ontopologia

Settembre 25th, 2008 scritto da gpdimonderose

…….notte sublime si nascose nel letto delle nuvole e si rivelò all’alba con il raggio di luce sublyme di un tempo che fu e che sarà: oh quante volte gli occhi hanno visto l’invisibile sublyme senza scorgere la disvelanza sublyme dell’essere? A chi si rivolga il tempo quando pensi alla destinanza e giochi con le sorti degli universi? La dea sublyme non gioca mai con la mondità, ma soffia le sue auree sublymi nei pensieri delle stelle che mai guardano a ieri, ma illuminano i sentieri della destinanza sublyme dell’essere. Madre della sublymanza ed eterna eventuanza che guardi e contempli senza parole e getti e lanci i segni degli ewenti sublymi della destinanza senza deklyni, come il volgersi dell’eventuarsi astrale degli immensi ed infiniti universi, né replicante o klonante come le stagioni del cuore della natura, o le intermittenze sublymi della notte o del giorno in disperanza disanimata della destinanza della sublatione sublyme. Ma solo lì la singolarità sublyme dell’evento dà alla luce la destinanza dell’excstasy sublyminare che dagli abyssi sublymi sorge, si dà in risplendenza, si ewentui quali luci della vivenza sublyme delle aurore senza più le scorie di ieri e senza più le pre-visioni del domani: oh madre sublyme della destinanza dia all’essere l’ewentuanza o l’invisibile sogno sublyme, affinchè l’esserci possa raggiungere le lontananze sublymi delle luci boreali e naufraghi nel sublymynare abysso degli ewenti waghi, ewanescenti ma pregnanti di miraggi della desideranza sublyme. AH ascoltai la sera sublime con i pensieri rivolti verso le veglie ed ora si è qui ad attendere gli ewenti sublymi velati di presagi e ricordi. Non saprei quando possa durare l’attesa dei sogni sublymi, né se la notte sublyme della destinanza salvi dalle spire degli abissi della sublimanza, ma se la madre dell’eterna sublymanza e della destinanza sublyme disvelasse agli sguardi il tramonto e giammai invocasse il deklyno eterno degli abissi sublymi, l’eternità abiterà le menti sublymi quale gioia sublyme senza fine e senza fini, e grazia sublyme fluttuante nelle tempeste di tutti i wenti degli ewenti abissali della destinanza sublyme. Ora si è oltre gli ewenti sublymi della destinanza abissale, trascorsi all’ombra degli abyssi tenebrosi e il sentiero abissale non svela radure sublymi della transplendenza, ma solo abyssi sublymi ove possa naufragare la destinanza senza ritorni ewentuali. Oh che i volti sublymi che giungano in-contro siano l’eventuarsi dell’esserci, e se così non fosse e mai vada si sia preda della destinanza abissale sublyme, altro tempo non è più necessario per calpestare il nulla sublyme o il niente abyssale che svuoti le sfere della mondità abissale senza anime né sensi. SI attenderà che l’ewento sublyme dell’essere si sveli dagli abyssi sublymi con le luci delle aurore delle destinanze: meglio il bagliore sublime della sublazione dell’ewentuanza dell’essere che la lenta transcendenza negli abissi kaosmici: così parlò Kalypso la sublime dea o musa o transmusa dell’eventuanza.
Le interpretazioni della transestetica transestatica …………….

eventuanza

Settembre 7th, 2008 scritto da gpdimonderose

la dea del sublime inabissò tracimando con moti ondosi altisonanti mai visti, né uditi in transonanza transudita: quel che fu la più transtabile che si conoscesse s-pro-fondò negli abissi con la sua sublime transvivenza glaciale. Ah la catastrofe sublime: un soffio può far capovolgere le immensità più eccelse, tanto da generare l’attante della transmorfia sublime che farà naufragare l’esserci: è il soffio dell’essere sublime che genera la catastrofe sublime per mutarsi in essere abissale sublime. Ah il soffio di desideranza dell’essere sublime si dà quale catastrofe sublime, prossimità del naufragare, quale destinanza dell’essere per la morte sublime. Alla presenza dell’essenza sublime della transonanza dell’incanto, al balenare del miraggio sublime immenso e transinfinito l’essere sublime è in diafana transvedenza quale estasi sublime, quale respiro che sente la vicinanza del sublime, ma quel soffio farà vacillare l’immensa la sublime e transinfinita esistenza glaciale. L’equilibrio fondante la transtabilità dell’esistenza dell’essere sublime si svelerà oscillante e transonante. Una transonanza transinfinitesima genera l’abisso sublime ove l’essere sublime naufragherà: dall’incanto sublime alla morte sublime: dal miraggio sublime al naufragio sublime. Ah l’abisso sublime che si disvela nella sua ellittica curvatura sublime: si vive solo la superfice del mondo trafitti dal raggio del nulla sublime ed è subito morte sublime, l’essere sublime è solo sulla transvarietà transferica trafitto dal raggio abissale sublime ed è subito sublime abissale in diafana aldilà. La dea sublime distese le sue intime essenze mentre disvelò al transtempo il suo essere nuda al mondo. Ahah essere in nuce, ah essere in luce: lunghi anni sulle ali dell’estate sono state le sole volte in cui la vita sorse senza dinieghi né divieti. Ah le ore grandi come un secolo, ah le cose piccole come galassie, si svelarono diafane in transvedenza animate come nuvole d’un giorno assolato e solo, scorto dietro l’angolo della morte sublime. Lì la sorte verrà ancora a spiegare la transmente, mentre le nubi lanciano al mondo ombre colme d’attesa e di tormenti. Si transente già la gioia che s’avvicina a passi lenti. Ma menti? Ah le montagne viola o lillà, la notte sublime lì là in prossimità della mondità con la velocità della destinanza, più rapida d’un uccello da preda, prenda, prenda, predante la preda fuggitiva lì là, che al fine si dà, giacchè non ce la fa. Si farà ancora in tempo a spengere le luci prima del sonno dell’attesa e del riposo: denso di sogni ed incubi e vuoti di mente. Lì è ancora giorno e il sole tarda a tralasciare, sarà ancora preda della nostalgia della bella estate che si svela alla sera sublime con l’abito delle stelle fisse, mobili, cangianti ma senza tanti allori per piangere e per sognare: con la sorte oltre la morte sublime. Avrò ancora sogni da vendere e gioie da acquistare, ma non so più se c’è la diafana tranvedenza o se la luce segua ancora il destino dei viventi o la nostalgia dei morti. Proverò ad essere una tranvedenza con la sera dietro le spalle e la notte sublime e buia quale transvivenza, ma sarà una nube nera come l’incanto della morte sublime ad avvisare le ultime speranze con il fascino del nulla sublime. Ahah udrò ancora il sole cantarmi le melodie dell’armonia afenomenica della transonanza in diafana tranvedenza che lascia al mondo il mistero dell’evento sublime, ma all’ultima ora la destinanza sublime sorprenderà con la fantasia dei fiori e la luna da sola apparirà all’orizzonte degli eventi sublimi: lascerà sognare senza fare del male: con la follia sublime negli occhi: ah come è vuota la notte sublime senza i sogni del transdicibile. Ora son trascorsi millenni luce e dell’attimo del cosmo e dell’universo non c’è traccia: nulla, né del destino, né della transvivenza così densa, così tersa, così casta, così vicina al nulla sublime e senza fasti. Qui correrò ancora un’altra volta per raggiungerla con le ali del destino sublime e l’ultimo raggio che provenga dall’aldilà sublime e insegua senza sosta una luce sublime e misteriosa e senza transenso, poi mi volterò ancora una volta per vedere gli occhi di chi decise la sorte del mondo, prima che sia fuori per sempre e transenta il transaudibile con la musica della transonanza o la la transcordanza sulle note del nulla sublime, o con i sogni sublimi abitati dagli occhi dell’essere sublime: lei è sublime, è la risonanza della transonanza in transcordanza, amante del disordine, in lei c’è la leggerezza ma anche la tristezza d’una nuvola a primavera, lei è sublime amante della transvedenza, in lei c’è la luce ma anche il buio atroce d’una nebbia subliminare, lei è sublime nemica delle tenebre: è caotica come il sole, ma le piace il perielio sublime di venere, non saprei bene se le piace la nostalgia della pace o l’ira della vittima che tace, ma sublime lei è e sarà, non mi sogni più, ho le labbra grosse da attraversare, la sera o al mattino: non fa differenza, tanto ci sarà sempre chi avrà gli occhi per ridere e lo sguardo finto metallo. Ogni sera al tramonto alzi gli occhi al cielo e pensi: quando era sublime la mia giornata, tant’è che non riuscivo mai a sapere quando il lunedì venisse, c’è, ci sono? Sì, sì, ancora un altro poco ed andrò a dormire, sognerò gli occhi tristi della sera e la luna sublime mi farà compagnia, col raggio blu dell’estate e col raggio rosa dell’autunno, ma non mi sogni più, non farà bene sostare sulle piazze di notte e cantare come i grilli dei conventi e le sere passate ad urlare: dio, dio, non molestare gli organi e i letti e le strane passioni dei gatti. AH gli occhi di metallo lucido li ho visti una domenica pomeriggio in vitro, in vetro, dietro le vetrate virtuali, ma non mi sogni mai più, o i sogni sublimi non ci lasceranno più. Sublime è il tramonto dei sogni: è il tramonto sublime dei sogni. Fra un poco verrà la sera ed uscirai di qui libero come gli uccelli del mare che vanno a pescare di notte il sangue blu, ma non ci sarà più. Adoro ancora la sera restare a guardare la notte sublime e più buia, con le stelle annoiate d’essere fisse e il creato che è lì che attende i desideri dei nostri sogni sublimi. Ancora una volta e tutto sarà scomparso sulla faccia della terra: non c’è più pioggia, non c’è più luce, non c’è più un dio che produca un miracolo stanco o appena più in linea con l’orizzonte e l’universo, ah mi sentii persa tra le sublimi transcordanze come una gru a primavera, ma c’era il sole e c’era il mare e a me veniva voglia di cantare le nenie da bambina, quando l’età incrina e la soglia tra la vita e la morte torna a vacillare. E’ la transonanza sublime. Ancora un solo attimo e poi si potrà morire: mi guardò per l’ultima volta con gli occhi più lucenti della transfera del circolo polare artico , ma non si smosse dalla destinanza. Subì ancora una volta la sorte avversa: aveva un diadema con la veste più vaporosa della serata, di quelle che quando ballano fanno vacillare il mondo e il cuore, e si inizia a tremare come se si fosse sottozero all’equatore. Oh la musica era bella sì, ma si cantava da folli, si suonava la transonanza dell’infanzia maledetta e le vesti che volavano sublimi e senza senso, ma quella notte sublime non si lasciò alla sorte il privilegio di fare le scarpe. Capii all’improvviso che il tempo della giovinezza era pallido e il tempo del sorriso già dietro le spalle dei vecchi platani d’un giardino verde e rosa, blu e glicine, sublime lillà, lì là quando sorgerà ancora il tempo della pazienza fuggitiva e secolare, quando la sorte guarirà gli incubi che accompagnano la luce del giorno. Quando verrà? Ora che non ci sarò più? Oh spinga, spinga forte: la navetta dovrà tremare con la forza d’urto delle corazze e la bellezza sublime degli sguardi di fanciulle prima che per loro sia già sera o notte sublime e fonda: addio, addio, affondi pure negli abissi sublimi del tempo, tanto non ci sarà mai più chi le darà la luce sublime dell’inverno a sole spento, oh mare, mare non mi lasciare di notte a naufragare, con le stelle della notte sublime che guardano le volte del creato tutte le volte che il loro sorriso si volge al passato, oh non gridi invano, tanto gli astri sono tutti folli, oggi ti dicono che potrai trovare i tuoi sogni nel cassetto, domani nel letto e un altro giorno ancora non si sa dove o si speri o si spara. Oh attenda pure un altro anno, tanto dovrà arrivare ancora con lingue piene di vento e la chioma nera e china e bianca, come l’alba sublime, ah ci sono giorni in cui la sera non arrivi mai e il tramonto duri il transtempo transinfinito che serve per morire, nascere e rivivere in altri luoghi, in altri mari, in altri mondi o in altri universi sublimi, senza sentirsi persi, né tremanti di gioia o di paura, ma solo vuoti, soli, come il sole nella transradura abissale della foresta sublime e nera, nel cuore del continente più antico d’ansie e di timori sublimi, come quando pare che non ci sia più niente da fare per restare ancora in vita. No, non mi sogni più con la gioia sublime del cuore e il sorriso perso per strada mentre si cercavano le viole. Non è ancora giunto il transtempo in cui la notte sublime avrà lasciato le sue spoglie alle stelle e vestirà la corolla con i fiori roridi di pianto. No , non mi sento stanca: è solo il soffio della vita che accompagna la notte sublime con il dolore della morte sublime e al mattino fugge via, con la velocità dei sogni sublimi. E’ sveglio? sono le otto del mattino e la sua sorte sta partendo, non so più dove andare ed ho una gran voglia di morire, ma fra poco sognerò di entrare in quella luce che fin allora mi uccise tutti i sogni a occhi chiusi e a occhi aperti. Ma, la prego, non apra, perchè è la morte che attende con l’arma bianca e nera vicino al mare, oh no, no, non so soffrire, ma fra poco morirò e mai più la rivedrò, la sogno sempre, sempre, oh come è dolce il tempo, oh come è forte il vento, ma fermare non si può e dove andrà, non lo so, ma non si volti mai, non si giri e ri-giri mai, giammai vorrò che i suoi sogni siano spenti come i miei, non si fermi più. Sento già suonare. Quella porta è già aperta e il sole del transinfinito già splende in altomare, mi vien voglia di gridare, ma la mia voce non suona più, le mani e i piedi sono immobili, come il respiro, il mio povero cuore non mi batte e ri-batte più ed il mitico corpo già si sente giù, giù, giù fin nell’abisso, da dove non non si sale più su, sussù non lasci, non lasci, ma non si fermi, continui almeno lei a sognare, ad occhi chiusi o ad occhi aperti, tanto per sognare il sublime non serve guardare. Oh mi spinge oltre quel tempo della vita mortale, lì ove le onde fuggitive e stanche varcano le soglie dei sogni e sostano un istante transinfinito per contemplare le bellezze sublimi lunari o lunatiche? Oh si lasci guardare, è bella solo come il sole all’alba, che non guardo mai, perchè mi piace di più sognare il sole tramontante, con i suoi raggi sublimi ultraviolentiviola che volano da qui a lì senza il timore delle distanze o degli ostacoli o delle remore o dei dinieghi . Lei ci ri-penserà, si dà? si darà ? si sottrae, si kripta, si dekrypta, si vela e si disvela, è la verità bellezza, la legge dura della dolcezza del sublime, un nobile fenomeno della seducenza astrale, le stelle son lì solo per farsi con-templare, guai a chi pro-getti la prossimità, ikaro-docet? così la finirà di farsi del male da soli? così parlò Kalypso prima del diluvio universale, niente male, aldilà delle stelle e non solo quelle, ma di sola bellezza non si salva il mondo. Oh non è così? Oh è dolce come il mare salato, ma di dolcezza si vive una sola volta. Oh si regali un sogno sublime abissale o vuoto come la grazia pregnante dell’universo denso d’incubi e di orrorose tragicità. Oh faccia sognare il sublime della transplendenza per irradiare l’intermittenza aurorale del miraggio boreale quale brillanza astrale, ma di luci soffuse e terse si può anche perire o svenire, o sbranare dall’eroina versus semidei.Ohh, oh si lasci affondare: è sublime come le stelle, ma quelle non se ne stanno lì a guardare: son fisse, mai fesse, ma fissate, replicanti, in armonia afenomenica transonante la medesima melodia armoniosa e tediosa mormorante: domani, domani? sì, domani, potrà annegare o volare, o morire o soffrire, ma non lasciare, non lasci mai più, le stelle amano essere viste a distanza siderale, guai a toccare il fondale universale, si può s-pro-fondare nell’abisso sublime, senza mai più tornare tra l’aurora e l’infinito o transinfinito: è finito? è già tutto irreversibile abissale? Oohh non lasciare, anzi si lasci attraversare senza fiatare, come già si lasciano oltrepassare i suoi occhi dalle intermittenze delle desideranze, che danze! E’ finita: con il sorriso sornione della perfida albione, appena baciata dalla fortuna bendata, anzi cieca come la sua anima dis-animata, che corre e fugge via, per non tornare mai alla deriva, strane onde fuggenti, saranno le superonde della stranezza sublimi che spezzano e frantumano la transpazialità -transtemporale, ma così difficili da catturare dai miti sublimi? Quanti quanti ancora? Chissà, è l’indeterminatezza sublime della stranezza, bellezza, che spro-fondatezza. Ora e mai più non ha più senso ascoltare le voci degli abissi sublimi della memoria dei ricordi diafani, non ha più senso alleviare con il miele eterno l’eterno ritorno, sì ma dove? Si è soli con la desideranza della morte sublime, ah si inveisce ogni volta , quando appare il sublime ed abissale sguardo, non ha più senso spendere le lacrime della noia senza ascoltare la voce dell’aurora: che sale saliente ogni volta che l’esserci sublime muore. Ora ho anche io lasciato alle luci della notte sublime il vago sopore dell’anima morente, in mente, ah verrà la morte ed avrà gli occhi dell’eternità sublime. Si ascolta sempre la voce dell’anima: in silenzio: senza il clamore dell’eternità sublime. No non ci sono più sogni da vendere, nè vendette da sognare, nè ricordi sublimi da regalare a chi viene e và soltanto per mostrare il volto del bene o il volto del male o ambedue anfibologici, la sapienza consiglia di sorridere, sempre, o per lo più ogni tanto: almeno quando la presenza della transvivenza sfiora il fiore del tramonto sublime: chi rimpiangerà mai più i giorni lontani dell’infinito ritorno del sublime? In un giorno di maggio ci fu l’inizio della fine: una sola volta vidi volare la luce dell’eternità , quando la sera svelò lo sguardo della morte sublime, con gli occhi sublimi della divinità: non c’è più quella sera rischiarata dalla voce luminosa della tempesta sublime e perciò perfetta, non c’è più tempo per sognare una luce antica e amica che ri-veli il transenso dell’essere e, o, la deriva dell’infinito transinfinito ritorno che mai, se mai, verrà senza arrivi e senza partenza, ma solo una vaga presenza, come la luce sublime dei suoi occhi di là , dall’abysso infinito che mai lascerà, libero d’essere simile ai sogni pensati nel buio della notte sublime. Non ha più senso ascoltare il colore dei suoi occhi, se la sera la noia assale ed invade la memoria sognante, nel vuoto spazio della notte sublime c’è il nulla sublime che canta con la voce della seducenza astrale in transonanza: solo la transcordanza della morte ci può salvare, nel vuoto eterno del nulla sublime, una sola transonanza che canti: una canzone in transcordanza: su, sussù, non tremi, le stelle non stanno lì solo a guardare, la dea del sublime non ci ha abbandonato abita lì là in un campo di ogigia, la xhorà del sublime, lillà in un campo di ogigia la xhorà sublime abita Kalypso la sublime dea della diafanè, lì là ove la dea si getta in transplendenza in un campo, in una transradura fiorita di lillà , di ogigia la transpazialità abissale del sublime, lì scende in campo insieme all’eroe della naufraganza, là in una transradura luminosa in transplendezza di ogigia, la xhorà lillà. L’essere sublime si getta sul campo di ogigia la xhoràlillà, lì là la ricamata seducenza della dea del sublime si svela e disvela nella transcordanza sublime che seduce la dea Kalypso-lillà , in una transradura sublime fiorente di ogigia la sublime xhoràlillà, lì là ove l’essenza della dea sublime si getta, si dà , sì, sissì, la rugiadosa transradura sanguigna, ruggiosa, brillosa, luminosa, transplendente, seduce lì la dea del sublime in un campo di ogigia la xhoràlillà, lì là si disvela l’aletheia sublime, la verità sublime si svela in una transradura di lillà , l’ essenza della dea sublime si svela sul campo, si dà in campo lì là, sì in quella divina transradura sublime il padre o la madre sono figli dell’essere sublime, o sono figli di se stessi, la madre è figlia dell’essere sublime, o la madre è figlia di sè, così come iddio è figlio di se stesso o il dio è figlio dell’essere o la dea madre è figlia di se stessa o la madredea madreperlacea è figlia dell’essere sublime: la natura della dea sublime è figlia dell’essere sublime, la physis sublime della divina è figlia di sè e si dà da sè , sì, si svela da sè , si getta da sè, si pro-getta da sè in un campo di lillà , si fonda da sè in una transradura radiosa in transplendenza diafana di ogigia xhoràlillà lì là. Ah essere figli della transradura sublime vuota, sgombra, libera, disertata,annullata, annichilita, svuotata, diradata, diafana in eterna diradanza e transplendenza, figli della transpregnanza sublime della divina splendenza, figli della sua desideranza sublime, figli della sua ontogenesi o dell’essere sublime transpregnante che si dà da sè o dà sè o dà la transpregnanza all’essere sublime. Ah la fanciulla transpregnante dell’essere sublime che dà luce e dà alla luce figli dell’essere sublime pregnante, o dell’essere sublime in estasi sublime in un campo di ogigia la xhoràlillà, lì là solo la dea del sublime ci può creare. Ah essere disvelanza sublime della transmonade vuota in exstasy sublime, quale deliranza che danza nella diradanza sublime dell’aletheia dell’essere sublime, senza il nulla, senza altri dei, né altri eroi, né entità o superentità, solo il suo evento sublime che si dà: viene in sogno l’evento sublime della dea sublime che si dà nella diradanza che danza con l’imago dell’eternità transvedenza. Viene in sogno con la luce dell’eterno ritorno della transvedenza, all’alba di un altro giorno sublime con solo un ultimo desiderio nei pensieri, ma non viene mai in mente, né oggi né mai. Lì i sogni si svelano con lo sguardo della diafana transplendenza del sublime nella bellezza, o dell’essere sublime nella bellezza dell’ente ideale, o con la luccicanza sublime dell’exystenza senza presenza, o solo con l’assenza sublime, mentre sussurra sempre ai transensi di svelare solo l’imago della diafana transvedenza: tanto per la ricerca del tempo dell’eventuale ritorno c’è sempre innanzi l’infinito o il sublime transinfinito. Ho solo un sogno da raccontare, ma non lo svenderò per qualche virtù virtuale, ho troppi sensi nascosti e silenti e inauditi e indicibili: forse un giorno aleggerà nella mondità la sua eterna presenza, ma è già sera, è già troppo tardi per credere ancora alle fabule con o senza dormienti, senza sogni. Una sola volta, se mai ci sarà, forse verrà la dea del sublime con in seno un sogno senza senno, insensato, ma non ci sarà più il tempo per sognare l’imago imaginaria degli eventi, giacchè non c’è più il tempo imaginario dell’imago eventuale. A nulla pensa il nulla sublime che sogna o immagini l’evento sublime del suo infinito ritorno dall’abisso animato, ove la luccicanza dell’evento sublime si dà, senza nulla chiedere, sino al terminale dei nostri sogni insonni salienti abyssali, come una kuspyde sublime imaginaria che attrae il chiasma eventuale, ahhh l’evento sublime dell’essere chiasmale, sublime interattanza dell’interagenza kuspydale, ewentuanza sublime, l’essere sublime s’eventua da sè, senza la legge che non c’è, senza il translogos che non c’era, senza il dio che mai ci sarà.

Direct Link: http://gpdimonderose.mixturtle.com/transonanza.html

Agosto 11th, 2008 scritto da gpdimonderose

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evento sublime

Agosto 6th, 2008 scritto da gpdimonderose

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transepistemika

Luglio 22nd, 2008 scritto da gpdimonderose

………………….. l’esserci o il dasein o
l’esistenza è una
posizione, è la condizione per avere predicati, non è un predicato; mentre nella Critica della ragion
pura, l’esistenza diventa un concetto puro della categoria di modalità, torna ad essere il dasein: si può considerare
l’esistere un predicato? Se sì, si ha una trascendenza epistemica o transepistemica; se no, non è un predicato, è quindi una problematica anche delle categorie di Aristotele, tradotte da Boezio con “praedicamenta” o pre-dire o prevedere : la prima categoria è la sostanza, o l’essere un
praedicamentum, ma l’esistere non è un predicato e lì si nasconde una ontologica
fondamentale, e fondamentalmente distruttrice dell’ontologia, per cui il gegenstand è
inafferrabile o indicibile o invisibile o inconoscibile, di cui conosciamo soltanto le idealità della transcendenza che spesso sconfina
nella teoria dell’impossibilità dell’ontologia: l’esistenza o la
distinzione tra cose-persone: le cose sono in sé le persone sono per sé,
perché essere come verità e identità è dei trascendentali o summa genera dei medievali.
Essere ed esistere sono la stessa cosa versus il classico problema
dell’esistenza delle cose che non esistono, si pensa che esistano, ma non esistono: si immagina la transcendenza fenomenica, ma non esiste, se ne può parlare, ma non esiste, sono entità non esistenti, ma l’ontologia fondamentale non è
impossibile: esistere come essere, sia nella realtà che
nella mente, ed esistere come essere nella transcendenza. L’essere è una singolarità transepistemica e per ciò transontologica. Il problema della singolarità transepistemica transontologica si svela nell’ esistenza dei numeri o
gli angoli e altre entità matematiche, o le menti e le emozioni, o la bellezza sublime, ma in un modo diverso da come
esistono le transentità del gegenstand.
L’esistenza è un translogos del numero, la cui numeralità si predica o si predice quale intensità kategorica: si dice numero per tutte le transentità
nello stesso senso: qui esistenza e numero sono un essere singolarità della transcendenza. Se sono nomi non c’è problema. Se sono predicati, l’equivoco c’è nell’esistere nella mente e nell’ esistere dell’esserci. È
noto che il problema veniva risolto con l’analogia entis:ma non si può applicare a esistere-essere, perché il
numero sia e possa essere usato come nome e come predicato, oltre che essere interpretabile come
un predicato di predicati, e ciò riguarda tutti i concetti fondamentali o generi
sommi, o trascendentali: dell’essere si può dire che è, della storia si può dire che ha una storia, dell’io si può
dire che è proprio, della bellezza che sia ideale o vaga o aderente o adeguata e ciascuno di essi può essere pensato in relazione agli altri:
l’essere in relazione al numero, e il numero in relazione agli enti, la storia in relazione agli enti, e la bellezza in relatività al vaga o aderente o adeguata o fenemenica o ideale o kategorica. Il significato dell’essere è adeguatamente espresso dalla transcendenza esistenziale della bellezza e per ciò dalla transepistemica fenomenica. Che cosa comporta l’idea che il senso
dell’essere sia adeguatamente colto dalla transcendenza esistenziale? Naturalmente la transcendenza esistenziale sia quale
esistenza in senso ontologico, sia in senso translogico, sia nella transestetica …….

transontologia

Luglio 19th, 2008 scritto da gpdimonderose

..transontologia sublime……………………………… ………………… si è in presenza dell’arkè o transpriorità o transingolarità di una tesi sul sublime . Si delinea una gestell o struttura o impianto dell’opera sul sentiero di una analitica dell’esserci o dasein-analytik assentemente presente in kant, per interpretare l’analitica della transbellezza e l’analitica del sublime. Si approderà infine ad una ontologia del sublime o sublyme quale bellezza-sublime plotiniana o sublime-bellezza heideggeriana già compresenti nella prima ermeneutica del sublime longiniana o burkeiana. Si offrirà preliminarmente una panoramica delle contemplanze del sublime nella classicità quale sublime della mathesis o pitagorico o platonico eventuato già da anassimandro sia nell’apeiron sia nell’archè, quale sublime dei quanta infiniti o del senza-fine e del senza-limiti: presente nell’analitica kantiana quale sublime matematico o gegenstand sublime, ovvero quale transentità sublime in transcendenza, presente solo nell’immaginazione della transpurezza sublime quale eccelsa e nobile magnanimità o magnitudine kolossale , sempre al dilà del sensibile e del percepibile quasi fosse l’alterezza proustiana. L’apeiron dei quanta però non è mai irreversibile: c’è sempre un senza fine infinitesimo o una abissalità senza fondale ove si autoeventui il sublime quale klinamen o ab-scissa dell’archè o dell’evento o della transingolarità o transereignis. A quella visione quantica si aggiunse nel corso del tempo una dinamica del sublime interpretata dal pensiero della dynamis aristotelica, quale coercizione kategorica del panta-rei eraklitiano: qui la transpurezza è transkatarsi e la sua transfenomenica suscita quel sentimento o quella tensione o quella intermittenza che tanta fortuna avrà nel pensiero di Burke e di Kant, tanto da eventuare il transfenomeno del sublime o il noumeno del sublime, ovvero il sublime fenomenico e il sublime noumenico. Ma nessuno si è ancora chiesto del perchè esista una musa della bellezza e non ci sia una transmusa del sublime. Forse il pensiero di Plotino ci viene in soccorso per delineare nel mito di Kalypso la disvelatezza del transmito del sublime, quale transbellezza in transestasy instabile, fluttuante, in contrastanza transdelirante assentemente presente o che si sveli solo nell’infinito o nel senza-fine o nell’abisso del senza-entità dell’etere o che aleggi sempre entousiasta , nell’eventuarsi sempre ab-scissa dell’essere-sublyme in transmitica alterezza quale bellezza-sublime o sublime-bellezza. Le interpretazioni della transestetica transestatica quell’eventuarsi dell’abissalità transgettano nel pensiero della mondità. Quel che seguirà è intriso di quella pregnanza e salienza.

a) transestetica estatica

Il sublime dilata il cuore in sistole e diastole e costringe l’attenzione nella stabilità e nella tensione. È stancante. La bellezza discioglie la transpurezza dell’anima : si percepisce qui una differenza transfenomenica o una incongruenza spaziale nella transestetica , presente nell’epigenesi longiniana del sublime, ma non ancora una differenza noumenica nella transbellezza o nel sublime. Qui il sentimento o l’intenzionalità sublime consiste in una vibrazione o alternazione rapida dei sentimenti o alterità o alterezza dell’esserci.
Il dinamicamente sublime è simile alla transpotenza osservata in natura irresistibile e terribile, ma se si è al sicuro, si rimane disinteressati e perciò non c’è più un ob-getto o gegenstand che incuta la paura. Dio è terribile ma l’uomo non ha paura. Anzi solo il dio del sublime ci può salvare o solo il sublime salverà il mondo. Quella è la differenza: il sublime è il coraggio della transpurezza dell’anima e consente di scoprire un’abilità di stabilità e comprendere, ma solo perchè c’è l’alterezza dell’esserci. La natura è sublime perché eleva, innalza l’immaginazione all’esposizione eccelsa, là ove la mente può essere l’unica facoltà capace di comprendere la sublimità, anche al di sopra della stessa natura, quale sublimità appartenente alla libertà transestetica dell’alterezza. Tale libertà è al di fuori del naturale: interagenza intima tra il sublime o il dinamicamente sublime e l’ontologia della libertà. C’è il sublime quale libertà che trascenda la natura. Il sublime possibile o La sublimità, la sublime transpurezza, il dinamicamente sublime è sempre in relatività o in reciprocità transkategorica o in interagenza con la libertà. E’ la problematica della differenza transkategorica tra il matematico e il dinamicamente sublime, o della differenza analitica tra la transbellezza e il sublime: entrambi presuppongono l’inclinazione o il klinamen di trans-essere e sensibilità, come quella del piacevole; il trans-essere è pensato nella transpurezza della transvivenza o l’analitica della transbellezza della natura interessante la forma del transente, che esiste che c’è, che si dà quale esserci o dasein-analytik ; il sublime invece si trova di fronte un gegenstand, sempre non-ente o transente infinito o transentità abissale senza-fine, senza fondo, un ni-ente, un nulla o un essere che ci viene in-contro quale transente informale, l’infinità, o completezza transkategorica della transmonade o dell’arkè o della transingolarità infinitesima nel suo subliminare ed infinitamente irreversibile nell’apeiron, nell’essere sempre senza fine e senza un fine o un transtelos: è in interagenza la piacevolezza del trans-essere con la qualità, o la quantità kolossale e magnanima e perciò alta e nobile quale eccellenza o quale alterezza. Nell’analitica della transbellezza c’è la seducenza quale attrazione transfenomenica, senza la presenza di un’immaginazione; la transestetica transestatica sublime invece è presente immediatamente quale compresenza di immaginazione pensante o come emozione dell’immaginazione dell’ esserci o del non ente, niente, nulla o sacra superentità divina, incongruente e incompatibile con le attrazioni e con la seducenza, anzi prossima al timore e all’angoscia; la mente lì è costretta non soltanto alla presenza stabile dal transente, ma è spinta anche fuori , tanto da non afferrare o percepire la completezza transkategorica dell’arkè quale transingolarità e dell’apeiron e per-ciò impossibilitata nel contenere il trans-essere o un desiderio solo positivo, ed allora si evidenzia anche il transenso, contrastante, di ammirazione o tensione o attenzione, quale desideranza anche negativa, o non desideranza o dispiacere o timore o tremore o paura ed angoscia. La differenza più importante e più interna, sempre transfenomenica o transkategorica , è quella dell’analitica del sublime o della transbellezza dell’esserci o dasein-analytik : qui il sublime si pensa quale transensibilità che si esprime nella sensibilità estetica, la quale non desidera essere ricondotta alla corrispondenza con una transidea che non si possa sacrificare nell’apparenza: l’occhio richiede la bellezza come se ci fosse insistenza dello stesso ob-getto, la transpurezza desidera un’armonia completa fra il principio e l’inclinazione, perché tutta la tensione o l’attenzione si impegna, giacchè si sente ancora in incompletezza, quale virtù non perfetta.
Trovare il sublime nella transbellezza è la transbellezza filosofica. Quale analisi di Aristotele della tragedia nella Poetica, specificamente la sua identificazione delle salienze o pregnanze della tragedia; come nell’esperienza di paura e compassione conducenti ad una catarsi delle emozioni. Aristotele appare poco chiaro circa quel che accada nella catarsi. C’è bellezza e c’è la bellezza-sublime o plotiniana: due transingolarità in continuità: la transbellezza è leggerezza in equilibrio stabile, è una qualità debolmente decorativa . Nell’alterezza c’è la più ob-scura bellezza-sublime che si dispiega in profondità e verità, o transbellezza sublime. La differenza tra le due estremità, o meglio la differenza tra due spazi topologici che si incontrano come in un nastro di Mobius, svela l’analitica della transbellezza dell’esserci: se un fiore, un tramonto, un poema, un dipinto, o un brano musicale: qualsiasi bellezza possa essere visto anche come bellezza sublime, se l’attenzione è diretta ed adeguata alla transfenomenica ermeneutica. Il differenziale nel continuo è costituito dalla consapevolezza dell’analitica transfenomenica del sublime nella bellezza o della transbellezza nel sublime.

La transfenomenica ermeneutica della transbellezza è ontologicamente connessa con la profondità e la verità, l’abisso e la svelatezza, e non è una transbellezza che si adegui nelle transcategorie della transbellezza quale sublime-bellezza. L’analitica del sublime eventua una complessità della transbellezza . L’analitica della transestetica del sublime emerge come una più complessa ermeneutica della transbellezza, quale transbellezza filosofica o trascendenza della transbellezza o sublime bellezza. Quella transinterpretanza dell’analisi della transbellezza connessa con alcuni dei commenti di Aristotele sulla tragedia possono delineare l’emergere di un nuovo transparadigma .

Nell’Analitica si distingue il sublime dalla bellezza transfenomenica: è bella la bellezza modello in un ob-getto, quale principio di organizzazione di pensiero nell’ob-getto, senza che l’ob-getto stesso abbia utilità. Qualcosa è bella, contrapposta ad utile, con caratteristiche che si possano identificare con l’utilità, ma l’ob-getto in sè è inutile, è disinteressante severamente, mentre dà il piacere. Un fiore è bello per la sua organicità, la sua simmetria i suoi colori come caratteristiche utili in un transente , ma la transentità è essenzialmente inutile , e così si pensa la transbellezza senza telos.

Il sublime, in contrasto, è un principio di turbamento. È il transfenomeno intuente o la comprensione che incontrino qualche transentità che non si possa organizzare o contenere. Non si possa determinare un principio di organicità che delimiti la transentità, giacché non si possano determinare limiti all’entità quale ob-getto sublime. Non si possano determinare limiti al transente che si sveli da sè, perché quell’entità, quale gegenstand, sfidi i poteri di presenza dell’immaginazione.e grandi virtù con le quali ha adornato la mente e il coraggio conquistatore è incompatibile con la bellezza, incompatibile come il più grande quasi infinito: apparirà il sublime quale grande terrore e stupore; eventi e varietà d’immaginazione possibili idee con più alterezza di quella bellezza fatale. Loro piansero, Nessuno si chieda fascini così celestiali, Per nove anni lunghi ha messo il mondo in armi;
Che grazie vincenti! che aspetto maestoso!
Lei trasporta una dea, e lei guarda una regina.
Ecco una parola non disse del particolare della sua bellezza; nulla o alcuna idea precisa della sua persona; nessuno ha detto una sola parola in tutta l’immaginazione o immagina brillanti colori, o immagina la fragranza di una rosa immagina l’ origine della sublymanza,
nel senso della sublyme-bellezza: il costruire un determinato tempio di Zeus, oppure la svelatezza ab-scissa, ovvero il portare-in-posizione una determinata statua di Apollo, oppure il portare in scena una tragedia: non è soltanto l’alterezza di una sublymanza: disposizione in quanto alterezza è mitopoiesis . Consacrare o mitopoiesis significa “rendere sacro”, nel senso che nell’offerenza del sublyme il sacro viene svelato in quanto ciò che è sacro è il Dio e viene cercato extraendolo dentro la disvelatezza della sua presenza. Alla mitopoiesis: omaggio alla dignità e allo splendore del Dio. Dignità e splendore vengono svelati nella sublyme-bellezza, non accanto o dietro alle quali si sia il Dio, bensì esso si dà alla presenza nella dignità e nello splendore.
Ogni disposizione nel senso dell’alterezza mitopoietica è anche sempre ab-scissione eventuata in quanto modalità di collocazione dell’edificio e della statua, in quanto dire e nominare all’interno di un linguaggio. All’inverso una collocazione e una sistemazione non sono già una disposizione nel senso dell’alterezza che pone-in-costruzione; infatti, si presuppone che il sublyme da erigere, da disporre, possieda già in sé il tratto essenziale della disposizione, sia cioè se stesso, in ciò che sia più la risonanza.
Ma in che modo si coglie la risonanza autentica,
che dispieghi l’ab-scindere e l’eventuarsi dell’essere-sublyme?

transonanza

Luglio 13th, 2008 scritto da gpdimonderose

…………….al di là del pensabile: inaudito, insondabile, inedito, indecidibile, indicibile: si dà nell’ossimora contrastanza dell’eristica, da nessuno disegnato o progettato prima o gettato quale gettatezza dell’essere per la morte sublyme: essere l’apeiron ontodynamica qualitativa dell’archè quale situazione emotiva, in moto infinito, al di là del piacere o del dispiacere dell’anima o del corpo animato, nella transpurezza della transautenticità: assenza presente del piacere del dolore, o compassione del dolore piacevole o dispiacere considerevole del disdolore. La differenza dell’ essere extraordinaria del sublyme, mai guidata dalla ragione nel tempo, o del tempo, o del contempo, o dalle occasioni ma sempre al di là del tempo, o dell’ordinario tempo e quindi sempre in transcendenza, in transestasi aldilà delle paure e dei timori e degli orrori e dei semplici piaceri ordinari ed ordinabili, o ortogognali, o ortodossi in maniera da appagare le transvertigini, le sommità e gli abissi, le transcuspidi iperboliche e transellittiche, paraboliche e metaboliche ab-scisse, a-syn-totiche, transeccelse, transeccedenti, sublimi. Se qualcun dolore fosse sorto dalla mancanza di qualche soddisfazione, o ragione, quale angoscia per il nulla o in niente, o il non-ente, che si dia in contrastanza la paura o la vertigine dinanzi al baratro o all’abisso sublime troverebbe nelle grandi difficoltà lo spettacolo dell’essere per la morte, dell’essere nella transautenticità dell’esserci nobile, in transalterità o in transalterezza quale essere-sublime-nel-mondo-abissale o in transdecostruzione o in autodynamica dissipazione o dissoluzione irreversibile o in instabile apokatastasi dell’apokalisse, senza fine e perciò nella più transautentica transkatarsi del klynamen sublime: non è improbabile che quella sensazione di mancanza sia molto fastidiosa, perché alla fine si pensa si sia perso il transenso e il senno per sempre, quasi non si possa più intravedere il sentiero del ritorno dall’abisso o dall’odissea del tragico, o che non ci sia alcuna transmusa Kalypso o transmito al termine, al limite, lì nella radura sublyme in attesa del naufragio ed in prossimità dell’abitare poeticamente l’evento, quale sublyme-bellezza dell’essere-eroe o dell’essere-nel-transmito o dell’essere-per-la-nike. L’epigenesi del sublime è l’infinità, o il transfinito o l’infinito dinamico qualitativo. L’infinità ha una tendenza a riempire la mente con quel genere di orrore delizioso che è l’effetto più autentico della disvelatezza del sublime: il gegenstand che possa divenire ob-getto dei transensi è nella natura infinito. Ma all’occhio che non è capace di percepire i confini, possano sembrare essere infiniti, e produrre gli stessi effetti come se lo fossero veramente, si è ingannati nel piacere, se le parti di un grande ob-getto sono continue quasi indefinite, tanto che l’immaginazione non incontri nessun limite o confine o controllo che ne possano delimitare l’estendibilità. Dopo avere girato come una trottola da fanciulli e poi immediatente ci si distenda con gli occhi chiusi, gli ob-getti sembrano girare intorno e così il mondo. Dopo una successione lunga di rumori, come la caduta delle acque , nell’immaginazione la transonanza debole continua, anche quando il transfenomeno sia finito o terminato. I sensi, colpiti fortemente in maniera dirompente entrano in transonanza o in sinestesia aldilà dei transfenomeni o della razionalità, quale intuizione della transpurezza senza il gegenstand, giacchè non riescono a cambiare rapidamente il loro tenore, o non si adattano immediatamente alla contrastanza, continuano nella loro transonanza oltre la dinamica dei quanta: è la frenesia, ogni ripetizione la rinforza con nuova dinamica, quasi qualitativa o aldilà o in transcendenza della dinamica dei quanta infiniti o infinitesimi, non presuppongono senso, ma un translogos di riflessione: quindi una transensibilità senza sensi, quella piacevole o dispiacevole quasi indifferentemente, o una transpurezza dell’immaginazione. La bellezza della natura interessa la forma dell’analityk-dasein esistente solo nella delimitazione; il sublime invece è l’ essere transinformale, quale infinità dei transensi o della mente che sveli i transensi della transpurezza infinita, quale dynamis qualitativa: qualità infinita dei quanta o un’immaginazione di desideranza quale essere-sublyme dell’immaginazione: transdesideranza anche negativa. La differenza più importante tuttavia tra il sublime e la bellezza è : la bellezza della natura è una convenienza nella forma, per cui l’analitica sembra essere predeterminata o preformativa, la bellezza conduce alla conoscenza dell’argomento e si discopre nella vista, che eccita la sensibilità per l’immaginazione, ma soltanto se l’esserci vede immediatamente o tautologicamente o riempie la mente sintonizzata ad una sensibilità, stimolata per interessarsi alla convenienza. Non estende così la transvisione della natura, o la transpurezza della natura, cioè della dinamica , o della transpurezza transdinamica: è l’adattabilità che l’immaginazione attua in relatività con una più grande varietà e complessità, transeidetica descrittiva o un’ossimorica transfenomenica naturalizzata; distinzione della transfenomenica descrittiva da una geometria esatta, sussunte dalla transfenomenica come epistemica transeidetica, concreta e descrittiva, orientate verso l’analisi delle essenze morfologiche vaghe, ovvero quelle caratterizzanti, ciò che si danno concretamente nell’intuizione immediata alle scienze esatte, dipendenti dalla geometria come epistemica sì transeidetica ma astratta ed esatta, classica per l’analisi di essenze geometriche.

La geometria non esprime con dei concetti di geometria esatta quello che si esprime in maniera semplice, comprensibile e pienamente appropriata, con parole come frastagliato, intagliato, dalla forma cuspidale; questi semplici concetti sono inesatti per essenza e non per caso; anche per questa ragione non sono matematici: le teorie matematiche sono essenze esatte assiomatiche, complete e categoriche, perciò la geometria euclidea non coglie le differenze eidetiche ultime, le discontinuità qualitative costitutive degli schemi sensibili, né tutte le forme spaziali che sono oggetto di possibili intuizioni singole, non le descrive, non le classifica, deriva al contrario ogni sua forma da assiomi. Così facendo si confondono costruzione di oggetti e deduzione di formule, i vissuti come essenze inesatte connessi nel flusso eracliteo della coscienza temporale e i vissuti o transerlebniz eraklytiani che si convertono attraverso la correlazione noetico-noematica in transformali essenziali, distinguendo fenomenologia e geometria quali incongruenze kantiane: concepire la fisica come indirettamente evidente in quanto basata sulla presunzione della matematica di essere adeguata al reale; disgiungua la svelatezza fenomenica a priori dall’essere fisico transformale e per questo privo di senso; critichi l’empirismo della fisica, sussuma la fisica alla fenomenica, senza risolvere la problematica dell’origine della spazialità né quello di una geometria morfologica che conferisca un contenuto matematico preciso al sintetico a priori. Una impasse della teoria fenomenica che consista nella morfologia della lingua naturale, per descrivere le singolarità eidetiche inesatte appartenenti alla sfera descrittiva: la fenomenologia, che voleva essere una scienza eidetica del futuro post-matematico e post-fisico, regredisca verso una descrizione linguistica arcaica pre-matematica e pre-galileiana. Manca nel pensiero kantiano una geometria morfologica che colmi tale divario, anche fenomenico o nell’apriori dei caratteri fondamentali della fenomenica, quali le essenze o le ontologie regionali; il sintetico a priori corrisponde essenzialmente a una tesi di modularità degli ob-getti; oppure al flusso temporale dei vissuti, le regole eidetiche che lo vincolano corrispondono a degli algoritmi, a dei programmi, implementati : la correlazione tra atti mentali e noesi e tra strutture ideali di senso e noemi, la convergenza del solipsismo. Le ultime teorie fisico-matematiche, la teoria delle catastrofi e delle biforcazioni, degli attrattori di sistemi dinamici non lineari, la teoria dei fenomeni critici e della rottura di simmetria, la teoria dell’auto-organizzazione e degli stati critici auto-organizzati, la termodinamica non lineare, sono in grado di spiegare come singolarità microscopiche possano organizzarsi in strutture emergenti macroscopiche, sulla base di fenomeni d’interazione mesoscopici, quasi fossero meson o creodi autodinamici: epistemiche che elaborano aspetti qualitativi delle morfologie fenomeniche o macrofisica qualitativa dei sistemi complessi senza separare la fenomenica estetica, come analisi qualitativa della bellezza, dalle scienze esatte, si possono modellizzare geometricamente le essenze morfologiche vaghe e schematizzare i loro a priori sintetici . I vissuti estetici possono essere simulati ed essere morfodinamicamente modellizzati, quale kategorie dinamiche qualitative post-kantiane del sublime. La transbellezza è una qualità della dynamis, così anche il sublime si dà sia nelle kategorie quantitative sia nelle kategorie dinamiche qualitative , e si dà con un transenso di gioia e piacere in vista della grande finalità, sia pure non si possa percepire distintamente quello che c’è. Il cielo stellato non riesce a svelare un’idea di grandiosità, le stelle giacciono in confusione apparente, con impossibile occasioni di senso e di calcoli: ma se si dà un transfinito o una infinità o qualche genere di grandiosità che consiste in moltitudine c’è l’essere sublime: una transinfinità dell’infinità senza la magnificenza. C’è comunque un transfinito veramente transeccelso: molte narrazioni poetiche e mitopoietiche disvelino la sublimità immaginaria come la stella del mattino nel mezzo di una nube, e come la luna piena; come il sole che splende sul tempio di Kalypso, e come l’arcobaleno, luce generosa nelle brillanti nubi, come le rose nella primavera, come gigli dai fiumi e l’albero di incenso in estate, come fuoco in un vaso d’oro con pietre preziose; come alberi di cipresso fluttuanti in dissonanza con la transonanza della transvarietà delle nubi: è la sublime transonanza. Tutti i colori sono la luce fenomenica mentre il contrario, l’oscurità, è il sublime, ma senza una transfenomenicità nulla può essere sublime: il lampo è sublime grandiosità grazie alla velocità estrema del suo movimento, della sua dynamis. Una transizione rapida dalla luce all’oscurità, o dall’oscurità alla luce, è ancora più grande sublimità . Ma l’oscurità disvela sempre transidee sublimi della luce: nel descrivere l’aspetto della Divinità, di Kalypso quale transmusa del sublime immaginario, tanto da far dimenticare le oscurità che circondano gli esseri, la luce e gloria fluiscono alla presenza Divina; una translucenza che dal transeccesso è convertita in una specie di oscurità. Luce estrema, che superando la sensibilità visiva sveli la translucenza di tutti gli ob-getti, così quella transmorfia somigli all’oscurità. Dopo aver osservato il sole, lo sguardo è oscurato da due macchie nere, l’impressione che lasciano sembrano danzare dentro gli occhi: può essere immaginata una contrastanza eristica, o nonostante la loro natura opposta una paradossale coincidenza nel produrre il sublime, gli extremi opposti operano ugualmente nel disvelarsi del sublime, quale notte più sublime e solenne del giorno. Una sublimità deve essere dedotta dalle origini ove si sveli il dolore, l’angoscia, il tormento e l’estasi sublime, attraversanti le cause del sublime con referenza in tutti i transensi, ma che l’emozione più forte sia un’angoscia sublime, per niente piacevole, una priorità che può essere una bellezza-sublime molto impressionante, dismisure di eccellenza gettati in figure regolari, trasformanti figure matematiche, con esattezza e transimmetria, ma le idee matematiche non sono le vere misure della transbellezza e del sublime in tale transvarietà infinita di tranlucenza, se si immagina la transcendenza della teoria Platonica di adeguatezza ed attitudine, l’archè dell’idea di adeguatezza: quella Perfezione è l’epigenesi costituente della transbellezza. La bellezza in angoscia è la transbellezza più transensibile: è la bellezza-sublime in trascendenza o contrastanza eristica con l’archè classica quale apeiron nell’arkè, la transvarietà nella superficie che non è mai per il più piccolo spazio la stessa; il labirinto ingannevole attraverso il quale scivola storditamente l’occhio instabile, senza sapere dove riparare o dove è condotto. Non è questa una dimostrazione di quel cambio di superficie, continuo ed ancora appena percettibile che transforma la transbellezza? Ma la transidea di varianza o transvarianza ha portato a considerare figure angolari come belle: queste figure variano in una maniera improvvisa e interrotta: c’è una transvarietà infinita, in varietà diversificata sempre, ove sia impossibile ritrovare i confini, intenzionalmente la bellezza consiste nella chiarezza e transparenza, nella transdinamica, nel movimento quale transbellezza che sposta continuamente la sua direzione…………..

sublime-poetante

Giugno 29th, 2008 scritto da gpdimonderose

………………..una sibilla dalla bocca delirante che disse cose di cui non si ride, non addolcite né da ornamenti né da profumi. Il signore che svelò l’oracolo in Delfi non dice e non nasconde, ma pro-getta il sublime: tratti in inganno nella conoscenza del visibile, simili a Omero, trassero in inganno : tutto quel che si contempla e apprende si lascia lì, tutto quello che non si vede o che è indicibile o inaudito lo si porta via giacchè è sublime. La presenza in Eraclito dell’ oracolo si spiegò con l’intenzionalità di offrire una sacralità al pensiero, quasi si trattasse di una rivelazione ermeneutica sublime. Eraclito svelò la verità sublime nel logos, benché la verità sublime eterna, non la si comprenda mai, né prima di udirla né
dopo: così è il mondo, svelò, ma si è ignari da svegli, come nei sogni sublimi, tale verità riflette la physis sublime in ogni ente, quale stabilità della physis-archê ontologica, ma non c’è risonanza anche se si ascolta: sì è presenti, ma assenti. Sublime è il pensiero, è l’ ascolto della risonanza dinamica della physis sublime che raccolga l’intima natura della physis kryptata, giacchè ama nascondersi. E si dà o si eventua solo nella dynamis sublime. Si dovrà sapere che anche la guerra è sublime, e che la giustizia è contesa sublime, tutto avviene nella sublime contesa o eristica sublime. Polemos sublime o l’eristica dinamica della physis sublime è l’ontogenesi che rivela la fenomenica degli dei e l’ontologia della libertà dell’esserci, quale fondamento della mondità eleusina. Eraclito svelò la dinamica sublime dell’eristica in accordo o in discordanze discordi, quale bellissima e sublime armonia, concorde pur discorde: armonia sublime di tensioni contrastanti, come nell’arco e nella lira: questi infatti trasformandosi sono quelli, e quelli a loro volta, trasformandosi, sono la dynamis sublime, concorde e discorde, armonica e disarmonica, dinamica sublime ontologica-cosmologica che svela la struttura ontologica della dinamica sublime cosmica; il suo apparente caos trova nella singolorità sublime la dinamica strutturale latente, profonda, invisibile: l’armonia sublime invisibile è più pregnante o ontologica della visibile. La via in su e la via in giù sono identiche o invarianti nella dynamis sublime ontologica, così come è sempre lo stesso sia il principio e sia la fine nella sfera. Quella dynamis sublime del mondo è la stessa per tutti, non c’è né una per gli dei né una per gli esseri animati o inanimati, ma c’è sempre stata ed è e sarà fuoco vivo in eterno, che al tempo sublime si accenda e al tempo si spenga. Dinamica sublime reciproca di tutte le cose col fuoco e del fuoco con tutte le cose, con l’oro e dell’oro. Mutamenti sublimi dinamici del fuoco: dapprima mare, del mare una metà terra, l’altra soffio kosmico della dynamis o cosmogonia della physis sublime. Il kosmos dinamico sublime è la physis sublime che si dà, si eventua in una propria sublime dinamica strutturalmente stabile, si rivela in dynamis sublime della physis-archê sublime , interpretate come sublimi metamorfosi fenomeniche dell’ ontogenesi dinamica abissale : come sono gli insondabili confini sublimi dell’anima. Eraclito svelò così gli inesauribili movimenti dell’essere dell’ente, quale dynamis della physis sublime cosmica, quale struttura ontologica della bellezza-sublime della divinità o assolutezza dell’armonia fenomenica così interpretata nell’ermeneutica eristica della dynamis sublime: le fanciulle lungo la via che appartiene alla divinità, con il proprio desiderio sublime si inoltrano nella Notte verso la luce. Alla porta dei sentieri della Notte e del Giorno le fanciulle persuadono Dikê nel consentire il passaggio sublime, per la strada maestra che porta, infine, alla sublime dea o Verità sublime, la quale svela la sublime rivelazione: o sublime che giungi,
rallegrati, poiché una sorte sublime ti ha condotto a percorrere il sentiero sublime. La divinità sublime parmenidea è rivelazione della Verità sublime. Le qualità dinamiche dalla dea sublime della Verità o della Alêtheia sublime si svelano nella sua ontologica disvelatezza della dinamica sublime.
La dea è e si manifesta, si dà o si eventua nella dynamis sublime. Essere è pensare la dinamica sublime: quali siano le vie di ricerca sublimi:l’una è e non è possibile che non sia, è il sentiero della Persuasione, perché svela la dynamis sublime della Verità, l’altra non è ed è necessario che non sia: è un sentiero ove nulla si apprende: non si può conoscere ciò che non è, né esprimerlo. Infatti la stessa dynamis sublime è pensare ed essere. La rivelazione della dinamica sublime della Verità, affidata al mythos afferma l’essere, l’altra il nulla che non è; indeterminatezza dinamica dell’eristica sublime solo apparente giacchè svela l’essere sublime come vera e unica possibilità, e l’essere che non può non manifestarsi nel pensiero quale fenomeno dinamico sublime esistenzale dell’ esserci.
Essere la dynamis sublime o essere la verità dinamica della disvelatezza: to on o to eon, indica per un verso l’ente, ciò che è, per altro tutto ciò che è, per altro ancora significa quanto è immutabile, imperituro ed eterno, in ciò contrasta l’instabile physis sublime, come assenti, alla mente, siano saldamente presenti, non si può recidere l’essere dal suo essere congiunto con l’essere sublime, né come disperso dappertutto in ogni senso nel cosmo, né come raccolto insieme nella dynamis sublime dell’essere, qui:
l’essere to eon è pro-posto come lo sfondo che accoglie, stringe tutte le entità, la dinamica sublime che dà significato al molteplice degli enti presenti e assenti, lontani e vicini; l’instabilità dinamica della physis-archê sublime disvela l’assoluta dynamis nell’essere sublime: annichilisce il nulla, risolve la problematica del passaggio dal nulla all’essere o della transcendenza dinamica sublime
dall’essere al nulla o dispersione e concentrazione dell’essere nella cosmologia sublime o sublime proximità accanto all’essere, un non-essere quale entità fenomenica di modelli cosmogonici sublimi.
In relatività con l’epistemica cosmica dell’essere sublime in relazione con Senofane, il quale contrappone al
politeismo e antropomorfismo un monoteistico incentrato sulla singolarità dell’essere sublime e divinità della mondità nei segni dell’essere. È necessario il dire e il pensare che l’essere sublime sia: infatti l’essere sublime è,
il nulla non è: vi esorto alla contemplatezza del sublime, da questa prima via di ricerca si deve essere in lontananza,
ma anche da quella su cui gli esseri che nulla sanno
vanno errando: è l’incertezza che guida una dissennata mente, si è trascinati, sordi e ciechi , sbalorditi e senza giudizio,
dai quali essere e non-essere sono sublimi e non sono la medesima sublimità, e perciò del sublime c’è un cammino reversibile: che sia il sublime che non è!
Ma il sublime è l’occhio che non vede, l’orecchio che non sente le risonanze e la lingua che non parla, ma con la purezza estatica del sublime dinamicamente disvela la sua
consistenza ontologica sublime.
È la dea della verità del sublime che soggiorna senza eclisse, senza tramonto che svela la purezza dell’essere sublime…..

ontologia del sublime

Maggio 19th, 2008 scritto da gpdimonderose

erhabene

Maggio 1st, 2008 scritto da gpdimonderose

c’è una differenza ontologica nell’ontica della verità: c’è una verità epistemica fondata sui modelli della matesis, c’è una verità ermeneutica narrativa ed eterotopica o ontocronica, invece l’essere-sublime eventua l’aletheia ontologica quale sublymanza dell’essere nel sublyme. C’è l’interessere tra le tre varietà di verità e c’è l’interesserci epistemico nel senso che tutte le varietà-verità si danno, si offrono alla mondità quale comprensione del mondo, dell’essere delle entità e prova ontologica o ontoteologica o ontoteleologica dell’esistenza dell’essere-sublyme , ma anche dell’esser-epistemè-del-sublyme o dell’essere epistemica ontologica del sublyme. Anzi solo la verità ekstatika del sublyme discopre sia l’ermeneutica sia l’epistemica ontologica dell’essere sublyme dell’esseRe. Qualora si desideri comprendere anche l’essere sublyme delle entità mondane è consentito anche privarsi dell’ontologia per affidarsi alla classica ermeneutica epistemica per discoprire solo le verità delle entità della mondanità. Ma che cos’è il mettersi in estasy dell’essere-sublyme? Anzi che cos’è la gettanza dell’essere-sublyme nel sublime? È la gettatezza-della-verità della destinanza templata dell’essere nell’aletheia fondale, grund ed abgrund, del sublyme che si dà, si getta nella mondità ontokronotopica. L’essere si eventua nel sublyme quale aletheia, disvelatezza dell’ontologia dell’essere, dell’esserci, dell’essere delle entità mondane, dell’interesserci, dell’interessere: tutte varietà compresenti nella gettatezza-del-sublyme quale aletheia ontologica dell’essere ontoikona, ontoimagine, ontoimago, ontopoiesis. Il sublime delle varietà topologiche della verità dell’essere si danno, si eventuano, si gettano quale fondale o fondamenta nel corso della sublymanza senza mai abbandonarla anche quando gli dei fuggono e il tramonto dell’occidente si secolarizza, per sempre il sublyme si getta intenzionalmente per essere contemplato dallo sguardo dell’esserci, dal musagete, dall’interesserci delle entità mondane della tecnè clonante: mai la verità tramonta, è sempre presente nel sublyme, nella sublymità al di là della storia, aldilà del bene e del male, aldilà delle entità klonate della tecnè. Come mai solo il sublyme riesce a trascendere il corso della storia o della temporalità o dell’ontocronia? Tra le tante ipotesi quella più ontologica è la messa in cura della verità dell’essere. Solo nel sublyme l’aletheia ontologica si cura da sé, si getta, si fonda e si cura senza gli dei fuggitivi, senza più il musagete preda dell’oblio dei tempi-mala-tempora o del destino cinico e barale, senza l’obsololescenza nihilista della tecnica klonante. L’essere nella gettatezza-della-sublymanza cura da sé l’essere-sublyme, senza la cura ontocronica o ermeneutica, anzi si cura senza l’epistemica ermeneutica e senza la tecnè klonante, getta la sua cura della sua verità da sé quale interessere ontopico che abita poeticamente il vuoto cosmico o la radura ontologica ontokronotopica. È la sublymanza che ci viene-incontro, che si disvela per essere contemplata dall’interesserci dei musageti, così si dà, si cura nella sua futura-anteriorità-gìà-stata e sempre ontologicamente presentemente assente. Nel suo essere già-stata si getta nell’ontokronia anche quale ob-getto, gegenstand, contr-ada, fondale che si getta allo sguardo sempre di fronte quale gettanza della verità dell’interessere non contemplato dalla storia delle entità clonate della tecnè. Il sublyme, la gettanza fondale della aletheia-interessere si dà e si cura da sé quale essere-sublyme o essere-gettatezza-del-sublyme e si eventua sempre quale ontologia dell’evento-verità, aldilà di tutte le interpretazioni infinite o delle clonazioni riproducibili, giacchè nel sublyme è in ekstasy o si getta, si dà, si cura l’evento della verità ontologica dell’interessere o dell’essere dell’aletheia o dell’essere-sublyme-della-verità-nella-physis. Anche quando gli dei fuggono della erhabene e la herabnen non è più una entità mondana ontoteologica o quando il musagete è abbandonato all’oblio dalla mondanità, anche allora la templata-sublyme si dà alla conteplanza, giacché la sua destinanza si getta e si cura da sé, si eventua nella physis quale evento della verità ontologica. È la gestell della erhabene che si dà e si cura e si getta da sé: l’istallarsi poeticamente nella radura della physis eventua l’evento della verità dell’essere-sublyme, ma discopre e dispiega anche la destinanza templata dell’aletheia dell’interessere: il sublyme è la gestell dell’essere-nella-physis, è l’istallarsi della destinanza dell’evento della verità ontologica nella radura fondale ove l’interessere possa abitare poeticamente, anzi l’essere in estasy lascia libertà d’essere al sublyme, ma anche lascia libertà d’essere al mondo, lascia liberi gli dei di fuggire senza perdere la sua originalità, lascia libero il nihilismo della tecnica di clonarsi senza decostruirsi nella sua gestell, nella sua struttura ontologica, lascia libera alla mondanità il suo percorso e il suo tramonto, giacchè l’evento della sua libertà si getta e si cura quale libertà ontologica dell’essere-sublyme della verità-destinanza che si eventua nella physis per lasciare libera la physis di esserci anche quando gli dei fuggono e la tecnè si cura solo di klonare le entità mondane. Anche quando il sublyme si sottrae per lasciare ampia libertà di dispiegamenti mondani delle entità epistemiche nella loro volontà di potenza imperativa, anche allora non fugge insieme agli dei ma abita dis-ascosto, assentemente presente l’essere-sublyme nella sua varietà d’essere-evento-della-verità quale aletheia della destinanza della libertà. Il suo essere dis-ascosto si eventua nel sottrarsi, il porsi aldilà, il gettarsi oltre il nihilismo della tecnè mondana, oltre il tramonto dei paradigmi epistemici ed ermeneutici per essere sublymanza ontologica dell’interessere-nella-physis. Ma il sublyme si eventua non solo nel fondale, nel grund quale ekstasy degli eventi della verità, ma anche nel contempo simultaneamente, anzi kairos-logicamente, nell’abgrund, là ove gli dei non hanno mai soggiornato e gli imperativi categorici delle entità epistemiche non si sono mai avventurati, né il nihilismo della tecnè si è mai sospinto oltre, anzi l’abisso ontologico ha sempre diffuso il senso di timore del nulla o del niente, invece l’abisso è proprio l’assenza del non-ente, l’annichilirsi del nulla per lasciar liberi d’essere la mondità e l’esserci delle entità epistemicamente comprensibili. L’essere-sublyme dell’abisso, dell’ab-grund eventua l’ikona della radura ontologica quale ontopia dell’essere inenarrabile, inaudita, indicibile, indecidibile, mai completamente interpretabile, né epistemicamente fondabile nelle categorie imperative della volontà di potenza della tecnè-klonica o della ermeneutica metafisica trascendentale pre-post-fenomenologica. Per gli eventi dell’essere abisso ontologico della physis c’è solo la comprensione dell’essere sublyme, in attività, in interagenza tra l’essere e la sua radura vuota ontopica. Solo la erhabene, l’ekstasy dell’essere del sublyme consente al musagete di accogliere l’ascolto del sublyme che si getta nell’abisso della radura ontologica per gettare le fondamenta del fondale dell’essere-sublyme quale ikona della physis, del mondo, dell’interessere, dell’interesserci, dell’interagenza ontopica. Ma quella ikona non è mai epistemicamente presente, si disvela solo nel suo essere indisascosta o dis-ascosta ontologicamente inaudita per i più ed indicibile: solo al musagete presente evidentemente, solo l’interagenza del musagete consente all’evento dell’essere abissale di gettarsi nell’estasy dell’aletheia dell’essere-sublyme. Solo il musagete disvela il mistero o l’enigma del sublyme: la sublymanza ama nascondersri o essere sempre indisascosta, ma nel medesimo istante, per paradosso epistemico o ermeneutico, l’essere-sublyme ama disvelarsi, ama discoprire la sua radura abissale, la sua physis ontopica, la sua gestell ontokronokairoslogica o ontokairostopica. Solo così l’essere-sublyme si dispiega all’infinito nell’a-peiron, nel senza-limiti mondani, nel sub-lime, ma la sua gettanza fonda il fondale topologico, ontopico altrochè epocale ontocronico, si dà per raccogliersi-in-un-confine, si getta per eventuare la gestell, la struttura ontologica dell’interagenza con la physis: delimita la spazialità del sentiero ininterrotto della destinanza dell’essere configurazione ikonica della radura ontologica ove l’essere possa abitare poeticamente. Solo con l’essere-sublyme si eventua la disascosità dell’aletheia, mai adeguata onticamente o epistemicamente o ermeneuticamente, ma sempre sottratta all’evidenza della mondità, ma visibile alla contemplazione del musagete, inaudita ma udibile, paradossale o eristica ma morfo-genica per la destinanza e l’interagenza dell’interessere e dell’interesserci. Lì in quel apparente paradosso o eristica epistemica o ermeneutica la verità stessa è dis-ascosta, anzi l’aletheia si disvela quale dis-verità o essere opera della dis-aletheia dell’essere-sublyme, si discopre quale dis-inveramento della gestell-sublyme o struttura ontologica dis-inverata della dis-verità del sublyme. La verità nel sublyme ci appare quale aletheia-della-dis-invelatezza-dell’essere, o meglio quale verità-dis-ascosta-della-dis-inleratezza dell’essere-sublyme, giacchè il sublyme ama la disinvelatezza, ma ama anche la dis-ascosità della disvelatezza dell’aletheia dell’esseRe. Nella sua eristica epistemica ed ermeneutica del nascondersi e disvelarsi la disascosità della verità dell’essere-sublyme getta nella radura le fondamenta del sentiero della destinanza ontokronotopica, quale gestell dell’essere-sublyme o meglio nell’essere-sublyme è in estasy la verirà dis-ascosta della dis-in-velatezza o che nell’essere-sublyme vi è custodita e curata l’aletheia-dis-ascosta della dis-in-velatezza dell’essere-sublyme. Quando si legge o si ascolta una poesia, quando si contempla una immagine nelle sue relativa varietà dimensionali palesi o nacoste, quando l’inaudito aleggia dalla voce dell’esserci dal talento geniale del musagete è in estasy la verità dis-ascosa della dis-in-velatezza dell’essere-sublyme ed è quell’aletheia che si disvela nella radura vuota e che traccia il sentiero ininterrotto della destinanza dell’interessere. L’interagenza e l’eristica di quella verità-dis-ascosità getta le fondamenta dell’epoca dell’imagine della mondità o della sua bellezza o della sua classicità o della sua rinascenza o della sua surrealtà: la bellezza è, sarà, fu la varietà della verità-dis-ascosità custodita e curata nell’estasy dell’essere-sublyme. Quella interagenza consente al sublyme di essere-sublyme dall’esserci-musagete o meglio solo quando la sublymanza è in estasy quale essere-verità-dis-ascosa della dis-in-velatezza o che almeno quell’aletheia vi abiti poeticamente, solo allora la verità è sublyme e il sublyme è la verità dell’essere-sublyme. Lì si dà il sublyme o il sublyme si dà quale estasy: l’origine o l’originalità del sublyme o del musagete è il sublyme della verità dis-ascosa della dis-in-velatezza dell’essere-sublyme, custodita e curata nella radura ove si disveli la destinanza dell’interessere. Si può intuire che la verità ontologica sia anche in opera nella mitopoiesis o forse nel mito quale aletheia dell’essere-sublyme almeno in apparenza, ma una più approfondita ermeneutica ontologica ci svela come non sia così semplice: nel mito la verità non è in estasy quale aletheia-in-dis-ascosità-dis-in-velatezza, ma quale verità-adeguatezza ontoteologica che conforti il sacro senza creare ermeneuche eristiche, anzi quella stabilità epistemica può dispiegare metafisiche influenti……..