera “Stanza rossaâ€?, un pastello 20×27 del 2006. Ma l’attenzione cui oggi è rivolta la pittura di Peter Bartlett, inglese di nascita, ma italiano di adozione, in questa mostra è tutta dedicata al pastello e alle sue infinite e delicate variazioni cromatiche. La “figuraâ€? presente nella personale di Palermo del 2004 è pressoché scomparsa. Sono altre le sensazioni che lo accompagnano in questo nuovo viaggio in Sicilia in occasione di questa nuova mostra esposta alla galleria Elle Arte di Palermo.
La mostra “Nostre ombre odorate� curata da Aldo Gerbino, autore anche del testo in catalogo, è un susseguirsi di emozioni, di passioni, mitigate dal colore tenue del pastello, mai gridate, come accade spesso in molti artisti mediterranei dove la predominanza dei colori: rosso, giallo, verde, azzurro, è una costante della loro tavolozza. Bartlett al contrario usa, per la realizzazione dei suoi lavori, colori come il rosa, il celeste, il giallo canarino, il marrone. Raramente troviamo in questa serie di lavori il nero. Attraverso i suoi pastelli e dai titoli che ha dato ai suoi lavori, abbiamo la sensazione di essere in presenza di un nuovo viaggiatore “stanziale�. Certamente non del tipo dei Withaker o degli Ingham che amarono con grande passione la Sicilia fino a far diventare sede di illuminate operazioni culturali città come Palermo e Marsala. Ma per tornare a Bartlett, in questa sua nuova esposizione gli inserimenti di materiali diversi come nel caso dell’opera “lemon feal�, acrilico su legno con applicazioni e inserti di legno su tavola, rimanda tanto alla pop art americana, mentre nell’opera “Monreale� e “Addaura� il richiamo al chiarismo italiano è notevole. Questo termine fu codificato nel 1936 da Guido Piovene per rappresentare un gruppo di artisti operanti a Milano. Il movimento nacque con l’intento di creare nuove linee pittoriche e architettoniche e sia pure con un certo ritardo Bartlett si inserisce appieno in questo movimento, ne sono testimonianza i piani, le strutture che si sovrappongono l’una all’altra e che compositivamente formano poi l’impianto dell’opera. Ne è una sintesi, di quanto prima detto, l’opera Monreale – Estreme ombre, del 2006. La mostra resterà esposta presso la Galleria Elle Arte di Via Ricasoli 45 Palermo fino al 7 aprile. Orari dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 17.00 alle 19.30 chiuso domenica e lunedì mattina.

Palermo, 25/03/2007
Francesco M. Scorsone

Francesca Leone al Loggiato San Bartolomeo di Palermo

Lunedì, Marzo 19th, 2007

Se c’è una cosa che mal sopporto sono i nomignoli, gli abbreviativi, i vezzeggiativi, insomma tutto ciò che ha a che fare con la persona e con il suo nome. Perché F. e non Francesca? Un nome forte, di origine germanica, che vuole avere un significato anche di franchezza. Se poi Francesca si chiama di cognome anche Leone non ci sono santi: è raccomandata, avrebbe detto il “bravo presentatore� della ben nota trasmissione televisiva I raccomandati. Mi dispiace molto che sia Marco Di Capua che Claudio Strinati abbiano ricordato nei loro testi i natali di Francesca Leone, perché, in ogni caso, toglie qualcosa all’artista. Nel suo caso, il suo “grande� padre (che ci ha pasciuto in gioventù a forza di film spaghetti western) non è un valore aggiunto, nel senso in cui lo intende chi scrive.
Certo, se si pensa alla sua giovane età (44 anni), il visitatore della mostra rimugina: ci sarà un motivo per cui è approdata al Loggiato San Bartolomeo di Palermo con tanto di catalogo e, quindi, pensa subito alla notorietà del padre. Personalmente non la penso così. Francesca Leone è di per sé una brava pittrice e merita la mostra che ha avuto. Certo, affioramenti della pittura inglese che ha fatto scuola nel corso del secondo Novecento, c’è ne sono tanti: Dancer del 2007 e mi piace la definizione di Marco Di Capua: “la pittura che si sgranchisce le gambe� descrivendo l’opera citata. È invero però che l’artista è riuscita a cogliere, trasferendole con notevole sapienza, le atmosfere notturne tanto care a Edward Hopper, nelle sue tele: Disagio; Punti di Vista; Attesa. Sono lavori, che in qualche maniera, mi rimandano al maestro del New Deal americano. Francesca Leone rimane comunque un’artista legata particolarmente alla figurazione e al ritratto. Sono proprio questi ritratti: Dalai Lama; Aung San Suu Kyi; Martin Luter King; Mahatma Gandhi, un gruppo di monaci tibetani intenti nella preghiera, che mi pongono un interrogativo: il loro volto non entra nello spazio fisico del quadro perché è ininfluente definirne i contorni? O il personaggio è talmente grande che definirne i contorni sarebbe estremamente presuntuoso? O meglio ancora: forse anche perché il ritratto presume la complicità della persona ritratta e, in questo caso, non mi pare che può essercene stata. Sta di fatto che tutti hanno in comune quella capacità della rivolta silenziosa, senza il ricorso alla violenza; l’amore per il prossimo. Sono i profeti armati, ora dalla parola, ora dal silenzio. Sono coloro i quali e dai quali bisognerebbe prendere esempio per tentare un qualsiasi cambiamento della nostra società. Perché non saranno certo gli strombazzamenti farneticanti e ingombranti, con ricorso a continue rettifiche, di questo o quell’altro leader politico italiano a cambiare le sorti sempre più discendenti della classifica di un’Italia che si allontana sempre di più dai vertici mondiali. Fra qualche tempo, ne sono certo, francesi e tedeschi non ci vorranno neanche più fra i G 8. Francesca Leone ci regala con questa mostra un saggio di buona e classica pittura nel rigore di ciò che può essere stato l’apprendimento di bottega. Sono pressoché sicuro che il suo futuro di artista, tenendo presente qualche “raccomandazione�, sarà sicuramente roseo. La mostra patrocinata dalla Provincia Regionale di Palermo è visitabile fino al 4 maggio 2008 – dal martedì al sabato 16.30-19.30 - domenica 10-13. Ingresso gratuito. Catalogo ed. Il Cigno con testi di Marco Di Capua e Claudio Strinati.

Palermo, 13/04/2008 Francesco M. Scorsone

MATILDE TRAPASSI - Viaggio estatico

Venerdì, Marzo 16th, 2007

Mi chiedo spesso del perché un artista scelga un campo operativo come il concettuale anziché quello più “tradizionale� e semplice della figurazione. E’ una domanda che quasi mai trova risposta, vuoi perché forse di fatto non vi è una spiegazione logica, ma bisognerebbe indagare in maniera introspettiva sul vissuto dell’artista, sulle proprie esperienze e conoscenze e forse anche sul grado di istruzione, per trovarne una, vuoi perché neanche l’artista è in grado di dare una spiegazione a quello che fa, ma risponde ad un segreto quanto incosciente dettato interiore che gli indica la strada da percorrere. I ricordi di viaggi lontani attraverso paesi esotici fatto durante il “sogno presente�, a cui spesso facciamo ricorso, ci aiuta molto a ricomporre scenari, luoghi, avvenimenti, persone ma anche fantasmi di cui non abbiamo paura. Ci immergiamo in questa sorta di sonno ipnotico nel tentativo di ricostruire sensazioni perché siamo uomini con tutti i nostri limiti, abbiamo bisogno di quella scossa, di quel fremito; abbiamo bisogno di palpitare, per ritrovare il senso della nostra vita, di una giovinezza sempre più lontana. E allora è il momento di entrare nella nostra camera delle meraviglie per estraniarci, per ricordarci, ma soprattutto per vedere cose mai viste o meglio cose che sono sfuggite alla nostra attenzione nel momento che le abbiamo viste. La mente comincia il suo straordinario viaggio verso un mondo a volte dorato e stracolmo di ricordi che ci fanno sorridere teneramente ma che al tempo stesso ci intristiscono disegnando un velo di malinconia e di sconforto nel nostro volto.
Queste riflessioni che attraversano la mia mente trovano puntuale riferimento nei lavori di Matilde Trapassi. La sua mostra, esposta alla galleria Arkadhia di Palermo, è un continuo ricordarmi e ricordarsi. Le opere della Trapassi, come si poteva bene immaginare, sono disposte così come vengono. Non c’è un ordine cronologico, d’altronde la mostra fa riferimento alla camera delle meraviglie ed in particolare a quella di Athanasius Kircher, ripetutamente citata, nella quale tutti gli oggetti non hanno una disposizione organica e l’individuazione degli stessi suscita, nello spettatore, di volta in volta scoperta e meraviglia. Ogni oggetto è un “frammentoâ€? di qualcosa di prezioso, di mai visto prima. La Trapassi ci accompagna in questo suo viaggio nella Wunderkammer. Lo fa sapientemente costringendoci ad assaporarne le sensazioni. Lo fa spegnendo la luce, raccontandoci, nel buio della galleria illuminata dalla fluorescenza del fosforo, di questa straordinaria pietra bolognese con la quale realizza molti dei suoi lavori. Li individuiamo subito nel buio della sala. Sono disposti lungo un percorso, tracciano l’uscita della galleria. L’artista stessa ci racconta con voce affabulante, tradendo il suo trascorso di insegnante dell’accademia di BB.AA. di Brera, della sua camera delle meraviglie e soprattutto di quando è stata aperta al pubblico quella di Kircher nel lontano 1651. Ci fa scienti del suo modo di procedere e del suo mondo. Una lezioncina per neofiti. Ma siamo buoni, glielo perdoniamo. Rimane, ma questo va oltre ogni possibile considerazione che possiamo fare, l’artista nella sua bottega di stoffe di alta sartoria con i suoi materiali più disparati, ma anche con i suoi fantasmi, con le sue paure, con il timore di essere scoperta. L’uso frequente di rivestire molti dei suoi lavori con una rete metallica, ci induce a pensare che voglia proteggerli dal piacere tattile del visitatore, forse per preservarli amorevolmente alla vista di stolti e ammuffiti curiosi, o forse anche per creare una zona off limits oltre la quale non è possibile accedere.
Il testo in catalogo di Emilia Valenza è un puntuale quanto interessante saggio sulla Wunderkammer e sul lavoro di Matilde Trapassi.
la mostra è visitabile presso la galleria Arkadhia di Palermo e resterà aperta fino al 14 aprile 2007. Orari da lunedì a sabato dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 20.00. Catalogo in galleria

Palermo,16/03/2007
Francesco M. Scorsone

Roberto Zito - L’incanto perduto nelle favolette di Ignazio Apolloni

Lunedì, Marzo 12th, 2007

Mi chiedo spesso quale scelta opera un artista quando decide di dare alla stampa la propria biografia. Singolare è certamente quella inviata da Roberto Zito per essere pubblicata nel catalogo della sua mostra “L’incanto perdutoâ€? a cura di Giusi Diana. L’artista infatti ha scelto un insolito e provocatorio stralcio di giornale adattandolo e inserendo elementi foto-montati tali da definirli, come egli stesso indica nella pagina in questione, una sorta di operazione di Mail Art o Arte Postale, anche se forse sarebbe più appropriata la definizione Arte Marginale e Socialità, di cui alla mostra realizzata nel 1980 a Monza a cura di Nicola Frangione. Diverse infatti sono le operazioni di mail art, da Fortunato Depero degli inizi del secolo ad Alighiero Boetti negli anni Sessanta che ha scritto e spedito migliaia di buste nelle quali erano contenuti frammenti di suoi lavori in modo tale che, per ricomporre la “letteraâ€? o il lavoro, sarebbe stato necessario che il destinatario si inventasse un codice per decifrare quelle buste. Ma Roberto Zito, al di là della provocazione della sua biografia, ci appare come un inguaribile quanto straordinario bambino cresciuto a suon di favole, draghi, ghiri, lupi cattivi, orsacchiotti di peluche e ancora iguane, grilli, colombe etc. Insomma un campionario degno di Giuseppe Arcimboldo, con la differenza che Arcimboldo usava per ragioni estetiche assemblare gli animali, mentre Roberto Zito li divide, li classifica; ad ognuno dà un proprio spazio, inserendoli in un contesto faunistico e fiabesco al tempo stesso, scegliendo per loro un’ambientazione surreale, da favola. Questa mostra, che raccoglie parte dei fogli inseriti nel libro a corredo delleâ€?favoletteâ€? scritte da Ignazio Apolloni ed esposti alla Biblioteca Comunale di Palermo, è il trionfo della capacità inventiva di Roberto Zito, di fare suo il messaggio ecologista degli ambientalisti, riconducendo a una dimensione umana gli animali e, al limite del “bestialeâ€?, gli uomini. Nelle opere di Zito, per dirla con le parole di Giusi Diana, “è presente una vis polemica sulla illustrazione delle favoleâ€?. Non sono più presenti orchi cattivi o cappuccetti rossi o meglio ancora giardini incantati. Al contrario nelle favole illustrate da Zito sono presenti situazioni del quotidiano, biciclette, macchine rosse, graffiti metropolitani. Sono oggetti che, come nel più rigoroso mondo della pop americana, rimandano al consumismo più sfrenato, quello contro il quale combatte la sua trentennale battaglia Roberto Zito. Utilizzando il diminutivo di questa magica parola, “favolaâ€?, Ignazio Apolloni, che della scrittura ha fatto quasi una ragion d’essere, ha scritto un libro intitolandolo appunto “favoletteâ€?. Un libro godibile nel quale sono pubblicate 165 favole, alcune delle quali lette sapientemente dall’attrice Elena Pistillo nel corso della presentazione del volume, edito da Besa, giorno 9 di marzo alla Biblioteca comunale di Palermo. “Sono racconti brevi a volte senza una morale consolatoria, sono personaggi che spesso si sottraggono alla loro specificità”, così si è espressa Ambra Carta nel corso della sua presentazione del libro di Apolloni. Come non darle ragione. Sono favole che somigliano a chi le ha scritte. Quella di Apolloni è una scrittura che rinnova il mondo delle favole, una scrittura moderna, contemporanea, al passo con i tempi, ma che non perde di vista il suo destinatario finale: il bambino. Un bambino che è presente in ognuno di noi e che spesso cerca una mamma consolatrice che possa raccontargliene ancora qualcuna. La mostra resterà aperta fino al 23 marzo 2007 orari dalle 9.00 alle 13.00 da lunedì a venerdì mentre il martedì,mercoledì e venerdì anche dalle 15.00 alle 18.00. catalogo gratuito. Libro € 15,00
Palermo,10/03/2007 Francesco M. Scorsone

Elena Pagani - Accecante solarità mediterranea

Giovedì, Marzo 1st, 2007

Non v’è dubbio, anche da parte di chi scrive, che la lettura di un quadro o di una mostra si fa spesso sull’onda di riferimenti culturali propri, del proprio vissuto, della propria esperienza ma soprattutto su una asettica per quanto possibile lettura delle opere esposte. Ciò, però, per la verità accade molto raramente. I riferimenti ad artisti del Primo e del Secondo Novecento, difatti, sono ormai diventati rituali per decodificare e dare ordine a ciò che stiamo vedendo. Questa mostra di Elena Pagani, alla Galleria Biotos di Palermo dal titolo “Frammenti di terra, di tempo�, ci presenta un’artista che ha fatto della pittura motivo per uscire dalle sacche di un anonimo panorama sempre più nebuloso per il continuo proliferare di “artisti� che a vario titolo si improvvisano pittori - le scelte estetiche dello scorso secolo: astrattismo, informale, nuova figurazione e via di seguito - hanno consentito, in barba a qualsiasi logica estetica, che avessero titolo per definirsi tali. Per fortuna non è il caso di Elena Pagani. La sua pittura, pur rimanendo nell’ambito della pittura astratto-informale ha l’eleganza delle opere di Afro e di Luigi Veronesi, solo per citarne qualcuno. Ne coglie le campiture monocrome, le fa sue interpretandole a suo modo. Ma è il titolo che dà a tutte le sue opere in mostra, “Frammenti�, che ci pone qualche interrogativo. Sono frammenti in quanto tali? Sono frammenti di visioni, o meglio ancora frammenti di mappe celesti (come nel caso delle carte, tutte giocate sui toni del blu e del verde)? o sono affioramenti di quella sanguignità propria di chi ha assorbito nel proprio DNA tutta la mediterraneità tipica di chi ne ha fatto uno stile di vita? Una mediterraneità dove il rosso, il giallo, l’arancio (colori molto cari ai nostri pittori da Guttuso a Migneco), bene si fondono amalgamandosi fra di loro, complice la mano dell’artista e il suo vissuto.
L’artista procede realizzando l’opera per scansioni temporali. Nelle sue opere infatti vi è un “eccesso� di pulizia, un ordine dove anche la gestualità è ragionata. Nulla viene lasciato al caso, sia quando utilizza le tele come supporto ma anche e soprattutto nel caso di impiego della carta; una carta particolare realizzata a mano dal maestro cartaio Franco Conti di Acireale. Ma di ciò forse sarebbe il caso di scriverne a parte. La mostra, a cura di Salvo Ferlito, è visitabile tutti i giorni presso il Centro Biotos Via XII Gennaio n. 2 a Palermo fino al 9 marzo 2007. Ingresso e catalogo gratuiti.

Palermo,01/03/2007
Francesco M. Scorsone