Archivio di Gennaio, 2007

Tino Signorini - disegni - incisioni - dipinti 1956 - 2007

Mercoledì, Gennaio 24th, 2007

Certo sarebbe stato meglio esporre un minor numero di opere, perché, così come è allestita, la mostra di Tino Signorini (visitabile presso il Complesso Monumentale Guglielmo II di Monreale fino al 17 febbraio 2007) non rende merito né ai lavori né all’artista. L’esposizione, infatti, risulta inutilmente affollata. E dire che Signorini non aveva certo bisogno di una mostra di tal fatta, fin troppo carica a volte anche di opere non all’altezza di una rassegna ospitata in un luogo di così straordinaria bellezza.
La storia artistica di Tino Signorini, lunga oltre un cinquantennio e ricordata per l’occasione puntualmente e sapientemente dal critico d’arte Giacopelli, ha attraversato la seconda metà del novecento. Egli ha conosciuto molti personaggi che hanno fatto grande l’arte italiana nel mondo; alcuni personalmente (Renzo Vespignani, Aligi Sassu, Giacomo Porzano, Bruno Caruso solo per citarne alcuni) e altri tramite rapporti epistolari. Ma sopratutto è con la critica d’arte militante che Signorini si confronta. Franco Grasso, Giuseppe Servello, Franco Solmi, Albano Rossi, Aldo Gerbino, Nicolò D’Alessandro di cui si può leggere un interessantissimo testo nell’ ultimo catalogo di Tino Signorini “La luce nel nero” ed. Tiesse e recentemente: Emilia Valenza, Paola Nicita, Salvo Ferlito etc. sono stati, in alcuni casi, coloro che hanno sostenuto l’artista nei momenti bui che ha attraversato, “accompagnandoloâ€? con scritti, recensioni o presentazioni nelle mostre alle quali spesso bisognava insistere, e non poco, affinché vi partecipasse. I lavori che presenta in questa mostra sono oltre 85. Disegni, incisioni, dipinti, contè. Quest’ultima è una tecnica con la quale Signorini ebbe ed ha un rapporto quasi viscerale. Egli stesso scrisse qualche tempo fa …â€?il contè si avvicina a quel nero vellutato, unico, prezioso, che si forma sugli oggetti casalinghi affumicati dal gas, al nero oleoso delle officine, all’alone cupo della fuliggine; il contè offriva soluzioni grafico-pittoriche illimitate, passaggi crudi o trasparenti che amalgamandosi con la sottile rugosità di certe carte, poteva portarti dove volevi. E’ l’ombra, il buio nell’attimo di inghiottire un tizzone ormai alla fine….”
I lavori, per la maggior parte carte quasi tutte di piccolo formato, sono uno spaccato della produzione artistica di circa cinquant’anni di lavoro ma che non gli rende merito, come si è detto prima, in quanto Signorini ha dipinto anche grandi tele sopratutto negli anni Sessanta (recentemente è stato esposto alla galleria Studio 71 un suo quadro facente parte dell’ex collezione Rossi: un lavoro di cm 63 x 90 del 1963 di straordinaria fattura). Ciononostante, l’eleganza del tratto di questo artista, siciliano di adozione che proprio a Monreale, nello stesso Complesso Guglielmo II, a suo tempo adibito a scuola e luogo in cui oggi espone questa sua mostra antologica, frequentò le tre classi delle medie, ne fa uno dei più accreditati maestri siciliani. In questo senso vale la pena citare quanto scrisse Eva Di Stefano (G.d.S. del 5.4.1984)“… Le sue opere di bella, elaborata fattura, sono infatti l’intenso racconto di un’ossessione, spalancano la voragine scura e coinvolgente di un turbamento esistenziale: lo spazio è gabbia di nero disperato, inselvatichito da una vegetazione sterile e vorace, invaso dai detriti e percorso da crepe come la casa degli Uscher, chiuso da finestre murate e da specchi fissamente opachi dove fluttuano lattei fantasmi senza volto….�
Di questa mostra rimane il rammarico dell’assenza di un catalogo che possa raccogliere tutte le opere esposte ma soprattutto fare il punto sulla situazione artistica di quegli anni molto vivaci della pittura italiana. Anni nei quali era molto facile cedere ed essere risucchiati dal canto delle sirene dell’informale. Signorini rimase fedele al suo impianto pittorico non cedette mai alle insistenze di facinorosi e ignoranti “mercanti� d’arte.
La mostra al Complesso Monumentale Guglielmo II di Monreale (PA) può essere visitata tutti i giorni da lunedì a sabato dalle 9.00 alle 18.00; domenica dalle 9.00 alle 13.00 ingresso gratuito.
Palermo, 23/01/2007
Francesco M. Scorsone

ANTONIO MICCICHE’ - PIANI DI FUGA

Lunedì, Gennaio 22nd, 2007

Se c’è una cosa che mi incuriosisce sempre in una mostra di pittura è, al di là della validità dell’artista, quali meccanismi hanno fatto sì che la scelta cadesse proprio su di lui. Il catalogo e i personaggi che “ruotano� intorno all’artista ne delineano un profilo alto o basso a seconda dei casi. Ho sempre apprezzato tantissimo chi ha il dono e la capacità di saper disegnare (Micciché lo ha). Lo ritengo uno strumento base per chi ha voglia di percorrere una strada che diventa sempre più impervia con il passar del tempo. Non a caso si usa dire che: “di pittura si muore�, sicché chi ha deciso di dare sfogo alla propria creatività dipingendo lo fa spesso dopo essersi cercato un sostentamento minimo. In questo senso bisogna dare il giusto apprezzamento All’Accademia di Belle Arti Abadir di San Martino delle Scale (Palermo) che ha creato proprio nell’Abbazia una scuola per le arti applicate (pittura e restauro) chiamando a sé ottimi e stimati docenti, in cerca di occupazione. In questo contesto si inserisce Antonio Micciché, quarant’anni, docente di pittura e teoria della percezione visiva. Un breve curriculum di mostre personali per lo più a Palermo e partecipazioni a vario titolo a mostre collettive, in alcuni casi di grande qualità.
Questa premessa era necessaria per individuare il contesto etnico in cui si muove Antonio Micciché; l’area, non solo di formazione dell’artista ma anche le esperienze artistiche maturate nel corso della sua vita.
Ma fermarsi all’analisi sterile di questi elementi non sarebbe produttivo né per chi scrive, né per capire la sensibilità e soprattutto la capacità di questo artista che ha fatto del viaggio sognato la sua esperienza artistica. La mostra, attualmente allestita nei tre piani del Loggiato San Bartolomeo di Palermo, dà un’immagine estremamente positiva di Antonio Micciché. L’artista, paesaggista oltre ogni possibile definizione, nei suoi oltre ottanta dipinti esposti interpreta le atmosfere pregnanti di quei paesaggi ora portuali - dove grosse e potenti gru si stagliano contro un cielo tinto dal grigio dalla nebbia tanto poco comune a noi siciliani - ora più mediterranei con i colori dorati come il grano di giugno, verdi come le colline di febbraio o arrossati dai tramonti infuocati di agosto. I piccoli dipinti degli anni 1990 – 1992 sono una straordinaria quanto puntuale messa a fuoco di questo periodo creativo dell’artista. Sistemati al piano terra del Loggiato sono un piccolo ma significante assaggio di quel che sarà la mostra poi nel suo insieme. Suggestive, affascinanti e sorprendenti sono le opere situare al secondo piano. Credo che al di là delle considerazioni che si possono fare circa le associazioni con altri grandi maestri del Novecento (quali Burri, Rothko o Tapis), può considerarsi il punto di partenza per una più matura quanto personale sintesi per approdare al paesaggio vero e proprio. Le opere del terzo piano ne sono la conferma. Gli orizzonti, a volte rarefatti, vengono attraversati dal passaggio inesorabile delle scolature distribuite sapientemente dall’artista, in maniera da rendere impenetrabile quel tratto di quadro, imponendo quindi lo spettatore a mettere a fuoco, per meglio godere l’opera attraverso la conoscenza della memoria, richiamando alla mente volumi, forme e ricordi di paesaggi che ci appartengono e in questa sede apparentemente coperte. Un’operazione raffinata e convincente. Sono molte le opere che meriterebbero una citazione e non mi dispiace essere d’accordo con la curatrice della mostra quando cita l’opera Ab continuum infinitum. Essa, infatti, segna un confine di demarcazione tra i due periodi “del passato e del presente�. Il catalogo contiene un articolato saggio sull’opera di Miccichè di Emilia Valenza e scritti di Roberto Alajmo e Domenico Sciajno. La mostra, realizzata con il patrocinio della Provincia Regionale di Palermo, resterà aperta fino all’11 febbraio 2007 e potrà essere visitata: dal martedì al sabato, dalle 16.30 alle 19.30; il giovedì, dalle 10 alle 13 e dalle 16.30 alle 19.30; la domenica, dalle 10 alle 13. Per informazioni, 091-6123832; catalogo € 7,00.
Francesco M. Scorsone
Palermo, 20/01/2007

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Miracolo a Palermo - nasce la GAM

Mercoledì, Gennaio 17th, 2007

Dopo cento anni Palermo apre al pubblico la galleria d’arte moderna.
Riflessioni a caldo dopo la visita alla Galleria d’arte moderna di Palermo
Non è che non ci fosse a Palermo una galleria d’arte moderna, perché quella di Via Turati per circa cento anni ha funzionato, bene o male che sia. Il dato è che non era la sua sede istituzionale. La provvisorietà è stata accantonata praticamente subito e per circa cento anni essa ha trovato spazio nei locali del secondo piano del Teatro Politeama.

Nella predetta sede abbiamo visto di tutto: dalla collezione permanente, trasferita interamente nella nuova sistemazione dell’ex convento Sant’Anna ristrutturato e attrezzato ad oc per contenere tutte le opere finora non esposte e giacenti nei magazzini di Via Turati, a mostre d’arte contemporanea, da Mario Sironi (cento disegni) alle antologiche dei Pecoraino Aldo e Mario, da Eustachio Catalano a Pippo Rizzo dalla Pasqualino Noto a Gigi Marorelli e così via. Per la verità non è che ci abbia preso particolarmente la nuova sistemazione della nuova galleria d’arte moderna e non siamo peraltro d’accordo con lo stimatissimo Philippe Daverio quando sostiene che nell’ex Convento Sant’Anna è stato realizzato il miglior restauro d’Italia del decorso anno, mentre siamo perfettamente d’accordo su quanto scrive di Demetrio Paparoni (giornale dell’arte n. 261 del gennaio 2007) ma questo è un altro discorso.
In questa pagina mi piacerebbe scrivere tutto quello che penso della nuova galleria d’arte moderna di Palermo. Della sua sistemazione, degli strombazzamenti a mezzo stampa, dei finalmente, degli: era ora, di tutto quello che si è detto sull’apertura della predetta, dei costi, degli appalti miliardari, delle convenzioni, delle code per vedere l’ex convento Sant’Anna, del direttore, del personale, degli addetti ai lavori, del bar, del book shop, del comitato che si è insediato. Insomma mi piacerebbe potere scrivere di tutto: dell’opera di Onofrio Tomaselli “I carusi� un quadro di cm 184 x 334 il cui orribile passepartout di legno copre parzialmente la firma dell’artista, della “stanzetta� dedicata al “gruppo dei quattro� nella quale manca la Pasqualino Noto mentre è presente una discutibile testina di Emilio Greco, etc. Purtroppo, e ne sono certo, non servirebbe a niente; a queste cose non si dà mai il “peso� giusto, sono fatti per gente che non ha il problema di come arrivare a fine mese con lo stipendio. Il lettore potrebbe pensare che si tratti di un problema politico, di “opposizione�, ma se così facesse non terrebbe conto che quei luoghi sono stati realizzati con le tasse dei cittadini e quindi solo a loro bisognerebbe dare spiegazioni non a giornali e giornalisti spesso fagocitati dalle elucubrazioni di chi vuol far passare a tutti i costi che l’operazione in essere è stata la migliore possibile. Stante così le cose, non le scrivo. Sappia però il lettore che comunque sono contro. Contro per principio perché in ogni caso dopo cento anni si poteva non solo fare meglio e di più, ma si poteva pensare a un luogo più idoneo per una galleria d’arte moderna degna di questo nome.

Francesco M. Scorsone
Palermo, 15 gennaio 2007

Dives in Misericordia Tre vele per il nuovo millennio

Sabato, Gennaio 13th, 2007

2.600 tonnellate di inerti ricavati dalla macinazione del marmo bianco di Carrara; 600 tonnellate di cemento bianco TX millennium (addittivato con biossido di titanio) prodotto dall’Italcementi S.p.A. di Rezzato (BS); 550 tonnellate di malte speciali per la realizzazione di giunti strutturali fra gli elementi prefabbricati e l’iniezione delle guaine dei cavi e delle barre postese; 8 chilometri di cavi di acciaio di postensione; 7,5 chilometri di barre di acciaio di postensione; 300 tavole progettuali necessarie per la complessità strutturale e per la grande varietà della geometria dei conci e dei loro dettagli costruttivi; 12.000 ore di studi e ricerche per la messa a punto del cemento TX Millennium; 23.000 ore di progettazione per passare dalla fase progettuale alla fase realizzativa. Questi in sintesi sono i numeri della Chiesa “Dives in Misericordia� di Roma presentata al Santo Padre Papa Giovanni Paolo II nell’ambito del programma “50 Chiese per Roma 2000�. La prima pietra di questa avveniristica Chiesa (ribattezzata subito dal popolo “delle tre vele�) viene posata nel marzo 1998 su una spianata del quartiere romano di Tor Tre Teste. Ne sentivo parlare continuamente da colleghi che venivano a Isola delle Femmine (stabilimento dove prestavo la mia attività come segretario di stabilimento) per motivi di lavoro, ne avevo sentito parlare in occasione di qualche viaggio a Bergamo (sede dell’Italcementi). Insomma c’era in me una curiosità di capire e vedere questa nuova concezione di una Chiesa moderna approvata nella struttura esterna e interna nientemeno che da Sua Santità. Naturalmente spesso le cose non vanno come ce le aspettiamo e il 26 ottobre 2003 giorno dell’inaugurazione non mi trovò all’appuntamento romano. Avevo intrapreso una personale battaglia con la medicina (oggi fortunatamente vinta). Ma il mio pensiero era sempre rivolto a quella Chiesa romana e alle sue vele, al bianco candore di quella costruzione. Recentemente avevamo pianificato con i miei familiari, in occasione di un viaggio romano, proprio una visita a questo nuovo monumento della cristianità opera dell’architetto americano Richard Meier e realizzato grazie anche all’intervento dell’Italcementi s.p.a.. Ma quando tutto sembrava che giocasse a sfavore di questa visita ecco che una voce amica, al telefono, mi dice che sarebbe passato a prendermi in albergo per portarmi alla Chiesa delle Tre Vele.
Avevo fantasticato non so quante volte pensando a questa Chiesa. Ma nessuna fantasia poteva avvicinarmi alla realtà. L’imponenza della struttura con queste tre “Vele� autoportanti e a sè stanti, come la Trinità ne fanno una costruzione avveniristica, posta su un’enorme spianata che, isolandola dal contesto urbano, la rende maggiormente monumentale. Entrare nella Chiesa “Dives in Misericordia� fu una grande sorpresa: il Crocifisso illuminato da un raggio di luce filtrante da un taglio procurato ad hoc nella struttura, lo splendido candore di ogni cosa che avesse a che fare con la chiesa, un silenzio invitante alla preghiera, tutto era perfetto per riconciliarsi con la fede. A Sua Santità Giovanni Paolo II, all’architetto Richard Meier e all’ing. Giampiero Pesenti, va il mio personale ringraziamento per l’opportunità che mi hanno dato visitando questo luogo della cristianità e del culto ma anche della cultura e dell’arte.
Palermo, 13/01/2007
Francesco M. Scorsone

Una rassegna d’arte tutta italiana

Venerdì, Gennaio 12th, 2007

E’ noto come da qualche tempo e non solo, le gallerie palermitane hanno svoltato per la strada della non settorialità specifica. Tutti fanno tutto purché sia di qualità. Questa ipotesi di lavoro a 360° è stata sempre sostenuta da chi scrive in tutte le manifestazioni (discussioni, tavole rotonde, convegni, full immersion) a cui ho partecipato per affermare il principio secondo cui l’arte non può avere confini. Tutto è valido purché rientri nella onestà intellettuale di chi opera in tal senso. In questo contesto la galleria Arkadhia di Palermo (ma non è l’unica) rifacendosi il “look� ha inaugurato giorno 15 dicembre con una mostra dedicata ai maestri contemporanei: Fernandez Arman (1928-2005), Bruno Ceccobelli, Chia, Cucchi, Gioppè Di Bella, Ugo Nespolo, Mimmo Paladino, Matilde Trapassi, Mimmo Rotella, Mario Samonà, Rosario Arizza, Cesare Berlingeri, Giambecchina, Maurizio Roasio, Malek Pansera, Piero Pizzi Cannella, sono gli artisti che compongono questa variegata rassegna d’arte contemporanea unitamente agli artisti storici quali: Roberto Crippa, Lucio del Pezzo, Giorgio De Chirico, Mario Schifano, Tano Festa, Renato Guttuso, Nicola De Maria, Piero Dorazio, Filippo De Pisis, Emilio Vedova (1919 - 2006), Carla Accardi e Achille Perilli.Una mostra di indubbio spessore qualitativo soprattutto per il ventaglio di artisti che presenta. In altri termini; come sostiene la stessa galleria Arkadhia “un taglio più attento ai fenomeni artistici attuali�. Riteniamo però per quanto ci riguarda che parte della mostra non ha bisogno di commenti, gli artisti presenti sono: la storia dell’arte. Basta aprire un qualsiasi libro d’arte per trovarci il gruppo di Piazza del Popolo costituito a quel tempo oltre che da Schifano e Festa oggi in mostra, anche da Franco Angeli ahimè scomparso assieme ai primi due in maniera tragica. E poi ancora il gruppo della transavanguardia di cui Sandro Chia, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino, furono i massimi esponenti assieme a Francesco Clemente. Ciò che va sottolineato in questa mostra è la presenza di Matilde Trapassi e di Gioppè Di Bella. La prima con l’opera “Spazio notturno� (tecnica mista su tela e collage di tessuti di quest’anno), una nuova (nuovissima) Matilde Trapassi dai colori freschi, brillanti, effervescenti e fluorescenti come non la ricordavamo. Sono lontani i tempi in cui Francesco Carbone, notissimo critico d’arte, mi chiese più volte di pensare a una sua mostra. Non fu mai possibile. Forse per la indisponibilità dell’artista o forse perché più semplicemente ci siamo persi di vista. Di lei in biblioteca conservo ancora un catalogo realizzato per la mostra olandese alla galleria “De Watertoren� nel 1994, in cui le architetture dei suoi lavori (per lo più installazioni) sono tetri, bui, forse anticipatori di una visione disastrosa che potremmo accingerci a vivere in un futuro prossimo. Per fortuna dalle sue ultime opere sembra che questo aspetto cosi catastrofico sembra rientrato. Mentre per Gioppè Di Bella osserviamo che la recente mostra sul cinetismo tenutasi a Palermo ha rivitalizzato questo filone dell’arte contemporanea e Di Bella in questo contesto ne è l’interprete più significativo a ridosso degli artisti dei gruppi “N� e “T�. La recente mostra palermitana “Armonie�reca nella presentazione in catalogo di Francesco Gallo, una frase presente nella biografia del Di Bella: “Ogni cosa che fai ti segna, ti identifica, ti dà un marchio. E’ la legge della vita, dove tu sei il mistero e dove il mistero è la vita�. Nel silenzio della riflessione di questa frase, nella sua amarezza, nella contemplazione dell’opera di Di Bella il perdersi tra nodi e tagli, tra volumetrie e squarci, possiamo leggere la vera personalità dell’artista, schivo e desideroso come spesso accade per i nostri artisti mediterranei, pressante è il desiderio di vedere riconosciuto e celebrato il valore del proprio lavoro in guisa al lavoro dei più noti artisti “europei�. La mostra sarà visitabile fino al 10 gennaio 2007 orari delle visite: da lunedì a sabato dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 20.00. ingresso libero. Galleria Arkadhia Via Dante 17 Palermo

Palermo, 16 dicembre 2006 Francesco M. Scorsone

La poetica della “natura morta�

Venerdì, Gennaio 12th, 2007

L’espressione “Natura Mortaâ€? sembra sia stata introdotta in Italia allo scadere del 1800 per tradurre il termine olandese “Still-Leven” (natura in quiete), parola che già dal 1650 indicava la rappresentazione pittorica di soggetti inanimati: in genere fiori, frutta, ortaggi, strumenti musicali, animali morti (per lo più selvaggina), curiosità botaniche e zoologiche di ogni genere. La certezza però della nascita della “natura mortaâ€? nella rappresentazione pittorica, risale, come ben rileva Salvo Ferlito nella sua presentazione nel catalogo della mostra, fin dai tempi dei fasti di Ercolano: “gli xenia per l’appunto, ben visibili nella casa dei Cervi di Ercolano o anche nella villa di Poppea ad Oplonti e in varie domus pompeianeâ€?. Forse, quindi, sarebbe più giusto dire che il termine “natura mortaâ€? risale al periodo romano anche se, bisogna chiarire, si tratta di pittura parietale e molto raramente di mosaico. Il suo utilizzo invece come soggetto di moda e di arredamento sicuramente risale al Seicento, favorito peraltro dalla rivoluzione culturale laica, ed ebbe la massima espressione nella pittura belga e olandese dei fiamminghi e in Italia di Caravaggio e della sua folta schiera di seguaci. Ma la dissertazione sulla natura morta non può non avere un qualche riferimento ad Arcimboldo e ai suoi straordinari soggetti, costituiti per lo più da frutta, ortaggi, animali in questo caso vivi, etc.. Una moda che si sopisce con la rivoluzione francese per riapparire con gli impressionisti francesi: Paul Cezanne, Claude Monet, Auguste Renoir etc. per poi riesplodere nel Novecento, secolo in cui la presenza di artisti italiani quali Giorgio De Chirico, Giorgio Morandi, Filippo De Pisis dà grande impulso ad una nuova concezione della “natura mortaâ€?. Gli artisti, pur rimanendo nell’ambito della rappresentazione degli oggetti prima richiamati, ne interpretano la poetica. Le bottiglie, i melograni, il pollame e quant’altro sono gli elementi di questo modo di fare arte. Quindi non più la leziosità del tocco d’artista ma l’incidere, ora con il pennello ora con la spatola (a volte in maniera quasi violenta), gli oggetti che compongono il quadro. La cacciagione è sanguinante, il rosso porpora dei melograni sembra debba esplodere macchiando qualsiasi cosa. Le bottiglie, così come le cuccume, sono mute, silenziose ma estremamente espressive. E’ nata la “natura vivaâ€??
Ci aggiriamo per le sale della galleria e ci ricordiamo subito degli autori. E’ come sfogliare un album di famiglia: li conosciamo tutti. Guido Baragli, Salvatore Caputo, Pascal Catherine, Manlio Giannici, Paolo Madonia, Vincenzo Nucci, Giuseppe Modica sono presenti con le più classiche delle nature morte: la frutta, poggiata su un tavolo o sistemata su un’alzata danno una dimensione accattivante e discreta. Pedro Cano e Sergio Ceccotti propongono oggetti strani e dolci invitanti; Peter Bartlett una improbabile finestra, Rossana Feudo un siparietto di giocattoli fuori moda e Biagio Pancino brocche e scodella che mi fanno pensare, più che a una natura morta, ad una toilette di inizio secolo. E ancora: Bice Triolo, Enzo Romeo e Gaetano Lo Manto, i lavori dei quali, pur rimarcandone la pregevolezza per la composizione cromatica, mi pare che manchino del rigore della natura morta propriamente detta. Di particolare interesse, e per il motivo opposto, sono le opere di Giuseppa D’Agostino, Anna Kennel, Dieter Kopp e Sarah Miatt. Completano la mostra una “pasqualeâ€? opera di Beatrice Feo “Agnello di Dioâ€?, una “natura silenteâ€? di Vincenzo Ognibene, un sorprendente “bucranioâ€? di Nicolò D’Alessandro, un meeting di uccelli impagliati sistemati su un tavolo di marmi colorati di Bruno Caruso, un piccolo e rigoroso contè cm 22×24 di Tino Signorini e un romantico “fiori in vasoâ€? di Renato Tosini. Questa in sintesi la mostra “Nova Xeniaâ€?. Uno “spaccatoâ€? molto interessante nell’ambito della natura morta, Certamente un’indagine conoscitiva sui diversi modi in interpretare la natura morta. Morta perché non più rappresentativa di soggetti vivi o morta perché gli oggetti sono morti in quanto tali? O forse perché essendo stati staccati dalla pianta è cominciato l’inevitabile processo di decomposizione, tipico della morte? Ma allora perché cuccume, bottiglie, ciotole e quant’altro sono oggetti/soggetti di natura morta? La materia che ha generato gli oggetti è stata oggetto di trasformazione (dallo stadio primitivo come: argilla, silice, ferro, legno etc. allo stadio manipolato), in molti casi quindi, non più reversibile e pertanto, morto o più semplicemente “mutoâ€?. Encomiabile il lavoro di Salvo Ferlito che con Laura Romano ha scelto i 25 autori le cui opere compongono la mostra in corso alla galleria Elle Arte di Palermo fino al 13 gennaio 2007 orario delle visite dalle 16.30 alle 19.30 escluso il lunedì e festivi. Catalogo gratuito.
Palermo, 24/12/2006.
Francesco M. Scorsone

Andrea Volo alla nuova galleria “Mediterranea� di Palermo

Venerdì, Gennaio 12th, 2007

Ho sempre pensato, forse perché abituato alla sacralità degli spazi dedicati all’arte che ho visitato sia in Italia e all’estero (musei, gallerie d’arte contemporanee pubbliche e private, ma anche fiere d’arte a qualsiasi titolo), che lo spazio aveva una importanza fondamentale per potersi ritrovare fuori dall’ambiente routinario per godere anche nel silenzio di un luogo diverso ma che avesse le caratteristiche di uno spazio convenzionale, una mostra. Ma probabilmente non sono al passo con i tempi. Non sono trend. Lo spazio della mostra è trendy (si tratta di un garage con il pavimento non definito), secondo gli addetti ai lavori. Per quanto mi riguarda però non ci conserverei neanche la macchina. L’attrito della torsione delle ruote contro il pavimento rovinerebbe i copertoni. Purtroppo e me ne dispiace, sono un inguaribile “romantico� sono di quelli ai quali piacerebbe vedere i quadri in quanto bene voluttuario in uno spazio adeguato e arredato in maniera “voluttuaria�. L’estemporaneità con la quale spesso affrontiamo una qualsiasi esperienza in maniera approssimativa è un sintomo della decadenza del periodo storico che attraversiamo. Per Andrea Volo “emigrato� come molti artisti siciliani, chi verso Roma, chi verso Milano, Simeti, Provino, Tardia, La Barbera, Sciamè, Schiavocampo, Consagra, Greco, etc., le cose andarono diversamente: trasferitosi in Germania perché vincitore di una borsa di studio per completare a Monaco gli studi per diplomarsi in pittura. Fu per certi versi un privilegiato anche se in quegli anni non avrei dato neanche un colpo di zappa in territorio tedesco erano troppo fresche le “barbarie� del regime del Führer degli anni bellici per potere considerare sia pure con i presupposti di Volo, pensare di vivere in Germania. (molti nostri connazionali trovarono risorse, occupazione e forse anche dignità proprio in quella Germania che aveva dato al mondo intero lutti inenarrabili, che aveva scientificamente programmato l’estinzione fisica di un intero popolo, ma la fame e la disperazione erano troppo pressanti per potere pensare sia pure in maniera ideologica che forse non era il caso di offrire a bassissimo costo la vita di molti meridionali, che nelle miniere di Germania e Belgio trovarono la morte. Oggi a distanza di oltre quarant’anni i miei convincimenti di allora sono cambiati. La Germania ha avuto la capacità rotta politica, di riunificarsi, è una delle prime potenze economiche mondiali, è diventata il cuore pulsante di tutta l’arte europea. Kassel, Berlino, ma anche Monaco, Colonia, Dresda e altre città, sono luoghi di grandi concentrazioni artistiche. Sicché dopo il secolo francese, e quello italiano sembra che sia iniziato un secolo tutto tedesco. Ma estraniandosi in maniera totale dal contesto che ci circonda vediamo una serie di lavori che abbracciano il periodo pieno della maturità dell’artista (dal 1989 al 2004) Andrea Volo infatti è nato a Palermo nel 1941. Da questa mostra ne ricaviamo una riflessione sia in ordine alle opere esposte che non hanno bisogno di commenti, sia di ordine personale. Volo è uno di quegli artisti la cui pittura è stata assorbita dal nostro codice genetico egli non ha bisogno di aggiungere alcunché alle immagini che propone abbiamo già da tempo metabolizzato tutto quello che era possibile circa l’opera “figurativa�. La stratificazione delle informazioni in parte già assorbite fanno parte nel nostro patrimonio genetico e umano, sono di quelle cose di cui nessuno ormai potrà privarci, (neanche la più brutta delle finanziarie). Ma allora ci chiediamo perché si va a vedere una mostra? E’ presto detto. Una mostra, ed è il caso di Andrea Volo, si vede per rigenerare il ricordo per reinnamorasi per tentare di rivivere le emozioni del ricordo dell’innamoramento. Andrea Volo al tempo in cui vidi una sua “personale� ad Arte al Borgo mi colpi moltissimo e ancora oggi coglie nel segno. Ma la differenza è sostanziale, oggi l’approccio alla sua pittura è più critico, meno passionale egli rimane nel novero di quegli artisti di cui i suoi concittadini male fanno se non possiedono una sua opera. personalmente ho sempre apprezzato la carica passionale, l’eros latente, presente in molte sue opere. E’ certamente un pittore di razza, di quella razza che stenta sempre di più per la congiuntura dei tempi a farsi strada anche quando decidono di costituirsi in gruppo. Hanno sempre un motivo per litigare. La mostra allestita presso la nuova galleria “Mediterranea� si concluderà il 31 gennaio 2007 orari dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 17.00 alle 19.30.
Palermo li, 08/01/2007
Francesco M. Scorsone